Gennaio 1, 2022
Da Il Manifesto
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Nell’inverno del 1885, per ovviare a una difficile situazione finanziaria, Robert Louis Stevenson accettava, su invito del suo editore Longmans, di scrivere uno shilling shocker, uno di quei racconti del mistero che si vendevano, appunto, per uno scellino (shilling). Traendo ispirazione da un incubo, concepì la storia del Dr. Jekyll e del suo alter ego Mr. Hyde, che ottenne un grandissimo successo e offrì al pubblico uno dei più fortunati miti dell’epoca tardo-vittoriana. Tra le icone durature di quel tempo, di cui la parabola di Jekyll/Hyde restituiva la fascinazione per l’abnorme, il conflitto tra apparenza e segreto e la combinazione di scienza e prodigio, compaiono anche l’ignoto assassino soprannominato Jack lo Squartatore, protagonista di una catena di crudeli delitti compiuti a Londra nel 1888, e l’Uomo Elefante, un individuo noto come un portento a tutta la società dell’epoca a causa della sua drammatica deformità.
A questo personaggio, che molti hanno conosciuto grazie al film di David Lynch apparso nel 1980, è dedicato ora il volume The Elephant Man – L’Uomo Elefante (a cura di Franco Lonati, Morcelliana, pp. 153, € 16,00), che raccoglie le pagine autobiografiche dell’Uomo Elefante stesso (il cui nome era Joseph Merrick) e le memorie del caso del suo medico curante e benefattore Frederick Treves, oltre a una serie di lettere e testimonianze dell’epoca e a un saggio storico-biografico del curatore del volume.
Se Jekyll/Hyde e Jack lo Squartatore sono due miti oscuri, simboli della doppiezza di una società che sotto una patina di rispettabilità e moralismo covava pulsioni malvagie, l’Uomo Elefante è invece il protagonista di una vicenda dai contorni di fiaba, che però insiste comunque (anche se in senso inverso) sul tema del doppio. Nato a Leicester nel 1862 in una famiglia modesta, Merrick dall’età di due anni cominciò a mostrare i segni di una malattia che gli deformava a poco a poco, in maniera vistosa, la testa e la pelle di buona parte del corpo. Terribili escrescenze ossee e cutanee gli fecero assumere un aspetto che ricordava vagamente quello di un elefante, ed egli, nelle memorie che scrisse per uno degli impresari che lo esibiva come «scherzo della natura», diede al suo disturbo un’origine dal sapore mitico: mentre era incinta di lui, la madre sarebbe stata spaventata e travolta da un elefante sfuggito a un circo. Precocemente orfano di madre e abbandonato dal padre, essendogli impossibile trovare un lavoro a causa del suo aspetto e delle menomazioni che la malattia deformante gli causava, Merrick si rivolse proprio a quei tenutari di esibizioni di freaks affinché lo mettessero in mostra a pagamento.
Fu in uno show di bizzarrie in quella Whitechapel che sarebbe diventata il teatro dei crimini di Jack lo Squartatore che il dottor Frederick Treves lo trovò, attirato lì da alcuni studenti che erano soliti frequentare l’esibizione. Treves, chirurgo e docente di anatomia del London Hospital Medical College, destinato a una carriera che lo avrebbe portato a diventare il medico della famiglia reale, fu stupefatto dal caso dell’Uomo Elefante e volle esaminarlo. Nelle sue memorie, accentuando il lato patetico della storia, riporta il proprio sgomento per le condizioni inumane in cui il povero sventurato era costretto a esibirsi. Prima di lasciarlo andare, Treves consegnò un biglietto da visita a Merrick e fu proprio quel biglietto che, tempo dopo, permise a quest’ultimo di tornare a chiedere aiuto al dottore. Gli spettacoli di freaks erano stati nel frattempo proibiti a Londra e gli impresari inglesi l’avevano ceduto a un omologo austriaco che aveva portato Merrick a esibirsi in Belgio. Lì l’Uomo Elefante era stato derubato dei suoi pochi risparmi e costretto a ritornare fortunosamente in Inghilterra evitando l’ostilità della gente che incontrava. Treves l’aveva allora preso sotto la sua ala protettrice e gli aveva dato ospitalità in un paio di stanze del London Hospital, dove poi, grazie a una sottoscrizione pubblica con cui erano stati raccolti i fondi necessari a pagare la sua lunga degenza, aveva finito per stabilirsi. Quelle due stanze erano la prima vera abitazione di Merrick da quando si era allontanato dalla famiglia, il primo luogo dove si sentisse al riparo dal ribrezzo che accendeva nello sguardo delle persone.
Visitandolo regolarmente, Treves aveva a poco a poco scoperto in Merrick, a dispetto della sua esistenza difficile – gravata dai disagi della malattia, senza mezzi né amici o affetti – un animo sensibile, gentile e incline all’immaginazione e alla fantasia. Al London Hospital, Merrick si dedicò intensamente alla lettura, vagheggiava come un sogno impossibile una vita da dandy carezzando un nécessaire di utensili da viaggio in argento che gli erano stati regalati da un benefattore. Il suo caso aveva addirittura suscitato l’interesse della principessa del Galles, futura regina Alessandra, che gli aveva fatto visita. Si era poi guadagnato l’amicizia dell’attrice Madge Kendal, che aveva esaudito il suo desiderio di assistere a una rappresentazione teatrale. La moglie di un parlamentare gli offrì la sua tenuta di campagna perché potesse trascorrere alcune settimane nella natura, libero da sguardi indiscreti e ostili.
Se il Mr. Hyde di Stevenson era un concentrato di puro male che suscitava in chi si imbattesse in lui una sensazione di deformità non legata a nessun particolare dettaglio della sua fisionomia, Merrick al contrario sapeva far trapelare la propria anima candida anche al di là delle sembianze mostruose. «Lo spirito di Merrick» scrisse Treves «se si potesse vedere in forma fisica, assumerebbe le fattezze di un uomo aitante ed eroico, dalla fronte liscia e dalle braccia forti, e con occhi scintillanti di impavido coraggio». Una purezza, quella di Merrick, capace di risaltare anche dietro la sua sfortunata maschera, che tuttavia, a poco a poco, divenne sempre meno ripugnante agli occhi di chi lo incontrava.
E questa parabola perfetta di accettazione, di liberazione dai lacci di una condizione apparentemente inaggirabile, non sarebbe svanita nel nulla dopo la sua fine precoce. Nella seconda metà del Novecento, infatti, l’Uomo Elefante è diventato una sorta di icona pop oggetto di un culto alimentato non solo dal film di Lynch, ma anche da pièce teatrali (interpretate da star come David Bowie e Mark Hamill), biografie, studi e romanzi. Si diffuse anche la voce che Michael Jackson, ossessionato dalla storia di Merrick, avesse fatto numerose offerte al museo del Royal London Hospital per aggiudicarsi il suo scheletro.
Il destino postumo dell’Uomo Elefante sembra averlo portato ancora una volta di fronte all’attenzione del pubblico come individuo eccezionale, mentre la sua fine, avvenuta nel 1890 all’età di soli ventotto anni, aveva rivelato, in realtà, il semplice desiderio di essere come tutti. Merrick morì per una dislocazione cervicale causata dall’enorme peso della sua testa deforme: per una volta, invece che dormire seduto con il capo appoggiato alle ginocchia come era solito fare per scongiurare problemi al collo, si era addormentato coricato, quasi dimenticando la propria fragilità, come un uomo qualunque.




Fonte: Ilmanifesto.it