Ottobre 23, 2021
Da Il Manifesto
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Se non il maggiore fu senz’altro il più popolare dei romanzi dedicati alla Resistenza, L’Agnese va a morire della narratrice bolognese Renata Viganò (1900-1976), pubblicato da Einaudi per iniziativa di Natalia Ginzburg e, sottotraccia, di Italo Calvino, il quale recensendolo ipso facto sull’Unità del 4 agosto 1949 parlò di uno stile «limpido e preciso (…) un linguaggio secco e pulito, senza fronzoli e leziosaggini», il più adatto a quella che infatti definiva una «cronaca-romanzo». L’aveva scritta, raccontando la sua stessa vicenda di staffetta partigiana nelle Valli di Comacchio fra Argenta e Longastrino, la compagna di uno scrittore comunista oggi dimenticato, Enzo Meluschi (autore del notevole Pane, ’37, memore di Knut Hamsun), ispirandosi a sua volta a un classico della narrativa realista, La madre di Massimo Gorkij, doppiato al cinema dal capolavoro di Pudovkin.
Pensato quale documento umano e testimonianza di un evento collettivo, L’Agnese va a morire è scritto come una cantata popolare che sia insieme una preghiera dei morti. Ambientata nel ’44, l’inverno più terribile di guerra, fra nebbie e paludi, la vicenda di Agnese è di una donna in età, analfabeta, una semplice lavandaia di campagna che perde il marito, militante antifascista, a seguito di un rastrellamento tedesco e si vendica eliminando con le sue mani un soldato nemico: utilizzata da staffetta in una formazione partigiana alla macchia, la sua determinazione e una laconica saggezza le valgono presto la promozione a dirigente delle staffette medesime. Sguardi profondi, poche parole mormorate in dialetto sono i sigilli della sua profonda dignità, di un eroismo che non sa di essere tale né chiede mai ricompense: Agnese viene freddata a un posto di blocco «sola, stranamente piccola, un mucchio di stracci neri sulla neve», scrive Renata Viganò in un explicit di potenza epica.
All’apice della memoria antifascista come della fortuna elettorale del Pci, nel 1976, trascorso appena il trentennale della Resistenza, esce l’omonimo e bellissimo film di Giuliano Montaldo che può essere ritenuto un estremo bagliore del neorealismo: ora Massimo Recchioni (già noto per diversi contributi sulla Resistenza, fra cui Il Gobbo del Quarticciolo e la sua banda, Milieu 2015) dedica al film un corposo reportage dal titolo Una svedese in guerra La storia de L’Agnese va a morire (presentazione di G. Montaldo, Edizioni Solfanelli, pp. 189, € 18,00). Girato nei luoghi conosciuti dalla partigiana Viganò, fra Lugo, Bagnacavallo, Alfonsine, Comacchio, il colore dominante del film stinge e si intride del più classico biancoenero, in un clima di sole perpetuamente stanco e malato, di pioggia e neve, di acque cupe e limacciose. Si avverte in ogni immagine (e Recchioni ne fornisce una ricca documentazione anche orale) la forza che preme e lo sostiene dall’esterno, cioè la memoria antifascista che scaturisce dal basso, condivisa e protetta da un’intera società.
Gli stolti e gli ipocriti oggi fingono di no, ma forse vale ricordare che nell’Italia del ’76 l’antifascismo era ancora la pregiudiziale della democrazia e dunque gli ex- o neo- ovvero i post-fascisti erano ritenuti pericolosi e politicamente infetti. Fra una pletora di attori di prestigio (Massimo Girotti, Stefano Satta Flores, Michele Placido, Eleonora Giorgi, Ninetto Davoli) protagonista del film è una svedese che non ci aspetteremmo, già diretta da Bergman, Resnais, Visconti: l’algida e sofisticata Ingrid Thulin. Eppure, e fu subito chiaro, Ingrid è l’Agnese in persona. Silenziosa, ambisce a dire le sue poche battute in dialetto romagnolo, in brevi frasi masticate, è invecchiata, goffa negli abiti di un’umile lavandaia analfabeta e tuttavia, proprio lì, in quel mare di nebbia che si confonde alle acque, dentro tutto quel grigio di umidità e di morte incombente, Ingrid si accampa con la massima naturalezza e davvero giganteggia: il suo volto è intagliato nella fatica e nel dolore, l’umore è immutabile, lo sguardo è lancinante e proviene da un odio mortale. Vivo simbolo della determinazione e della dignità femminile, così è accaduto a Ingrid di ricordarla: «Agnese è una persona molto intuitiva, come tutti gli analfabeti che devono sempre intuire cosa vogliono gli altri perché non possono leggerlo. Le persone che non sanno né leggere né scrivere sono molto capaci di capire le altre persone. E sono anche molto attente, perché hanno paura di essere ferite».
Recchioni ricorda che il dvd del film si è reso disponibile soltanto nel 2020, segno chiaro del fatto che la pregiudiziale antifascista non è più di senso comune, anzi è ormai giudicata come manichea e anacronistica. Peraltro, se pure ha avuto per decenni un largo pubblico, L’Agnese di Renata Viganò non è mai stata particolarmente apprezzata da una critica che, più o meno apertamente, ha sempre detestato anche Uomini e no di Elio Vittorini e tutto ciò che quel titolo vuol dire. Molto singolare che, nella sua testimonianza allegata a Una svedese in guerra, debba essere Davoli a ricordarlo: «Eppure la storia è assolutamente chiara: qualcuno stava con i tedeschi e con i fascisti repubblichini al loro servizio. Gli altri, all’inizio pochi, ma col passare del tempo sempre di più, dalla parte giusta».




Fonte: Ilmanifesto.it