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Il racconto di viaggio di un’attivista del Centro di documentazione dei movimenti “Francesco Lorusso – Carlo Giuliani” arrivata nell’isola greca per realizzare un documentario sulla situazione delle e dei migranti che cercano di approdare a questo lembo di terra nel mare Egeo.

29 Giugno 2022 – 13:21

Il viaggio

L’isola di Lesbo è in una situazione di sospensione e veloce mutamento, dopo anni di arrivi in massa dal mare, di tanta solidarietà, di una politica che ha saputo solo produrre accordi disumani e riservare condizioni terribili nei campi profughi, dopo il riemergere di razzismi e nazionalismi. Oggi di questa politica miope e feroce sono espressione compiuta i respingimenti che avvengono in mare ma anche quando le persone migranti hanno già toccato terra. Si tratta di una pratica illegale, diventata strutturale e sistematica a tutti i confini della fortezza Europa. A Lesbo ha provocato una drastica diminuzione della presenza di migranti ma non impedisce l’arrivo di corpi senza vita che sfuggono ai fondali di questo breve tratto di mare che separa la Grecia dalla Turchia, diventato ormai un cimitero di tombe senza nome.

Questo viaggio comincia da un’idea che si fa strada piano piano, un incontro, un’amicizia che nasce, una proposta che il Centro di documentazione “Francesco Lorusso – Carlo Giuliani” fa sua. Faccio il biglietto, so che devo andare, portare me stessa alla frontiera di un paese che amo, di un’isola che per me è la meravigliosa poesia di Saffo. Lesbo, colma di bellezza e di significato, invasa da macchie di distopia, non-luoghi che sorgono, si distruggono e rinascono, diffondendosi come metastasi. Un’invasione del nulla, contrastata solo da chi ha invece scelto di portare la sua vita qui, i suoi occhi, il suo corpo da frapporre alla violenza del rifiuto e dei respingimenti. Utopie in bilico sul vuoto ma più attive che mai, in grado di attraversare muri e fare giungere voci di ribellione dove ormai si parla d’altro. Voci da una frontiera che ora è diventata muta, mentre noi, qui, abbiamo distolto i nostri occhi a una pietà pelosa o a un altrove indifferente.

Il muro

Il tempo è umido e piovoso a Lesbo, solo un assaggio di estate il primo giorno, un tempo da mare, e ora invece è inverno. Se non diluvia si va in giro facilmente ma si prendono anche gli scrosci di pioggia, se ti trovi in fondo al molo del piccolo porto di Mitilini, la capitale dell’isola, con la Turchia a un passo. Guardi il mare che diventa nero, le luci di una motovedetta che rientra e pensi ad altro, pensi che stanotte non ci saranno arrivi. La pioggia può anche inzupparti i capelli, sai che hai una casa in cui asciugarti, questo è ciò che si pensa qui. In realtà però quel che pensi dipende da quale parte del muro stai, un alto muro invisibile che mi è apparso chiaro agli occhi appena ho messo piede in città. Un muro che divide mondi separati e ostili. Greci e turisti, seduti nei caffè, si godono il sole e la vista del mare mentre altre e altri, greci e internazionali, manifestano in piazza Saffo, proprio di fronte al porto, dove è stato indetto un presidio antirazzista: sono no-borders, femministe e transfemministe, anarchiche e anarchici, antifa. Da tutte le parti d’Europa, dalla Turchia, una rifugiata afgana che lavora col collettivo delle compagne, manifestano contro i respingimenti, messi in atto ai danni di chi cerca rifugio in Europa. Molta polizia dappertutto, agli angoli delle strade, e molti in piazza in borghese. Le sortite attraverso il muro sono frequenti e dannose. Ci teniamo d’occhio a vicenda, fingendo di ignorarci, come si usa in questi casi. Navi militari e motovedette ci guardano dal molo, proprio di fronte a noi c’è anche la Guardia di finanza italiana. È questa la collaborazione europea che funziona, quella degli accordi sulla pelle di chi chiede asilo. Questa forte presenza militare, sull’isola e nel mare azzurro e limpido, tranquillizza chi da casa o dalla strada attende alla sua vita quotidiana, trapassandoci con gli occhi. Si erge un muro che, attraversandolo con lo sguardo, permette di mettere a fuoco immagini di un quotidiano restituito alla “normalità”. Solo così la normalità può apparire, su questo schermo di ipocrisia e di disumanità. Si collabora fra bravi cittadini e forze dell’ordine, in svariate occasioni, specialmente quando c’è da rimettere al loro posto internazionali ficcanaso o, peggio, migranti. Dall’altra parte del muro invece non c’è collaborazione, ma esperienze di condivisione, quando non ci si incarta in settarismi, presenti anche qui. Condivisione di tempi, di intenti, di case anche, dove poter dare asilo soprattutto alle migranti, molto esposte a violenza, case e attività che si reggono su reti solidali tessute in ambienti antagonisti internazionali.

