Novembre 21, 2020
Da Bu
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L’intelligenza maggiore della specie umana rispetto alle altre racchiude in sĂ© al tempo stesso l’opportunitĂ  per la diffusione della vita su altri pianeti (che Ăš importante per la continuitĂ  della vita per esempio rispetto al problema, certo molto di lĂ  a venire, dello spengimento del sole) e il rischio di un’estinzione potenzialmente totale della vita sul pianeta (guerre atomiche).
La specie di scimmie da cui si Ăš evoluta la specie umana non era certo tra le piĂč pacifiche (era onnivora, non plantivora), ma forse non era neanche, di per sĂ©, piĂč aggressiva e competitiva di altre specie onnivore; perĂČ uno dei frutti della sua maggiore intelligenza, l’invenzione di certe tecnologie, in particolare delle armi da caccia, la mise in condizione di squilibrare pesantemente l’ecosistema tutto giĂ  al tempo delle tribĂč di cacciatori-raccoglitori, determinando periodi di carestia di altre specie da cacciare e raccogliere che a loro volta contribuivano a rendere le rivalitĂ  tra individui e gruppi di individui di questa specie, siccome armata, una vera e propria tragedia ricorrente: per esempio, se una tribĂč su un territorio giĂ  divenuto povero di altre specie da cacciare e raccogliere ne incontrava un’altra su un territorio ancora ricco, erano guerre sanguinosissime; se invece non incontrava altre tribĂč e non trovava territori ancora ricchi, si determinava un crescente “tutti-contro-tutti” interno alla tribĂč soprattutto intorno al possesso del poco che restava da mangiare; un “tutti-contro-tutti” che, in ragione dell’uso delle armi, decimava gli appartenenti alla tribĂč.
In questo caso, il sacrificio di un individuo della stessa tribĂč era un modo per evitare il “tutti-contro-tutti” catastrofico, e questo era tanto piĂč vero quanto piĂč l’individuo era emarginato, debole, solo, senza amici e parenti che lo potessero poi vendicare, e “innocente”, ovvero estraneo alle rivalitĂ  interne alla tribĂč, accresciute dalla carestia.
Il meccanismo sacrificale, in assenza di prigionieri di guerra di altre tribĂč, si produceva su un individuo della stessa tribĂč, quello maggiormente portatore delle caratteristiche di cui sopra.
Tutto l’intreccio di “colpe” reciproche veniva addossato a questo individuo, lo stesso veniva sacrificato e nella tribĂč si ripristinava una certa coesione, utile alla sopravvivenza dei singoli e della tribĂč nel suo insime.
Questo meccanismo, ritualizzato, si rivelĂČ funzionale alla sopravvivenza dei vari gruppi anche al di fuori dei periodi di carestia e in particolare, credo, col passaggio dalle pratiche di caccia e raccolta allo stanzialismo agricolo e di allevamento: l’aggressivitĂ  che prima si sfogava nella caccia ora “stazionava” piĂč tempo all’interno del gruppo di appartenenza.
In certe societĂ  il meccanismo sacrificale “catartico” evolvette dal sacrificio umano a quello animale, poi a quello di piante (la storia di Caino e Abele Ăš contradditoria rispetto a questa ipotesi: il “dio” degli ebrei accoglie il sacrificio animale di Abele a rifiuta quello vegetale di Caino, ma probabilmente perchĂ© ai tempi gli ebrei erano costretti alla sola pastorizia nomade; Caino risentito ammazza il fratello).

Ora sono stanco, magari proseguo piĂč avanti.

Il fatto Ăš, comunque, che quel meccanismo non Ăš mai finito, ed Ăš la base della costruzione di potere. Per ora sono dell’idea che la nostra forza di individui variamente fragili puĂČ essere solo la solidarietĂ  e, a un certo punto, anche l’autodifesa “a schiaffazzi”.

I robot del futuro potranno venir buoni anche per sfogare le nostre tensioni, competitività, aggressività, sull’inanimato.




Fonte: Bu.noblogs.org