Dicembre 28, 2021
Da Il Manifesto
68 visualizzazioni


Difficile credere alle favole nel profondo est della Polonia. Con le sue torri merlate, il castello di Lublino che nasconde al suo interno anche uno stupefacente ciclo di affreschi gotico-bizantini nella Cappella della Santa Trinità, sarebbe il perfetto fondo fiabesco. «Io credo nel cambiamento ma bisogna darsi da fare subito per cambiare la realtà senza aspettare l’arrivo del principe azzurro. A quelli che cominciano a collaborare con noi dico sempre di andare a pescare dentro di sé qualcosa nella realtà polacca che suscita rabbia. Con il tempo questa negatività può essere trasformata in energia positiva».

Sono le parole di Anna Dąbrowska, leader dell’ong Homo Faber. Dąbrowska si è laureata in lettere presso l’Università cattolica Giovanni Paolo II di Lublino. Tra pochi mesi compirà quarant’anni. Ha un taglio di capelli sbarazzino, non le piace essere considerata la numero uno dell’organizzazione anche se è stata eletta volontaria dell’anno nel voivodato di Lublino ma preferisce mantenere un basso profilo: «Non abbiamo una struttura verticale. C’è bisogno di coordinare ma ognuno è artefice dei progetti a cui viene assegnato».

Fondata nel 2004, Homo Faber ha sede proprio a Lublino, una città storica di 300mila abitanti nel sud-est del paese e non troppo lontano dal confine con Ucraina e Bielorussia. Dąbrowska si sarebbe unita al gruppo di volontari, provenienti dalla sezione lublinese Amnesty International, l’anno successivo: «A quei tempi ero soltanto una studentessa, annoiata, in cerca di un progetto più preciso per la mia vita».

Homo Faber fa parte della rete «Grupa Granica» (Gruppo Frontiera), cerca di aiutare come può quei migranti finiti negli ultimi mesi nel limbo al confine bielorusso: «Mai come adesso hanno bisogno di aiuto. Di notte la temperatura scende fino a -16 gradi. Abbandonare degli esseri umani da soli in un bosco in questo periodo dell’anno significa condannarli a morte». Negli ultimi mesi Dąbrowska è stata chiamata a gestire situazioni molto difficili, vissute spesso con un senso di impotenza: «Una volta non siamo riusciti a soccorrere un attivista yemenita. Ci siamo dovuti fermare al check point delle forze di sicurezza, solo a pochi metri dal luogo in cui si trovava. Oppure è capitato che dovessi ritornare in un bosco nei dintorni di Biała Podlaska per comunicare ad un gruppo di migranti di non aver ottenuto le misure ad interim a favore dell’obbligo di assistenza per due di loro».

Homo Faber non è in contatto con ong bielorusse dall’altra parte del confine. Eppure, l’esperienza di Dąbrowska nell’organizzazione sembra essere legata a questo paese, soprattutto agli inizi: «Nel 2006 in collaborazione con Amnesty abbiamo messo in scena diversi happening in segno di solidarietà verso i manifestanti allora accampati in piazza Ottobre a Minsk contro il terzo mandato da presidente di Lukashenko. In una delle performance mi sono vestita da lui indossando una maschera con il suo volto. Abbiamo anche organizzato a Lublino una “marcia dei detenuti bielorussi” per esprimere la nostra vicinanza agli oppositori arrestati in quel periodo.

Grazie a queste iniziative ho ottenuto un divieto di ingresso in Bielorussia. Non so se è ancora valido». Sorride quando chiediamo di citare una figura femminile che ammira nel suo paese. «Difficile trovare degli esempi qui, e invece sono molte e si tratta quasi sempre di persone attive nelle ong. Ewa Maria Kulik-Bielińska della Fondazione Stefan Batory, impegnata negli anni Ottanta in clandestinità con Solidarność. E come lei tante altre”.

Non fa invece nomi di donne impegnate da una parte o dall’altra dello schacchiere politico nel suo paese. Naturalmente la nostra conversazione tocca la vita delle donne polacche. Da ottobre scorso l’aborto terapeutico è stato messo al bando con una sentenza del Tribunale costituzionale, sempre più filo-governativo dopo l’ascesa al potere della destra populista di Diritto e giustizia (Pis) nel 2015. «Homo Faber ha partecipato alle proteste nere degli ultimi anni. Abbiamo offerto consulenza legale alle donne arrestate durante i cortei e preparato un vademecum del buon manifestante».

Dietro alle proteste degli ultimi anni c’è l’impegno profuso dallo Sciopero nazionale delle donne» (Osk) di Marta Lempart, sempre in prima linea di fronte alla progressiva erosione del diritto di scelta: «Ci ha chiamati subito dopo aver sentito della crisi al confine, offrendoci il suo aiuto. Marta è una persona che ci mette la faccia e non ama essere ringraziata. Spesso, a contare prima di tutto, è la possibilità di mettere in mostra il simbolo della propria organizzazione. Soltanto dopo si discute delle modalità di aiuto. In molti timbrano il cartellino per ottenere visibilità. Marta invece non è affatto una persona così».

Ovviamente per le persone Lgbt non sono rose e fiori nella regione di Lublino, come del resto in tutto il paese. «Per due anni di fila nel 2018 e nel 2019 il sindaco di Lublino ha provato a vietare il “ corteo dell’uguaglianza”». In entrambi casi la decisione presa dal primo cittadino Krzysztof Żuk ufficialmente «per motivi di sicurezza» era stata poi annullata in extremis grazie alle sentenze d’appello. Dąbrowska sembra più determinata che mai a restare in Polonia: «Amo il mio paese e ho il diritto di criticarlo per renderlo un posto migliore in cui vivere per tutti. Di benzina e motivazioni per cambiare le cose ne ho ancora».




Fonte: Ilmanifesto.it