Novembre 21, 2020
Da SmontaMenti
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…Riflessioni di un compagno su covid e vicinato…

 

20 Marzo 2020

Allora, vediamo di mettere in ordine le idee finchè c’ ho ancora il crimine addosso. Dunque…

Vivo in un remoto paesino di montagna della Val Belluna, per capirsi una di quelle gemme incastonate nel verde delle Prealpi, dove ogni vecchia casa è accostata ad un fienile, i rumori del bosco ti accompagnano prima di coricarti e il cemento ancora non strangola il sole. Per capirsi, uno di quegli abitati che mezzo secolo fa contava 200 persone e ora non arriva a 50, dove i campi di granturco lasciano pian piano spazio ai vigneti tossici, che qualche magnate trevisano del prosecco decide di piantare e farcire di pesticidi, comprando la terra di qualche vecchietto mezzo morto. Il classico frutto dello spopolamento della montagna: a fare il contadino ti spacchi la schiena “par do schei” e quindi vai a lavorare in fabbrica (giustamente). Il comune tagli i fondi al trasporto pubblico, le botteghe e le osterie chiudono, vivere quassù diventa scomodo e il paese inizia a dissanguarsi.                                                                                        Fra le vecchie case nel bel mezzo de paese, ve n’è una in particolare, ormai mezza in rovina, che attirava spesso la mia attenzione di bambino. Sulla canna fumaria infatti vi è incisa una scritta, ripassata a caratteri rossi nella malta, che recita: “1855 anno del colera”. Emblematico.                                                                                                     Da qualche giorno infine, a turbare la tranquillità amena del caseggiato, sono le sirene e gli alto-parlanti della polizia locale, ad echeggiare fra le viuzze intimando alla gente di rimanere in casa.

Tutto questo preambolo sostanzialmente non serve a un cazzo al fine del discorso. Era solo per dire che mi piace il posto dove vivo e ora che la quarantena mi stringe in casa ho molto più tempo per apprezzarlo. Andiamo avanti…

A differenza dell’annoiato e bolso poltronaro che è il sottoscritto, i genitori si discostano nettamente dalla suddetta prole, la gente lì definirebbe “dei tipi sportivi”, cioè che vanno a correre e in bicicletta un tot di volte a settimana: è il loro modo di mantenere l’equilibrio psicofisico.

Arrivando al dunque: col coronavirus a seminare il panico, nell’ultima settimana abbiamo assistito ad una sempre maggior insistenza, nei discorsi dei politicanti/esperti/opinionisti vari, nell’invitare la gente ad evitare il più possibile i contatti ravvicinati fra le persone, sacrosanto visto la pericolosità della patologia e la precarietà del sistema sanitario in questi giorni.

Nel senso che se incontri una persona malata (untore) e questa ti passa il virus e poi tu lo passi a tua volta è un casino, quindi meglio evitare di accalcarsi alle porte dei supermercati. Ossia che perché il virus si diffonda questo deve passare da una persona all’altra e per farlo devono esserci più soggetti a distanza ridotta. Nel senso che la diffusione dell’epidemia di per sé non c’entra un cazzo con lo #stareacasa, ma con gli atteggiamenti (ir)responsabili che i singoli mettono in atto, cioè l’accalcarsi alle porte del supermercato e il frequentare ambienti ristretti. Vabè sta di fatto che la gente è scema, quindi è normale che lo Stato cerchi di dare un messaggio semplice, chiaro e difficilmente fraintendibile, optando per la riduzione del danno, insomma #staiacasa.

E fin qui mi sta bene, il problema tuttavia inizia a presentarsi quando l’hashtag di cui sopra, inizia ad essere assunto come dogma, senza passare per il buonsenso, appiattendo la molteplicità delle situazioni al rigore univoco dell’ordinanza. Detto in parole povere: non importa a nessuno che tu stia andando a correre in piena campagna dove non incontrerai anima viva, resti comunque un trasgressore che mette a repentaglio la vita di tutti, DEVI STARE A CASA, anche se il precedente ragionamento manca di un filo logico.E vabè di leggi assurde ce ne sono tante, la novità che emerge con forza è un’altra: ossia che il giudizio delle trasgressioni, che formalmente è delegato alle autorità giudiziarie e alle forze dell’ordine, viene collettivizzato per diventare un giudizio diffuso, poichè la tua azione mette a rischio l’intera comunità. Chi fa jogging viene criminalizzato (da tutti) solo per il fatto di uscire di casa, non importa che eviti i luoghi affollati o utilizzi dei DPI.

Cioè che la colpa della catastrofe è di chi va a correre, non di chi ha tagliato i fondi alla sanità pubblica, esternalizzato a privati i servizi essenziai, ridotto i posti letto negli ospedali e ora continua a mandare la gente a lavorare nonostante il pericolo contagi: tipo mio padre che salda in fabbrica 8 ore al giorno, incazzato agro col mondo, che torna a casa, per sfogarsi va a fare un giro in bicicletta e gli fanno pure la multa.

Con queste parole non intendo assolutamente minimizzare la gravità della situazione o negare l’importanza dello “stare a casa” come metodo di contenimento dell’epidemia: di sicuro non andrei a trovare mia nonna dopo aver leccato tutte le maniglie dello Spallanzani (semi-cit). Come di sicuro non è mia intenzione sminuire il dolore di chi in questo momento sta soffrendo. Quello che vorrei invece mettere in luce è l’effetto che questo clima di tensione inizia a produrre negli individui.

