Settembre 17, 2021
Da Finimondo
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Negli sperduti villaggi tra le foreste di quel territorio sconfinato, a cui i re diedero il nome di Inghilterra, si decantavano le misteriose proprietà del Taxus Baccata o più comunemente detto albero della morte.
Il viandante che, estraneo alla sua forma, si coricava tra le sue radici, all’ombra delle sue fronde, si addormentava per l’ultima volta, respirando l’aria velenosa delle sue esalazioni. Custode della morte i Celti seppellivano i cadaveri presso le sue possenti radici. Non solo provavano un profondo rispetto nei confronti della sua atavicità, ma è dai suoi rami che gli indigeni ricavavano le armi con cui portare i propri nemici al cospetto dell’eterno sonno. Il suo legno flessibile all’esterno, rigido e resistente all’interno era il più adeguato alla costruzione di lunghi e possenti archi. Ogni arciere che si rispetti, modellava da sè il proprio arco a partire dalle dimensioni e dalla sensibilità del proprio corpo. Grazie alla lunga gittata del suo longbow (arco lungo), era in grado di colpire con i suoi dardi letali i propri bersagli anche da grandi distanze. Un’arma alla portata di chiunque, non solo ai tempi, in tutto il continente era molto più frequente imbattersi nei possenti alberi della morte, da cui legno ogni contadino era in grado di intagliare il suo arco, ma anche per la versatilità dell’arma. Ogni arciere traeva la sua forza, non dalla grandezza dei suoi muscoli o da qualche sua predisposizione innata, ma dall’abilità con cui era in grado di affinare il suo sguardo, dalla destrezza con cui era in grado di scoccare le sue frecce, dalla velocità del suo piede, dalla dimestichezza con cui era in grado di orientarsi sul terrirtrio: talenti acquisibili tramite un allenamento costante, da chiunque lo desiderasse con determinazione. Individui con tali capacità erano di certo temibili per i potenti che avessero avuto l’intenzione di soggiogarli. Rifuggendo lo scontro diretto, affidandosi alla furtività, pochi di questi guerrieri erano in grado di sconfiggere nemici più numerosi e più pesantemente equipaggiati. Nascosti tra le ombre dei boschi, non potevano esser visti dagli eserciti invasori, che, incapaci di scorgerne la posizione, soccombevano sotto il caotico sibilare delle frecce. In gruppo o anche soli, scaltri nel riconoscere i movimenti del nemico, erano in grado di disperdere gli incursori, impotenti a confronto con le loro frequenti imboscate.
Come i più vitali abitanti delle foreste, non è nelle intenzioni di chi scrive appisolarsi nella soporifera quotidianità di questo mondo, dove il desiderio di avventura e la bellezza della vita scompaiono sotto la coltre anonima dei bisogni omologati in serie. Tutto ciò che serve lo si può trovare in sé stessi, ma è solo portando sé stessi, con le proprie azioni, nel mondo che si potranno aprire spiragli libertà. Chi si addormenta adagiandosi nella propria nicchia, incurante dell’ambiente in cui si trova, non si rende neanche conto di essersi già accomodato nella propria tomba. Un appartamento di città, quanto un rustico di campagna sono entrambi luoghi in cui, in tempi brevi, è alto il rischio di cominciare a decomporsi. La differenza è tra un loculo e un mausoleo.
Il ristoro, nutrire il corpo quanto lo spirito, è fondamentale, dal momento che ti permette di intraprendere un nuovo viaggio. Ma riempirsi la pancia per quanto possa essere buono e salutare il cibo di cui ci si alimenta, se non è seguito da uno sforzo passionale, porta all’indigestione e alle notti insonni. Gli incubi tormentosi hanno la meglio solo nel momento in cui si rinuncia a vivere i propri sogni e ci si limita a contemplarli.
Per questo si è scelto di modellare il proprio arco con questo legno velenoso. Perché è della stessa materia resistente che sono temprate le idee di chi scrive. Così come ogni arciere dà forma al proprio arco sulla base delle dimensioni del proprio corpo, così i pensieri sono levigati nella ricerca di combaciare con l’archetipo dell’autonoma personalità.
Il continuo affinamento dello strumento va di pari passo con il suo costante utilizzo. La tensione che si accumula giornalmente, critici in un mondo di oppressione e miseria, la si riflette sulla corda del proprio strumento di vendetta, per poi scaricarla al momento più opportuno verso i responsabili del proprio malessere, godendo nel momento del suo rilascio. Così come ogni proiezione imprime la sua forza sul legno ampliandone la curvatura, ogni scoccata è in grado di affinare in meglio la precisione dell’attacco. Perché è con ardenti dardi che si desidera colpire i propri bersagli, all’ombra delle foreste, anche dalle più grandi distanze, portando il caos tra le forze della pacificazione.
Albero portatore di morte è vero, ma allo stesso tempo portatore di nuova vita. Come individui ostinati a non voler rinunciare ad una vita selvaggia si considera naturale pensare che è solo attraverso la fine di ciò che è vecchio, che può nascere qualcosa di nuovo. Sopravvivere non sempre è preferibile a morire, se questo porta ad essere sommersi da un’anonima e monotona esistenza. Vivere vuol dire accettare anche la consapevolezza della finitudine, la consapevolezza del rischio, in grado di rendere intriganti le proprie avventure tra le intricate selve dell’anarchia.



[Dardi, foglio anarchico aperiodico, n. 1



Fonte: Finimondo.org