Novembre 21, 2020
Da Oltre Il Ponte
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Sono passati ormai 50 anni dalla strage di Piazza Fontana e dall’assassinio di Pino Pinelli, eppure ci sono particolari, connessioni che non sono mai state debitamente messe in evidenza. Storie da conoscere, per comprendere meglio il presente.

Alcuni anni prima dell’inizio della cosiddetta “Strategia della tensione” l’Alto Adige fu a tutti gli effetti un laboratorio, una palestra in cui lo Stato mise alla prova tecniche di controguerriglia, spionaggio, infiltrazione, utilizzo di neofascisti nella “guerra non convenzionale” contro i militanti del Befreiungsausschus Südtirol [BAS].

Molti dei protagonisti ed esecutori della cosiddetta “strategia della tensione” si “fecero le ossa” in Alto Adige, negli anni Sessanta. Fra loro ricordiamo Amos Spiazzi, il colonnello Angelo Pignatelli, Silvano Russomanno e il Questore di Bolzano (negli anni Sessanta, poi passato a Milano) Ferruccio Allitto Bonanno.

Esiste un filo rosso inquietante che collega le vicende legate alla lotta contro l’irredentismo sudtirolese degli anni Sessanta alla strage di piazza Fontana ed alle successive vicende che ne scaturirono.

Grazie al libro “Pinelli: la finestra è ancora aperta”scritto da Gabriele Fuga ed Enrico Maltini per le edizioni Colibrì nel 2017,  è stato possibile ricostruire ed evidenziare uno dei fili che collega i fatti avvenuti in Alto Adige con l’inizio della cosiddetta strategia della tensione. Un filo la cui consistenza è qui brevemente e superficialmente raccontata, ma che meriterebbe senz’altro maggiori approfondimenti ed uno studio sistematico che ad oggi purtroppo manca.

Un uomo chiave per comprendere quali personaggi agivano allora nella questura di Milano è senza dubbio Silvano Russomanno, del quale devono essere ricordati alcuni dati biografici: nato a Reggio Calabria nel 1924, nel corso della seconda guerra mondiale venne arruolato nel 51° Reggimento Fanteria con sede a Perugia. In seguito all’8 settembre venne catturato dai tedeschi ed aderì alla Repubblica di Salò venendo assegnato come volontario al 373° Battaglione Flak, quindi a un battaglione nazista. Nel maggio 1944 fu inviato in Cecoslovacchia e impiegato nel 133° Battaglione Misto Flak alla difesa antiaerea; nel luglio dello stesso anno fu trasferito con lo stesso Battaglione a Deep sul Mar Baltico. Nel febbraio 1945, ritornato in Italia, fu destinato col 456° Battaglione Rovereto e alla fine di aprile fece ritorno a Correggio [RE]. Il 20 luglio dello stesso anno venne catturato dagli Alleati e internato a Coltano [PI] mentre nell’ottobre seguente venne rimesso in libertà.

Dopo la guerra, durante la quale mentre prestava servizio nella Wehrmacht, imparò il tedesco, si laureò in Giurisprudenza entrando in polizia nel 1950, in servizio nella sede di Merano. Dal 10.9.1953 al 16.9.1954 dirige il settore della polizia di Frontiera di San Candido. Successivamente, fino al 11.3.1960, dirige il settore Polizia di Frontiera di Tarvisio, data dalla quale, sino al 19.12.1960 assume la dirigenza del Commissariato di P.S. di Bressanone. Nello stesso mese Silvano Russomanno, che ha raggiunto ormail il grado di Commissario Capo, viene trasferito da Bressanone al Ministero dell’Interno ed assegnato all’Ufficio Affari Riservati del Viminale, erede spirituale e materiale dell’OVRA fascista, ove inizialmente svolge compiti di funzionario addetto alla 2° e 4° sezione.

Silvano Russomanno in una foto d’archivio

In questi anni Russomanno matura una conoscenza approfondita della situazione altoatesina, infatti dopo i noti fatti del giugno 1961, conosciuti come “la notte dei fuochi”, proprio lui venne inviato a Bolzano per alcuni mesi, con non meglio precisati incarichi di antiterrorismo anche al di là della frontiera del Brennero.

In seguito alla Notte dei Fuochi l’Alto Adige venne messo in stato d’assedio, migliaia di militari vennero inviati in Provincia, in alcune zone venne imposto il coprifuoco, negli interrogatori dei militanti arrestati venne fatto ampio uso della tortura e due militanti del BAS, Franz Höfler e Anton Gostner, morirono in seguito alle torture che subirono da parte dei Carabinieri. I militi dell’Arma responsabili delle torture vennero denunciati dagli arrestati ma il processo che ne seguì non portò a nessuna condanna, anzi, l’allora generale dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo (già a capo fino al 1962 del Servizio Informazioni Forze Armate-SIFAR), in seguito coinvolto in piani golpisti nonché esponente del partito neofascista Movimento Sociale Italiano [MSI], conferì loro onoreficenze per “l’impegno esemplare prestato nel corso del servizio”.