Una situazione che cambia in fretta

I progetti ancora attivi nell’isola tengono dietro a una situazione che sta cambiando in fretta. In particolare, da quando non ci sono quasi più arrivi a causa dell’intensificarsi dei respingimenti e da quando è scoppiato l’incendio nel campo di Moria ed è stato tirato su Moria 2.0, uno dei nomi che viene dato al nuovo campo. Da 20.000 che erano, le persone migranti sono ora poco più di mille e cento. Sistemate nei container invece che nelle tende, con i bagni che magari sono accessibili, ora che sono rimaste in poche. Le rovine del vecchio campo e della jungle, un uliveto di tende e ripari di fortuna che vi sorgeva a fianco, si stendono sulla collina, poco lontano. Qui, sul mare, non deve essere bello stare quando piove e tira vento, come avviene anche in questa parte dell’isola. Ma magari qualcuno può dire che questo campo è “meglio”, magari può dire che “la situazione è migliorata”, magari, a fronte di crescente repressione e negazione di diritti, c’è ora una cartolina da sventolare. Perché la repressione è forte e capillare è la militarizzazione del territorio. Presenza pressante di polizia, guardia costiera, esercito e non solo: puntati verso l’altra sponda di questo canale di mare, scopri carri armati o cannoni mimetizzati nella boscaglia. E nei pressi di uno di questi, sulla costa, terribile e oscena, una grande croce bianca, proprio dove tante volte sono approdati i migranti. Bandiere greche e icone in edicole tirate a lucido che guardano verso la costa nemica e verso il mare, che stanno anche loro di guardia. Il potere spirituale armato della forza militare e viceversa, si sostengono l’un altro amplificando la violenza del messaggio a chi arriva sfinito. Questa croce esprime forse cosa è diventata la Lesbo al di là del muro, un’isola che tradizionalmente votava a sinistra, che ha poi visto bande di neofascisti imperversare dappertutto, chiamate a raccolta nei momenti più difficili degli arrivi di migranti, e molte teste rasate e zelanti nazionalisti in circolazione ancora oggi. Gente che per il rogo del campo del settembre 2020 non è mai stata presa in considerazione, mentre marciscono in prigione sei afgani hazara, condannati a pene pesantissime solo con la testimonianza di un pashtun. Le teste rasate le abbiamo viste arrivare a tutta velocità vicino al vecchio campo, quando siamo andate a visitarlo. Nel silenzio, fra macerie lasciate lì incredibilmente come se tutto fosse avvenuto ieri, è spuntata una guardia da lontano. Abbiamo deciso che era prudente spostarci e andare verso la jungle ma appena scese il rumore di motori che imballano in salita ci fa spostare dal ciglio della strada. Due auto identiche, identiche anche nelle targhe illeggibili e nel contenuto di brutte facce dalle teste rasate. Ci passano accanto e ci squadrano, non sono passati più di dieci minuti da quando siamo state avvistate. Sarebbe potuta arrivare anche la polizia, come è successo ad altri, non so cosa sia meno peggio. In ogni caso, per il momento, desistiamo.

Moria

Abbiamo comunque avuto modo di addentrarci fra le rovine del campo e le emozioni sono fortissime. Tra alberi bruciati e qualche struttura in cemento ancora in piedi, una piccola cappella per esempio, muri rotti rivelano l’anima d’acciaio. Filo spinato dappertutto, anche quello con le lamette. E fiori, papaveri e margherite, la Grecia sa essere meravigliosa in questo periodo, profumo di rosmarino dai piccoli fiori viola, campanacci di capre che ci osservano dalla collina di fianco. Una macchia rossa, sulla strada d’accesso che si inerpica, proprio vicino a quel che resta dell’ingresso al campo. É una babbuccia. È ancora li, da quando? E più avanti c’è anche una ciabatta rosa, sempre da donna, e c’è una scarpa da bambino e ci sono altre scarpe da uomo rimaste tra vestiti e coperte bruciacchiate, e su muri scritte, e un grande cuore, e bandiere, e parole che non sappiamo decifrare, tranne una che indica il pane, che si cuoceva nel campo e fuori dal muro si vendeva. Alcuni alberi stanno provando a riprendersi, qualche ramo verde spunta dal nero, l’odore di bruciato, chissà come sarà stato forte, ora non si sente più. Se davvero restasse memoria impressa nei luoghi, cosa ci sarebbe in questo cemento, in questo filo spinato, in questi posti abbandonati come fosse ieri? Gli ulivi, le agavi che si fanno strada per dare vita al fiore che le farà morire, l’erba che cresce fra le macerie, cosa potrebbero ascoltare? Forse, la memoria disperata imprigionata da un muro e quella della pianta di rosmarino che è cresciuta proprio in quel punto potrebbero comunicare fra loro, l’una potrebbe trovare un tramite nell’altra. Io, intanto, cerco le parole che non ho per esprimerla la memoria di questi luoghi, e per farlo capisco che devo calmare la mente e il cuore, perché diventino un lago in cui questa realtà possa emergere esprimendo sè stessa.




Fonte: Zic.it