Insomma: la mia vicina di casa ha fatto un post su Facebook, delirante, in cui condivideva la sua personale gioia nel vedere denunciati i trasgressori delle ordinanze restrittive e con un tono fra il sognante e il maligno si augurava di poter denunciare (delazione) lei stessa alle autorità coloro che “vanno a correre in beffa ai decreti e all’interesse di tutti”.

Peccato il post sia stato cancellato prima che io potessi screenshottarlo

In seguito a questo episodio ho pensato 3 cose:

  • Che è meglio che i miei non si facciano più vedere in short e scarpe da ginnastica
  • Che la mia vicina sta fuori
  • Che il coronavirus è risultato essere un mezzo di orizzontalizzazione del conflitto, ancor più efficace del razzismo diffuso.

Non basta il fatto che la forzatura del covid abbia portato lo Stato a munirsi di dispositivi di controllo (sociale) sempre più invasivi (ad esempio il monitoraggio degli spostamenti attraverso il GPS dei cellulari), il clima di tensione è ben completato dagli sguardi e dai sospetti delle persone che ti stanno intorno. In mezzo a tutto sto casino, a coloro che attribuiscono alcune delle colpe della situazione attuale ai potenti e ai politicanti (verticalizzando il conflitto), viene risposto, nel migliore dei casi, che ora non è il momento di creare divisioni inutili, poiché adesso è il momento di stringersi tutti assieme attorno al Tricolore e affrontare la tempesta. Da una parte quindi vi è la riconciliazione con lo Stato, dall’altra l’individuazione del nemico interno. La colpa viene addossata a coloro che escono di casa, solo per il fatto di farlo e non per l’effettiva possibilità che le loro azioni costituiscano un pericolo effettivo.

In questo modo il conflitto esplode in orizzontale -tutti contro tutti- e con maggiore intensità rispetto ad altre modalità di esplosione come quelle che caratterizzano le dinamiche razziste e xenofobe.

E così, fra un inno nazionale e l’altro, la situazione nelle fabbriche e nelle carceri passa in sordina. Da qua a due settimane son morte quasi 15 persone nelle galere, morte nel senso di ammazzate a suon di manganello e poi imbottite di barbiturici per mascherarne l’uccisione, son tante e non se ne parla già più. Confindustria continua a mandare la gente in fabbrica anche in Lombardia, Veneto e Emilia-Romagna che sono le regioni più colpite dal covid. Un sacco di lavoratori a chiamata hanno già perso un posto di lavoro che probabilmente non riotterranno. Gli affitti van pagati, ma il danaro scarseggia.

Il problema non è più sapere se sia effettivamente più pericoloso lavorare mezza giornata in mezzo a 200 persone o andare a correre al parco da soli, ma il fatto che porsi tale domanda sia considerato inutile o non pertinente, poiché tutto viene appiattito all’osservanza del decreto restrittivo. La legge è la legge.

Mi chiedo cosa accadrebbe se questa impostazione venisse mantenuta anche ad emergenza finita, quando dovremo tutti lavorare come le bestie per far ripartire l’Italia e guai a chi fiata pretendendo di andar in pensione a 67 anni. Staremo ancora a cantare l’inno nazionale mentre assembliamo occhiali, con ritmi più incalzanti e stipendi più bassi? Chi giudicherà il nostro approccio al lavoro, il padrone o sarà collettivizzato fra i colleghi? Ce la prenderemo (ancora) fra di noi o pretenderemo gli scalpi di chi negli ultimi 30 anni ha macellato il corpo sociale?

Mi chiedo se quando torneremo alla nostra quotidianità ritorneremo anche alla “normalità”, o presenteremo delle riserve nell’ approcciarci ad altri per paura che possano “attaccarci qualcosa”. Chissà se questo periodo di quarantena in cui, per forza di cose, siamo ripiegati su noi stessi ad una dimensione individuale, (chi più chi meno) avrà dei risvolti sui nostri comportamenti futuri. Ultimamente capita di sentire molte riflessioni, legate al coronavirus, sull’idea di morte nella società occidentale e sulla nostra visione antropocentrica, chissà se a virus debellato avremo un rapporto più sereno con la morte o ci spaventerà ancora di più?

Forse dovremmo prestare attenzione anche alla lettura di questi aspetti: più interiori (un po’ alla libro cuore se vogliamo), ma che potrebbero restituirci un mondo diverso da come l’abbiamo conosciuto prima che la porta di casa scivolasse alle nostre spalle.

Se già ci viene raccomandato di prepararci ad un periodo di recessione, ai fini della comprensione di tale periodo, sarebbe bene ricordare che la crisi non è mai solo economica, ma anche esistenziale e metafisica.  E a chi nella crisi si muove, sta il compito di darne un’interpretazione, tale per cui, quando calerà la mannaia delle conseguenze, questa non ricada sui soliti sfigati, ma sulle teste di coloro che se lo meritano.

(foto -fatta col telefono- della scritta a cui accennavo… lo so no se capis gnint!)




Fonte: Curtrento.noblogs.org