Giugno 20, 2021
Da Le Maquis
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Casa editrice V. Bompiani & C. , Milano, 1973, p. 164

Napoli, terra di fantasia, non poteva sottrarsi alla creazione di un mito. Bisognava dare un cliché alle Quattro Giornate per spiegare al mondo come una città, nel mezzo del ventesimo secolo, aveva potuto liberarsi di un esercito agguerrito con un’azione impostata sui moduli del Risorgimento: barricate, colpi di mano, armi di ogni tipo, carenza di comandanti e di strategia. Improvvisazione, insomma. Ecco allora sbocciare la leggenda dello “scugnizzo”, il tipico ragazzetto partenopeo raffigurato come in certi guazzi dell’Ottocento, sporco, scarmigliato, scalzo, spavaldo e furbissimo. In verità, i protagonisti delle Quattro Giornate napoletane non furono soltanto gli scugnizzi. Il merito va ripartito equamente: gente che non aveva mai visto un’arma, soldati abbandonati dai comandanti, intellettuali, studenti e operai, piccola borghesia travolta dalle circostanze, donne e religiosi. Qualcosa di profondo era maturato nelle coscienze dei napoletani: la presenza di un antifascismo militante, per esempio, costituì un elemento non trascurabile. L’opposizione napoletana al nazifascismo durò nel complesso ventitré giornate, dal 9 settembre (1943) al 1° ottobre, e sette di esse furono macchiate da molto sangue (il 9, appunto, il 10, domenica 12, e le ultime quattro). Da dove era scaturita questa volontà di combattere? Certo, gli stimoli della miseria, della paura, della fame avevano agito attivamente sui napoletani negli anni di guerra ma non bisogna dimenticare la tenace e ramificata azione ideologica dell’antifascismo.

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Fonte: Lemaquis.noblogs.org