84 visualizzazioni


Escursione sull’appennino ravennate: “Territorio da valorizzare con un piano di riconversione industriale per salvaguardare l’occupazione mettendo in campo strategie di economia realmente sostenibili e circolari”.

22 Giugno 2021 – 19:43

“Domenica 20 giugno circa un centinaio di persone hanno attraversato i sentieri della Vena del Gesso a Borgo Rivola per esprimere la propria contrarietà all’ipotesi di ampliamento della cava di gesso di Monte Tondo, al grido di ‘Salviamo la vena del gesso‘”. Lo scrive a Zic la Federazione Speleologica Regionale dell’Emilia Romagna.

Prosegue il testo: “L’estrazione del gesso a Monte Tondo, in provincia di Ravenna, produce dal 1958 conseguenze ambientali devastanti in un territorio patrimonio di emergenze naturalistiche, speleologiche e archeologiche di rilevanza internazionale. Essendo parte dei fenomeni carsici nei gessi dell’Emilia-Romagna, l’area è candidata al World Heritage Unesco, oltre ad essere tutelata dalla ReteNatura2000, siti di interesse comunitario (SIC), e situata all’interno dell’area contigua del Parco Regionale della Vena del Gesso. Malgrado tutto questo, da oltre sessant’anni l’escavazione distrugge ambiente, alterando irreversibilmente l’aspetto originario di questa porzione della Vena, ad oggi irriconoscibile. L’idrografia superficiale e la circolazione idrica ipogea sono state intercettate e modificate, provocando inoltre la deturpazione o la distruzione completa di numerose cavità carsiche”.

“Negli ultimi anni – si legge poi – il colosso multinazionale Saint-Gobain, proprietario della cava e dello stabilimento di lavorazione del cartongesso a Casola Valsenio, ha chiesto un ulteriore ampliamento delle quantità e dell’area produttiva, in barba all’ultimo Piano delle Attività Estrattive che recepiva formalmente lo studio condotto da ARPAE negli anni 2000 e che prevedeva, con l’esaurirsi delle attuali concessioni, la fine dell’estrazione, il ripristino ambientale e la progressiva riconversione produttiva con ricollocazione degli addetti. In questi molti anni a disposizione, nulla è stato fatto in tal senso, e la multinazionale, spinta da propri interessi economici, chiede addirittura di poter ricominciare da un “punto zero”, quasi come se la cava non fosse mai esistita. Ritenere la distruzione dell’ambiente l’unica soluzione possibile per rispondere alle necessità locali è segno di un diffuso degrado culturale che considera il paesaggio prevalentemente un bene di consumo da sfruttare sino a distruggerlo, e questo è causa prima di tanti disastri ambientali estesi globalmente”.

In conclusione, “la giornata di domenica, che ha visto la partecipazione di una folta rete di associazioni, comitati e solidali organizzati in difesa della Vena del Gesso romagnola, ha ribadito che l’attività di estrazione a Monte Tondo è ormai incompatibile con la sopravvivenza di questo ambiente. Un ambiente che andrebbe invece valorizzato e tutelato in quanto straordinario bene comune, ponendo finalmente la parola “fine” all’estrazione ed attuando un piano di riconversione industriale per salvaguardare l’occupazione mettendo in campo strategie di economia realmente sostenibili e circolari”.

> Le fotografie di Gianluca Rizzello:











Fonte: Zic.it