Nel giugno 1964, dopo altri attentati commessi in Alto Adige, Russomanno venne inviato a Colonia allo scopo di iniziare la collaborazione col Servizio Federale del settore antiterroristico. Federico Umberto D’Amato il 10 maggio 1965 venne nominato direttore della 4° Sezione della Divisione Affari Riservati, competente nella materia del separatismo e terrorismo.

La figura di Russomanno e quella dell’allora questore di Bolzano, Ferruccio Allitto Bonanno, vennero considerati i registi dell’operazione di polizia in cui l’infiltrato nei BAS Christian Kerbler, uccise Amplatz e tentò di uccidere Georg Klotz, in un baita sopra Saltusio, in Val Passiria.

Molto ci sarebbe da scrivere e molto c’è ancora da sapere sull’operato dei servizi e delle forze dell’ordine italiane in Alto Adige in quegli anni, ma qui ci interessa evidenziare il filo che collega le vicende altoatesine con l’inizio della strategia della tensione ed ecco ricomparire Russomanno, riconosciuto a livello europeo come “specialista” di temi legati al terrorismo, sui quali tiene corsi di aggiornamento per i servizi di mezza Europa.

In un saggio di Russomanno sul “terrorismo” scritto, a suo dire, prima della bomba di Piazza Fontana, l’agente dell’Ufficio Affari Riservati si dilunga in analisi il cui obiettivo di fondo è sminuire l’attività della destra, additando allo stesso tempo gli anarchici come il maggiore pericolo pubblico per la sicurezza in Italia nel periodo. Siamo nel 1969, ed il 25 aprile dello stesso anno esplosero delle bombe alla Fiera Campionaria (in seguito venne accertato come gli autori fossero i neofascisti di Ordine Nuovo Franco Freda e Giovanni Ventura) per le quali le indagini presero subito la direzione degli anarchici. Il commissario Calabresi, già ridenominato “commissario finestra”, insieme ad altri agenti della polizia politica si rese responsabile di efferate violenze, minacce e torture ai danni di numerosi giovani anarchici arrestati fra cui il bolzanino Paolo Faccioli, il livornese Paolo Braschi e Angelo della Savia, a cui, dopo giorni di violenze, vennero estorte dichiarazioni in cui “confessavano” la paternità degli attentati.

Qui vennero poste le basi e fatte le prove generali per la strategia messa in atto pochi mesi dopo. Il 12 dicembre 1969 a Milano una bomba esplode presso la banca dell’agricoltura, in piazza Fontana: rimangono uccise 17 persone e altre 88 vengono ferite. Le indagini, sebbene non ci siano prove o indizi di nessun tipo, vennero indirizzate, ancora una volta, contro gli anarchici; decine di giovani e meno giovani militanti vennero rastrellati dagli agenti della Questura di Milano e sottoposti, ancora una volta da Calabresi e i suoi colleghi, a violenze, torture e minacce. Il 16 dicembre seguente, nel corso dell’interrogatorio, dal terzo piano della Questura di Milano, l’anarchico Pino Pinelli muore precipitando dalla finestra.

Il giorno dopo, in una conferenza stampa improvvisata, l’allora Questore di Milano Marcello Guida, già direttore del confino fascista di Ventotene, affermò: “Vi giuro, non lo abbiamo ucciso noi…”.

Fino a qui è storia più o meno conosciuta. Solo il ritrovamento dell’archivio della divisione ufficio affari riservati nel 1996 permise di ricostruire per intero la vicenda e colmare le infinite zone d’ombra che oscuravano la vicenda relativa alle bombe di piazza Fontana e alla morte di Pinelli.

Già il 13 dicembre infatti, gli uomini di Federico Umberto D’Amato, capo dell’Ufficio Affari Riservati, piombarono alla Questura di Milano prendendo in mano le indagini e gli interrogatori dei fermati. Fra le (almeno) 14 persone dipendenti direttamente dal Ministero dell’Interno presenti in quei giorni in Questura a Milano, ecco nuovamente Silvano Russomanno, amico del capo dell’Ufficio politico di Milano Antonino Allegra. L’ex repubblichino, insieme agli altri uomini dei servizi in missione riservata, prese in mano la situazione, con gli agenti dell’Ufficio politico di Milano che per motivi gerarchici, obbedirono agli ordini. Russomanno si rese responsabile di gravi depistaggi e non è difficile immaginare che ruolo l’ex repubblichino possa avere avuto nell’interrogatorio che portò alla fine di Pinelli. In un documento datato 18 dicembre 1969 (due giorni dopo la morte del ferroviere anarchico) lo stesso Russomanno, nel tentativo di giustificare il suo “Suicidio”, attribuiva a Pinelli la responsabilità di attentati compiuti l’8 agosto precedente su due treni.

