Gennaio 11, 2022
Da Il Manifesto
30 visualizzazioni


David Sassoli lascia un grande vuoto, umano e politico. Ieri, dopo la diffusione nella notte della notizia del decesso del presidente del Parlamento europeo, deputato del gruppo S&D, gli omaggi si sono susseguiti. «Triste e commosso», il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. Per la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ci ha lasciati «un grande europeo», per il commissario Paolo Gentiloni, «un leader democratico ed europeista». Il vice-presidente della Commissione, Frans Timmermans, ricorda la «sua gentilezza» che «era un’ispirazione per tutti». Dalla Francia, il sottosegretario agli Affari europei, Clément Beaune, ha reso omaggio a «un combattente dell’Europa, un difensore sincero e coraggioso della democrazia e dei valori europei».

Sassoli, da europeista convinto, ha lavorato per dare maggiore centralità al Parlamento europeo, l’unica istituzione che ha un vero legame con i cittadini, eletta direttamente. Al primo lockdown, ha aperto le porte dell’istituzione per accogliere i senza tetto, in particolare le donne sole, a cui ha offerto una mensa. Ha esercitato tutta la pressione possibile sulla Commissione e sul Consiglio per mantenere la “condizionalità” tra rispetto dello stato di diritto e versamento dei finanziamenti (legame spezzato da Ungheria e Polonia), ha insistito sulla necessità di accogliere i profughi, ha invitato la capitana Carola Rackete in aula, per il 70esimo anniversario del discorso fondatore di Robert Schumann ha invitato le ong che si occupano di migranti.

Ha combattuto i nazionalismi crescenti: «Non siamo un incidente della storia – ha detto nel discorso inaugurale della sua presidenza – ma figli e nipoti di coloro che sono riusciti a trovare l’antidoto alla degenerazione nazionalista che ha avvelenato la nostra storia». La Russia gli aveva proibito l’entrata sul suo territorio, come ritorsione per le sanzioni europee a causa dell’aggressività verso l’Ucraina.

Sassoli era stato eletto presidente dell’Europarlamento nel luglio 2019, da una “coalizione Ursula”, frutto di un accordo tra il primo gruppo del Parlamento, il Ppe, e S&D, i socialisti, che rappresentano la seconda forza, a cui avevano aderito anche Renew e i Verdi. È un compromesso tipico di Bruxelles, che prevede anche questa volta un passaggio del testimone alla tesa dell’Europarlamento, tra un esponente di S&D e uno del Ppe, a metà mandato. L’appuntamento è per il 18 gennaio. I socialisti si trovano con le mani quasi vuote, l’ultimo socialista in un posto importante è Josep Borrell, Alto rappresentante per gli Affari esteri, di fronte a un Ppe che guida già la Commissione (con Ursula von der Leyen) e l’Eurogruppo (con Paschal Donohoe) e a Renew che vuole garantire il posto a Charles Michel alla presidenza del Consiglio.

Quarantadue anni dopo la presidenza di Simone Veil, che ha dato il suo nome alla legge di depenalizzazione dell’aborto in Francia nel 1975, il Parlamento europeo si prepara ora a eleggere alla successione di David Sassoli, l’antiabortista Roberta Metsola, esponente del Ppe, 42 anni, eletta di Malta, l’ultimo paese Ue dove l’aborto è illegale (ora nei fatti raggiunto dalla Polonia con la nuova legge fatta votare dal Pis). Potrebbero esserci sorprese, il voto è segreto e molti, nei Verdi ma anche in Renew e persino in S&D, i più ligi alle regole dell’alternanza, sono scontenti.




Fonte: Ilmanifesto.it