Marzo 8, 2022
Da Inferno Urbano
161 visualizzazioni

Contro il carcere e le sue strutture: la nostra ostinazione, determinazione, solidarietà

Solidarietà con gli anarchici coinvolti nell’operazione repressiva del 25 febbraio

Il 25 febbraio – a distanza di poco più di tre mesi dall’ultima ondata di perquisizioni e misure restrittive, risalenti all’11 novembre con l’operazione “Sibilla” – è avvenuta un’operazione repressiva contro dei compagni anarchici ad opera delle forze di polizia e della procura di Trento nelle figure dei pubblici ministeri Raimondi, Ognibene e Profiti. Stando a quanto apprendiamo, non sarebbero state effettuate perquisizioni ma esclusivamente notificate quattro differenti misure restrittive contro altrettanti compagni, in quanto ritenuti responsabili di fatti ed eventi differenti verificatisi tra il 2014 e il 2020.

I quattro compagni sono accusati di tre fatti. Juan Sorroche, arrestato il 22 maggio 2019 e già recluso nel carcere di Terni, ha ricevuto un’ulteriore ordinanza di arresto in carcere con l’accusa di atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi: secondo le forze repressive sarebbe responsabile della collocazione ed esplosione di un ordigno all’ingresso del Tribunale di sorveglianza di Trento nella notte del 28 gennaio 2014. Massimo, che ha già trascorso i recenti mesi agli arresti domiciliari, si trova nuovamente destinatario della stessa misura restrittiva, stavolta con l’accusa di tentata estorsione con l’aggravante della finalità di terrorismo: insieme ad altri avrebbe provato a convincere il responsabile di una radio a leggere in diretta un testo in solidarietà con i detenuti durante le rivolte e i successivi massacri avvenuti nelle carceri italiane nel marzo del 2020. Per una compagna e un compagno è stato disposto l’obbligo di dimora nel comune di domicilio con l’accusa di procurata inosservanza della pena: secondo le forze repressive, tra il 2017 e il 2018 avrebbero sostenuto la latitanza di Juan fornendogli dei documenti d’identità falsi e una abitazione. I compagni non sono indagati per alcun reato “associativo”, come l’associazione sovversiva o a delinquere, ma solo per queste specifiche accuse.

Ad una prima lettura dei fatti, ci pare che questa operazione repressiva abbia due “fili conduttori”. Da una parte la lotta – ineludibile per ogni nemico dell’autorità – contro il carcere, l’apparato giuridico-legislativo, le sue strutture: in questo terreno si poneva, ad esempio, l’importante azione contro quell’istituzione infame che è il Tribunale di sorveglianza. Un bagliore nel buio della notte, un bagliore che illumina le responsabilità di chi conduce l’apparato carcerario, quella magistratura e quei benpensanti che blaterano di violenza, mentre – come scrivevano gli anonimi compagni che realizzarono l’azione – «la nostra violenza rispetto a quella della magistratura e dell’apparato è poca cosa […]. Non siamo ipocriti come voi, ci rivendichiamo la violenza anche contro le persone che sono responsabili di tutto questo». Ma non solo, anche la latitanza di Juan, in quanto radicale espressione di autonomia di pensiero e d’azione, di insubordinazione contro ogni reclusione, contro ogni sentenza che mai potrà rinchiudere l’anelito di chi sogna la libertà, è stata espressione della lotta che da sempre gli anarchici hanno condotto contro il carcere e le sue istituzioni, apparati imprescindibili per ogni organismo statale. Dunque inevitabile è il fatto che venga colpita la solidarietà con i detenuti che nel 2020 hanno dato vita alle spesso fragorose rivolte che hanno giustamente devastato intere sezioni dei penitenziari, con i compagni che strenuamente e coraggiosamente si sottraggono alla mannaia della giustizia, con chi dentro le carceri non è disposto a chinare la testa, e per questo viene torturato, massacrato, ucciso.

Dall’altra parte, il secondo filo conduttore che vediamo in questa operazione repressiva, riguarda quella che riteniamo sia la specificità repressiva propria della costante offensiva che lo Stato pone contro di noi. Nel contesto di questa specificità, i compagni che già si trovano reclusi o sotto altre misure restrittive sono sempre più colpiti da ordinanze di arresto o coinvolti in indagini, in parte nel tentativo di prolungare (o rinnovare, se “scaduta”) la loro carcerazione e in parte perché le indagini operate dalle varie procure sono incessanti. Ad esempio, Juan e un altro compagno anch’esso arrestato nel maggio 2019 e processato con l’accusa di averne sostenuto la latitanza sono già indagati dal 2017 in un procedimento inerente l’attacco esplosivo contro la scuola di polizia di Brescia nel 2015, un’indagine con cui la procura bresciana sta cercando in tutti i modi di “scovare” un responsabile; mentre il compagno e la compagna destinatari questa volta dell’obbligo di dimora sono stati già arrestati il 19 febbraio 2019 per l’operazione “Renata”, dispiegatasi principalmente in Trentino, e successivamente condannati a 2 anni di carcere a testa per produzione di documenti falsi (vediamo ora come questa accusa si ripresenti in relazione alle indagini riguardanti la latitanza di Juan, sebbene senza l’aggravante della finalità di terrorismo, presumibilmente rimossa in quanto già “decaduta” durante il processo di primo grado di “Renata”).

Ora, noi non siamo sostenitori della tesi secondo cui, partendo dalla repressione contro il movimento anarchico, lo Stato intenda successivamente estendere l’utilizzo di varie misure restrittive e il dispiegamento di periodiche retate poliziesche contro la società intera, o contro determinate componenti sociali. Nemmeno riteniamo che queste operazioni repressive abbiano un qualsivoglia carattere di “eccezionalità”, anzi. Al contrario, riteniamo che (ancora di più in questo periodo storico) esista, appunto, una specificità repressiva operata dallo Stato contro i compagni che manifestano concretamente una disponibilità rivoluzionaria sul terreno della lotta. Perciò per comprendere la natura di queste “ondate” repressive, e per non cadere in suggestioni “emergenzialiste” o evocative di una presunta “eccezionalità” della situazione, riteniamo occorra tenere sempre bene a mente questo concetto.

Lo Stato ci attacca perché è attaccato, perché ci sono compagni che agiscono, perché c’è ancora qualcuno che – nella disgustosa desolazione di questi tempi – si ostina a sognare la libertà integrale per gli individui, per gli sfruttati, ponendo le basi materiali per la lotta rivoluzionaria anarchica. Ai compagni colpiti da questa operazione repressiva va la nostra solidarietà. Contro queste operazioni repressive, contro tutti i carcerieri, contro il carcere, le sue strutture materiali e ideologiche, opponiamo la nostra ostinazione, determinazione, solidarietà.

Anarchici

Fonte: ilrovescio.info




Fonte: Infernourbano.noblogs.org