La riservatezza di tale missione è confermata dal fatto che durante i processi la loro presenza non emerse fino al ritrovamento dei documenti conservati nell’archivio della via Appia, nel 1996. Nei processi relativi alla morte di Pinelli, gli agenti della Questura di Milano, fra cui Calabresi, per coprire e negare la presenza degli uomini dei servizi, si contraddissero infatti innumerevoli volte.

La sua attività negli apparati più riservati dello Stato continuò indisturbata negli anni più caldi del conflitto sociale in Italia. La carriera proseguì tanto che nel 1973 venne chiamato a rappresentare la polizia italiana nelle sessione del comitato speciale della NATO per le questioni del terrorismo a Bruxelles. Il 4 gennaio 1978 gli vennero conferite le funzioni di Ispettore Generale. Nel’ambito dell’inchiesta su Piazza Fontana Russomanno, insieme al vice capo dell’Ufficio affari riservati Elvio Catenacci e altri funzionari, viene accusato di aver occultato prove alla magstratura.

La prima volta in cui Russomanno dovette rispondere in un aula di Tribunale della sua attività fu nel 1997 quando nel corso dell’interrogatorio mentì spudoratamente sulla propria attività e sulle proprie responsabilità, nulla di cui stupirsi.

Perchè è importante conoscere questa storia?

É significativo sapere che nel dicembre 1969, nella Questura di Milano diretta dall’ex direttore del confino fascista di Ventotene Marcello Guida, un ex repubblichino conosciuto per le sue simpatie naziste come Silvano Russomanno, fu protagonista degli estenuanti interrogatori a cui fu sottoposto l’anarchico, nonché ex partigiano, Pino Pinelli ed altri arrestati. Una piccola cartina tornasole che restituisce il clima allora esistente all’interno degli apparati repressivi dello Stato e che entra in una “tradizione” nazionale che trova le ultime appendici più conosciute nelle torture ai manifestanti durante il G8 di Genova, ma non solo. La vicenda di Stefano Cucchi o Federico Aldrovandi (solo per citare due fra le decine di casi conosciuti) dimostra inoltre il clima omertoso esistente all’interno degli apparati repressivi, così come emerge dalle recenti vicende intorno alla caserma dei carabinieri di Piacenza o nell’omicidio di Serena Mollicone , per citare i casi saliti recentemente agli onori delle cronache. Vicende che hanno trovato notorietà solo grazie all’ostinato coraggio di donne come Ilaria Cucchi o parenti ed amici indomiti. Ha senso parlare di mele marce? Ha senso parlare di Servizi deviati? O si tratta piuttosto di conseguenze inevitabili di un sistema? Nessuno Stato permette a una propria parte di agire fuori dal proprio controllo così come ogni carabiniere agisce sempre con l’appoggio più o meno esplicito, dei propri superiori. Ciò è storicamente avvenuto ed avviene tutt’oggi grazie alle ampie coperture politiche di cui certi settori dello Stato possono godere e del totale senso d’impunità che li accompagna.

La figura di Russomanno è esemplare in tal senso; dimostra inoltre la continuità del fascismo nelle istituzioni repubblicane e di come esse si mostrarono ampiamente tolleranti nei confronti di fascisti e nazisti più o meno ex, mentre assai più decisa fu la repressione nei confronti dei partigiani insoddisfatti del nuovo corso democratico, che tanto assomigliava a quello precedente.

Uno spaccato delle tensioni e dei personaggi che attraversarono questa provincia di confine, dove le tensioni etniche vennero utilizzate, fomentate e sfruttate per sperimentare nuove tecniche militari in vista di possibili svolte autoritarie, assolutamente non lontane dalla realtà visti i progetti golpisti del 1964 “Piano Solo” e quello del 1970, anche questo, guarda caso, sotto la supervisione di un altro collaborazionista nazista e ufficiale militare della Repubblica di Salò, come il principe Junio Valerio Borghese.

Ancora una volta, come avvenuto durante il Ventennio fascista, per lo Stato le politiche contro le minoranze linguistiche e le loro espressioni politiche, diventarono una palestra in cui sperimentare provvedimenti e tecniche da estendere successivamente sul piano nazionale.




Fonte: Oltreilponte.noblogs.org