Marzo 18, 2022
Da Il Manifesto
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«La scrittura è una forma di tradimento. Diventare scrittori è il destino dei colpevoli. Forse stavo anticipando un momento inevitabile, quello in cui i miei personaggi non avrebbero più sopportato quello che scrivevo di loro. E così mi sono svegliato con in bocca il sapore acido di una premonizione», scrive il narratore de La famiglia Martin (pp. 240, euro 17), spingendo oltre i limiti della verosimiglianza l’identificazione della voce narrante con quella di David Foenkinos – il cui ultimo libro esce in Italia presso Solferino nella traduzione di Sonia Folin.

Secondo un tarlo non nuovo alla sua poetica, il romanziere francese prova a mettersi in scena in un romanzo che parla della mancanza di ispirazione. La storia, in prima persona, debutta grazie alla scelta di cominciare il racconto la mattina di una giornata qualunque, grazie all’incontro con la prima persona che vede uscendo di casa. L’incontro avviene con Madeleine Tricot, ex sarta di Karl Lagerfeld, affetta dal morbo di Alzheimer. La donna porta con sé il resto della famiglia Martin (dal nome di René, il marito defunto) e in particolare sua figlia, Valérie Martin, un’insegnante di storia e geografia.

Lo scrittore francese David Foenkinos

In base alla convenzione, più volte espressa nel romanzo, che gli esseri umani siano un compendio di autofiction, le vicende della famiglia Martin si impongono nel progetto del romanzo con una ricchezza di sfumature tale che si è portati a credere che il mestiere dello scrittore si limiti a scegliere cosa riportare. E ad assumersi il rischio di tradire tramite l’arte del raccontare: «Dopo pochi minuti avevamo entrambi, credo, dimenticato le circostanze del nostro incontro. Questo conferma una cosa ovvia: alla gente piace parlare di sé. Un essere umano è un concentrato di autofiction. Vedevo Madeleine illuminarsi all’idea che qualcuno si interessasse a lei. Da dove potevamo cominciare? Non volevo assolutamente orientarla nella gerarchia dei suoi ricordi».

I ricordi di Madeleine si mescolano alle vicende quotidiane della famiglia Martin, suggendo da quella normalità che passa dall’essere al limite del banale alla tragedia della normalità. Il compromesso di verosimiglianza con le lettrici e i lettori pende decisamente per il vero, tramite l’escamotage di seminare qua e là alcune informazioni personali circa la vita privata dell’autore. Tuttavia, questa insistenza ci avvicina alla convinzione contraria: che tutto sia inventato o quasi, e che questi sforzi di simulazione siano il merito del romanzo.

Il suo testo esordisce in prima persona, con una voce narrante che vaga attraverso il XVII° arrondissement di Parigi in cerca di personaggi, alla ricerca di soggetti d’ispirazione. Lei scrive: «Ho pensato che qualsiasi racconto vero sarebbe risultato più coinvolgente. Qualsiasi esistenza che non fosse frutto di una finzione». È andata veramente così?
Questa è una domanda che mi è stata fatta spesso, ed è normale perché tutto il libro si basa su questa domanda: è vero, è falso? Questo libro è davvero un romanzo ludico sul tentativo di uno scrittore di scrivere di persone reali, e di ritrovarsi alla fine «malmenato» proprio da loro. È il contrario di Pirandello. Il libro avrebbe potuto intitolarsi: «Uno scrittore in cerca di personaggi»… Ma il punto di partenza è proprio questo: uno scrittore che non ne può più della fiction dice a se stesso che può andare per strada e fermare la prima persona che incontra, e che qualunque cosa accada ciò sarà un romanzo. È vero! Ogni vita raccontata può essere un romanzo. Ecco quindi una sfida che questo scrittore si pone.

La storia di Madeleine Tricot e della famiglia Martin vuole essere una storia «vera», che si dipana però nell’universo della letteratura che è per antonomasia regno della finzione. Come coesistono nel suo libro verità e finzione?
Adoro l’idea che il lettore non sappia cosa è vero e cosa non è vero in questo romanzo. Questo libro è giustamente un divertissement sulla creazione. Quando il libro è uscito in Francia, durante tutte le trasmissioni e le interviste ho continuato a rispondere ripetendo che era tutto vero. Mi è piaciuto vedere le reazioni. Alcuni dubitavano, altri ci credevano. Sempre più film sono preceduti dalle parole «basato su una storia vera», ma si potrebbe mettere in dubbio la verità di questa affermazione. Quindi il mio romanzo è «forse» basato su una storia vera.

Leggendo il suo libro si intuisce che per la voce narrante la scrittura non rappresenta né un atto terapeutico né salvifico. Al contrario, scrive chiaramente che l’incubo causato dal biasimo dei personaggi nei confronti della rappresentazione autoriale rivela il tradimento e una speciale «colpa» dello scrittore. Cosa intende?
Prima di tutto, questo romanzo racconta in modo classico la vita di una famiglia e le sue avventure. Mi permette di affrontare molti temi, come la vecchiaia, le molestie sul lavoro o il logorio della vita di coppia. Attraverso questa famiglia, riflettiamo su molte questioni moderne. Ma questo libro è anche il laboratorio di scrittura del romanzo stesso, poiché il narratore esprime costantemente il suo punto di vista su ciò che vede. La scrittura può fare bene o male, a seconda dei soggetti. Siamo più nel cuore di uno scrittore che spera costantemente che ciò che questa famiglia sta per vivere sia interessante. Egli pensa più al suo romanzo che a quello che i personaggi stanno attraversando. In questo senso, può sentirsi in colpa. In pratica, sarebbe disposto a pensare che essi devono passare attraverso qualche disgrazia o sofferenza per rendere il suo libro più emozionante. È un vampiro della realtà.

Questo non è il suo primo libro in cui le note a piè di pagina significano qualcosa di ulteriore rispetto a quanto spiegano. Esse sembrano rappresentare la cifra del rapporto che vuole instaurare con i suoi lettori. In un romanzo cosa rappresenta per lei questa modalità solitamente propria della saggistica?
Adoro le note a piè di pagina. Prima di tutto, mi eccita visivamente. Lo trovo molto sensuale sulla pagina. Ma si tratta anche di un espediente per sottolineare la presenza del narratore, e quindi per raggiungere il lettore. Mettersi in comunicazione con lui. Questo romanzo è un’avventura comune che condivido con il lettore perché scrivo il libro davanti ai suoi occhi. Scopro i fatti in tempo reale.

A prima vista I suoi personaggi non hanno nulla di straordinario, fino al giorno in cui rivelano che anche ciò che può sembrare banale non impedisce di essere tragico per chi lo vive. Come, in quanto scrittore, riesce a cogliere questo inatteso?
È tutta una questione di prospettiva. Tutti sono potenzialmente interessanti. Una donna di 82 anni che perde la memoria è sconvolgente. Un adolescente che non sa cosa diventerà è anche molto commovente. C’è un romanzo in ogni vita umana. Dopo la pubblicazione di questo romanzo ho iniziato a ricevere messaggi su Facebook in cui la gente mi racconta la propria vita. La letteratura è ovunque.




Fonte: Ilmanifesto.it