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Per la terza volta da dicembre presidio (e poi corteo) durante il Senato accademico: l’Università “interrompa le relazioni con università, aziende e istituzioni israeliane”, chiedono Giovani e Palestina (Gep) e Giovani palestinesi d’Italia (Gpi), che su questo hanno presentato una mozione e aperto una petizione. Ma per l’Ateneo la questione sollevata “non è un problema”.

21 Giugno 2022 – 18:36

Su iniziativa di Giovani e Palestina (Gep) e Giovani palestinesi d’Italia (Gpi) si è svolto oggi un terzo presidio sotto il Senato accademico, in piazza Scarvilli, “per sostenere la necessità di interrompere le relazioni con le università, le aziende e le istituzioni israeliane”. Così i promotori della manifestazione ripercorrono le tappe precedenti: “All’interno della campagna Student* contro l’apartheid promossa dai Giovani Palestinesi d’Italia e Giovani e Palestina nell’autunno 2021 si è avviato un percorso per chiedere l’interruzione dei rapporti tra Università di Bologna e il regime sionista. Varie realtà e soggettività bolognesi hanno intrapreso questo percorso che ha avuto come prima tappa fondamentale il presidio in occasione del senato accademico del 15 dicembre. In quell’occasione l’Università ci ha risposto che per chiedere il termine di progetti e collaborazioni avremmo dovuto documentare le nostre richieste. Convinti che i progetti che coinvolgono qualsiasi università, azienda o istituzione israeliana vadano interrotti perché la loro stessa esistenza legittima l’apartheid contro i palestinesi e il regime di occupazione sionista, abbiamo ritenuto opportuno investigare nei dettagli i rapporti tra UniBo e Israele. Questa ricerca, durata alcuni mesi, ci ha portato ad individuare più di venti progetti di collaborazione che coinvolgono industrie belliche come Elbit System, istituzioni fortemente compromesse con la pulizia etnica dei palestinesi come la Israel Antiquities Autorithy, parti del governo israeliano quotidianamente impegnate nell’oppressione del popolo palestinese come lo stesso Ministero della pubblica sicurezza e, naturalmente, le principali università israeliane che hanno un ruolo essenziale nella costruzione materiale e simbolica dell’occupazione e dei sistemi di apartheid”.

Il frutto di questa ricerca “ha portato alla stesura di un opuscolo che documenta le collaborazioni e di una mozione che abbiamo chiesto al Senato accademico di discutere. Il 17 maggio- ricordano Gep e Gpi- ci siamo nuovamente recati in Senato accademico a chiedere la discussione della mozione; ma, ci è stato risposto che non c’era stato il tempo per metterla all’ordine del giorno e che il senato accademico, alle 11 di mattina, era già terminato. Ci sembra evidente come l’Università, che non ha certo avuto esitazioni a muoversi celermente su altre tematiche, vedi l’attuale conflitto in Ucraina, tergiversi nel prendere una posizione chiara su una situazione di occupazione, pulizia etnica e apartheid che va avanti da più di settantaquattro anni! Nel frattempo abbiamo anche avviato una raccolta firme a sostegno della mozione”.

Dopo aver presentato il dossier di tutti i progetti dell’Università con lo Stato israeliano, “da parte del rettorato la risposta è stata che ‘non è un problema’ (cit) avere progetti con l’esercito israeliano e con chi da oltre settant’anni pratica l’apartheid contro il popolo palestinese”, riferisce il Cua. “La scusante proposta dal rettorato parte dal presupposto che non si debbano considerare gli enti con cui si aprono collaborazioni se non esclusivamente in merito al progetto specifico. Il presidio ha subito rifiutato le argomentazioni pretestuose poste dall’Università”, dando vita ad un corteo nelle strade del centro.

L’Ateneo “ha chiuso occhi e porte davanti ad una realtà: Unibo è complice dell’oppressione e dell’apartheid nei confronti del popolo palestinese”, scrive il collettivo LUnA: “Progetti in collaborazione con il ministero della Pubblica difesa israeliana o con industrie belliche come Elbit Systems, non sono stati minimamente messi in discussione dall’università e dal prorettore agli studenti, il quale ha anzi tentato di sminuire il lavoro di ricerca portato avanti in questi mesi sostenendo che non vi sia nulla di problematico in questi e altri progetti ‘solo’ perché in collaborazione con università e aziende israeliane. Per Unibo, allora, ‘non è un problema’ l’apartheid, le detenzioni amministrative, i palestinesi uccisi ogni giorno. Per noi è un grande problema che la ricerca tecnologica e il sapere siano asserviti a logiche economiche e militari. Per noi è un grande problema che l’università non dia spazio, all’interno delle sue istituzioni, a voci che criticano e che non si lasciano scorrere le cose addosso, preferendo chiudere le porte e metterci polizia davanti. Insieme a Gpi, Gep e alle altre realtà continueremo a mobilitarci perché Unibo cessi gli accordi con università e aziende israeliane”.




Fonte: Zic.it