Gennaio 5, 2022
Da Il Manifesto
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Se «la cosa davvero rocambolesca in questo mondo è che alla stessa ora, nello stesso minuto, nello stesso secondo, più di cinquecento miliardi di gesti vengono compiuti in contemporanea: la gente tromba, taglia birre, accende la radio, fomenta colpi di stato, legge Bofane, Mabanckou o Musil, guarda un film, fuma colla, si insulta, danza la polka- mazurka, sale sul treno, annega, muore e finisce in galera». Come si può pretendere da un solo narratore, per giunta giovane, di trovare univocità, ordine e senso a tutto ciò dal suo sperduto angolo di mondo e singolo punto di vista, in trecento misere pagine o poco più? Abbandonata questa assurda aspettativa a monte dunque, Fiston Mwanza Mujila si arrende ne La danza del bifolco (Nottetempo, pp. 320, euro 18, traduzione di Camilla Diez) ad una narrazione frammentaria e vorticosa, come l’irresistibile rumba indiavolata che i suoi personaggi ballano incessantemente al Mambo della festa, sordido locale notturno in una Lubumbashi abbacinata, che si trova (ancora per poco) in Zaire, ma potrebbe trovarsi in qualunque altro paese d’Africa e raccogliere le stesse (o simili) storie, insensatezze, illusioni e frustrazioni umane, sublimandole nei vapori della birra, nella trance della possessione e nei sudori dell’inarrestabile ballo. Ritmo e rumore, incandescenza, esuberanza e visionarietà fanno da filo conduttore alle vicende di una umanità varia e reietta che vive nella polvere, tra bordelli, mercati e bar, dove «il fiume, o la melma nei giorni di diluvio, si mischia(va)no alla notte nera, fatta di sbronze e risse» e su tutto si innalzano i «suoni di clacson nella notte africana. Clacson e ancora clacson cui la gente risponde(va) con il riso, il sarcasmo o una smorfia».

IN BILICO tra la natia Repubblica Democratica del Congo e l’Austria in cui attualmente vive e scrive, Mujila affronta le turbolenze politiche e umane che travagliano il Congo pre e post-indipendenza, e il clima di incertezza che queste provocano nella vita quotidiana dei suoi abitanti, come già aveva fatto nel cinico romanzo d’esordio Tram 83 (vincitore di importanti riconoscimenti e all’origine di paragoni lusinghieri con Fitzgerald, Céline e Garzia Marquez), prendendo ancora una volta le distanze dalla narrativa più tradizionale (basata sulla trama e dunque maggiormente fruibile da un pubblico mainstream) dei coetanei autori africani che sempre più si stanno affermando negli ultimi due decenni nel panorama letterario internazionale.
La cleptocrazia africana di fine secolo descritta da Mujila, trova ben riconoscibili punti di ancoraggio in Zaire sul finire del regime di Mobutu, tra sommosse, tensioni etniche, bande rivali e la guerra civile in Angola, ma le cose stanno per cambiare, come il nome stesso della nazione farà di lì a poco. Per una massa di diseredati, fumatori di colla, piccoli criminali, scavatori nel fango alla ricerca di diamanti e scatenati ballerini nati, l’unica certezza tra le sciagure dell’Africa tropicale è Tshiamuena, la Madonna delle miniere di Cafunfo, profetessa mitica bicentenaria e narratrice impareggiabile dalle numerose vite «piene fino all’orlo, come il fiume Zaire, con lati oscuri, ma talvolta luminose come un diamante alluvionale», che conosce il destino di ogni essere umano, «predice il matrimonio, il denaro facile, la guarigione da una gonorrea cronica per alcuni, e per altri il crollo o la detenzione arbitraria».

DA QUESTO MAGMA multiforme, emergono a tratti le figure di Ngugi, Sanza e Molakisi, ragazzi di strada che lottano per la sopravvivenza nei bassifondi di Lubumbashi o vanno a cercarla nelle miniere di diamanti angolane, ma anche il profeta carismatico Singa Boumbou, lo scrittore austriaco Franz e l’agente segreto Guillame, retaggi di un passato coloniale che continua a proiettare le sue ombre e i suoi fantasmi sul presente. Attorno a loro, energica e pulsante, una carrellata umana animata da desideri primordiali universali, che per tutta la notte, o forse per tutta la vita, cerca e trova nella danza del bifolco l’unica possibile mise en abyme della propria miseria ed esistenza.




Fonte: Ilmanifesto.it