Marzo 10, 2022
Da Il Manifesto
244 visualizzazioni

Anche a causa della sua ambientazione urbana, nella Vita nova è scarsa la presenza della vegetazione e di ciò che può essere collegato al ciclo naturale delle piante. Con una significativa eccezione: l’associazione alla «primavera» del nome dell’amata del «primo amico» Guido Cavalcanti, principale destinatario del libello di Dante. Memore della famosa ballata dell’amico «Fresca rosa novella / piacente primavera», nella Vita nova la donna di Cavalcanti, Giovanna, è appunto detta «primavera» in ragione della sua bellezza, simile a quella che la natura assume in piante e fiori nella bella stagione per antonomasia. Giovanna «primavera» si configura come una potenza edenica mediatrice e trasfiguratrice che, analogamente a Giovanni Battista da cui deriva lo stesso nome di Giovanna, annuncia e conduce a un senso ulteriore di beatitudine la bellezza e l’amore. Senso ulteriore che a sua volta significa, secondo Dante, niente di meno che il nome di Beatrice.

A DIFFERENZA della Vita nova, nella Commedia la natura nelle selve, nelle foreste, nei boschi, nelle piante e negli alberi ha un ruolo più pregnante, a cominciare dal luogo nel quale Dante dichiara di essersi smarrito e da dove inizia il suo viaggio che lo condurrà nei tre regni ultraterreni. Con Le selve di Dante. Piante sacre e boschi fatali nella Divina commedia (Aboca, pp. 119, euro 14) Alberto Casadei ripercorre alcuni luoghi del poema in cui è presente la vegetazione e attraverso i quali l’autore suggerisce percorsi di senso che illuminano diversi aspetti dell’opera di Dante. I luoghi del poema in cui ha ruolo la vegetazione sono in genere liminari.

Luoghi che segnano o un ostacolo o una soglia trasformativa. Ad esempio, nella selva «selvaggia e aspra e forte» dell’inizio della Commedia è l’ostacolo a prevalere. Nel culmine edenico della «divina foresta spessa e viva» oltre la montagna del Purgatorio è invece la soglia trasformativa a imporsi. Ancora, nell’Inferno del bosco incantato dei suicidi, è di nuovo l’ostacolo a prevalere. Mentre nell’albero della vita menzionato da Cacciaguida nel Paradiso la mediazione trasformatrice della natura è addirittura trasfigurata dalla presenza di un «albero che vive de la cima».

Un aspetto importante, segnalato da Casadei, che differenzia i luoghi in cui boschi e piante significano prevalentemente un ostacolo, dai luoghi in cui significano accesso e trasformazione, è quello per cui i primi risulterebbero essere maggiormente caratterizzati dall’essere chiusi in un senso tutto allegorico. Mentre nei secondi, lo stesso senso allegorico tenderebbe a riaprirsi a referenti spaziali temporali specifici. In quest’ultimo caso l’allegoria sembrerebbe non voler rimanere a elaborare soltanto nel simbolico e nello spirituale, ma ritornare anche alla realtà concreta.

Ad esempio, per la «divina foresta» del paradiso terrestre, che a prima vista sembrerebbe essere esclusivamente un luogo simbolico e spirituale, Dante fornisce un paragone reale che contribuisce a raffigurare in tutta concretezza il bosco dell’Eden. Per Dante la divina foresta del paradiso terrestre è infatti come «la pineta in su ’l lito di Chiassi, / quand’Ëolo scilocco fuor discioglie».

AL CONTRARIO, per la selva dove si smarrisce all’inizio del suo viaggio, Dante non fornisce paragoni reali che aiutino a raffigurare in modo più specifico questo luogo. La «selva oscura» assume la funzione di significare prevalentemente una generale condizione spirituale peccaminosa la quale forse, proprio perché non paragonabile a luoghi di cui è stata fatta esperienza specifica, impedisce al poeta di ritrovare la «retta via».

In altre parole, qui l’oscurità non è soltanto mancanza di luce, ma anche impossibilità di immaginare attraverso luoghi reali come squarciare il blocco immaginativo nel quale Dante si è ritrovato. Non a caso Dante deve cominciare a ricorrere da qui all’aiuto dell’immaginazione di un altro poeta, Virgilio, che gli suggerisce di prendere un’altra strada. Nella selva «aspra e forte» persino gli animali che Dante incontra hanno un che di esclusivamente allegorico. Animali che più che dal bosco, sembrano venire fuori da un bestiario dal senso allucinato.

SEGUENDO LE SUGGESTIONI di Casadei, si potrebbe dire che per il poeta è l’Eden il luogo in cui si manifesta la sostanza reale della natura, la sua potenza rigenerativa primigenia, non completamente compromessa dal peccato originale. Per questo per Dante è cruciale riuscire a fare esperienza terrena della condizione edenica. Perché solo dopo aver perseguito questa, egli può sperare di meritare anche la beatitudine del cielo.




Fonte: Ilmanifesto.it