Ottobre 2, 2021
Da Il Manifesto
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Giovanni Antonio Cybei, busto-ritratto di Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena, Granduca di Toscana, 1771, marmo, Pisa, Museo Nazionale di Palazzo Reale

Che sia ancora possibile trovare modi e tempi per dare vita a iniziative espositive di grande valore sta a dimostrarlo la mostra che Carrara ha dedicato a uno dei suoi concittadini illustri. Giovanni Antonio Cybei e il suo tempo (fino al 10 ottobre, su quattro sedi espositive e percorsi in città), curata da Gerardo de Simone e Luciano Massari, è infatti una di quelle occasioni, ormai sempre più rare, in cui non si è temuto di ritessere le vicende di uno dei protagonisti della stagione che precede l’affermarsi di Antonio Canova – e con lui del Neoclassicismo – ma che oggi, complici il mutare del gusto e le traversie della storia, è rimasto al di fuori delle grandi ‘narrazioni’ della storia dell’arte. Una mostra non facile – come in generale tutte le mostre dedicate alla scultura, che richiedono un maggiore impegno di mezzi e di spazi.
Uno sforzo, dunque, ancora più lodevole, visto che Cybei non fu certo un personaggio di secondo piano. Nato nel 1706 a Carrara, nell’apprendistato con Giovanni Baratta (cui Cybei era, fra l’altro, legato da vincoli di parentela), cioè con uno degli esponenti di punta della scultura tardo-barocca, il giovane apprese i primi rudimenti del mestiere. Le capacità dovettero presto emergere se, ancora sedicenne, Baratta lo inviò a Roma per lavorare con Agostino Cornacchini, all’epoca alle prese con la grande statua di Carlo Magno in San Pietro. Rientrato a Carrara, sempre di più affiancò il maestro che, infine, gli riservò un ruolo di primo piano nella direzione della bottega-studio «al Baluardo». Nel 1739 prese i voti, ma l’ordinazione di colui che sarà, da questo momento, l’«abate Cybei», non fermò la sua attività: egli si stava imponendo come uno dei protagonisti della scultura di medio Settecento. Nel passargli il testimone alla guida della prestigiosa bottega, dunque, Baratta non poteva compiere scelta più azzeccata.
Quello studio sarebbe, di fatto, diventato il primo nucleo della futura Accademia di Belle Arti. Fondata nel 1769, Cybei ne divenne ben presto il «Primario Direttore», imprimendo una direzione ben precisa all’istituzione. D’altronde, è stato anche per celebrare il ricorrere dei 250 anni dalla fondazione dell’Accademia che la mostra era stata progettata; e si sarebbe dovuta inaugurare nell’anno funestato dalla pandemia. Proprio in una sala dell’Accademia sono esposti alcuni materiali relativi alla storia dell’istituzione, alle pratiche dell’insegnamento.
La scelta di suddividere le opere mobili fra il Museo CARMI, Palazzo Binelli e Palazzo Cucchiari, oltre all’Accademia di Belle Arti, ha permesso di costruire anche nuclei tematici, dando il giusto rilievo a episodi che furono centrali nel percorso artistico di Cybei, come l’erezione, nel 1774, del monumentale ritratto equestre di Francesco III d’Este, duca di Modena e Reggio. Oggi resta solo un frammento del gigantesco monumento: nel 1797, nel pieno delle sommosse rivoluzionarie, fu abbattuto e frantumato per ricavarne carbonato di calcio, utilizzato per realizzare ceramiche. La sala di Palazzo Cucchiari dedicata al monumento equestre permette di risarcire idealmente, grazie alle incisioni, ad alcuni dipinti e anche a un modelletto in terracotta, il percorso creativo che portò alla realizzazione della statua e seguirne, grazie per esempio a dipinti che la immortalano nelle vedute di piazza Sant’Agostino a Modena, la sua breve vita. Unico frammento superstite: un piede nella staffa, quasi un relitto trasportato a noi dai marosi del tempo.
Di certo Cybei ebbe molte qualità, ma la sua abilità e versatilità nella realizzazione dei ritratti fu una delle chiavi del suo successo. La sezione dedicata a questo genere, ospitata nelle sale di Palazzo Binelli, dà ragione alla fortuna che ebbero i suoi busti-ritratto. La nostra moderna sensibilità indubbiamente ci farà apprezzare di più i piccoli busti in terracotta, che paiono vitali e leggerissimi, ma che erano preparatori alla traduzione nel ben più nobile marmo. Eternare nel candido marmo di Carrara i volti di regnanti, uomini di potere, ma anche storici-eruditi come Ludovico Antonio Muratori o Carlo Sigonio, fece sì che in moltissimi si rivolgessero all’abate per i suoi servigi. È anche attraverso i busti che passa il legame tra Cybei e Maria Teresa Cybo-Malaspina d’Este, la duchessa di Massa e principessa di Carrara che aveva sposato Ercole III d’Este, duca di Modena e Reggio. Gestendo il potere in modo ‘illuminato’, la sovrana impresse una forte impronta sui territori del marmo. Fu nel 1774, a Modena, che Cybei realizzò il bellissimo busto in terracotta oggi conservato alle Gallerie Estensi. Quello era il prototipo da cui fu ricavato un busto in marmo, inviato a Reggio Emilia ma oggi perduto, e che, come una cornucopia, fruttificò in svariate copie e derivazioni che ci danno un’idea di come dovesse apparire l’opera in marmo.
Fu proprio grazie a un ritratto, quello di Aleksej Grigor’evic Orlov del 1769, cioè uno dei sostenitori del colpo di stato di Caterina di Russia, che nel 1768 sconfisse l’armata turca in qualità di Ammiraglio della Marina da Guerra Imperiale, che il nome di Cybei guadagnò la ribalta. Non solo giunsero commissioni dalla corte della zarina, ma anche il Granduca di Toscana Pietro Leopoldo d’Asburgo, una volta osservate le opere di Cybei, decise di commissionargli il proprio ritratto e quello della consorte, la Granduchessa Maria Luisa di Borbone. Era giunto il successo.
Oltre a riportare a Carrara molte opere di Cybei, uno dei grandi pregi di questa mostra è quello di aver incluso nel percorso di visita anche alcune sculture rimaste in loco, come la Vergine del rosario, eseguita nel 1739 per il Duomo di Sant’Andrea, o ancora i lavori per la chiesa di San Francesco, con la quale l’abate Cybei ebbe un lungo e duraturo rapporto. Tra le opere provenienti da contesti ormai irrecuperabili o fortemente compromessi, spicca l’Immacolata Concezione (che nel percorso della mostra è esposta al museo CARMI). Realizzata nel 1757 per l’oratorio privato di Francesco Ubaldo Berrettini, finì, con tutto l’altare, nell’Ospedale Civico di Carrara per donazione testamentaria nel 1876. Una scultura che dichiara tutta la preziosità del linguaggio di Cybei, ormai reduce dall’incontro a Roma (1750) con la lezione rococò di Corrado Giaquinto e capace di cogliere le migliori suggestioni di un linguaggio statuario come quello che Filippo Parodi andava diffondendo dalla Liguria. Un’opera come questa, che a tutti i costi si dovrebbe trovare il modo di ricollocare in un museo, incluso ovviamente il suo altare policromo, non sfigurerebbe di certo nei manuali.
Si potrebbero elencare molte ragioni per spiegare la sostanziale sfortuna toccata a Cyebi: in primis legate alla più ampia sfortuna toccata al Settecento, anche negli studi. Sta di fatto che dalla sua morte nel 1784, salvo un esiguo numero di specialisti, su Cybei era calato un silenzioso oblio. Al di fuori dalle retoriche trionfanti e mainstream, la mostra pone adesso un primo, saldissimo punto da cui bisognerà ripartire per affrontare Cybei e quella stagione della scultura in Toscana e non solo. Un secondo approdo sarà la pubblicazione del catalogo (che si annuncia monumentale), cui hanno collaborato i migliori specialisti su questi temi – tra gli altri Andrea Bacchi, Francesco Freddolini e Andrea Fusani – e che senza dubbio costituirà il volano per l’avvio di ulteriori ricerche. Adesso è disponibile una guida alla mostra, che già offre le prime coordinate utili per potersi orientare e per fissare nella memoria opere date e nomi legati a un grande scultore dimenticato.




Fonte: Ilmanifesto.it