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La pigrizia non
è mai esistita se non all’ombra del lavoro. Come una pianta giudicata indegna
di cure, non ha conosciuto, senza speranza di crescere, che le terre di nessuno
di una civiltà dedita così freneticamente a coltivare la redditività del mondo
da non lasciare oggi che rovine, immondizia e deserti. Denunciare il
parassitismo della pigrizia, mentre il lavoro si rivela come il peggiore
parassita della vita umana, entra bene nel cinismo di un’epoca risoluta ad
identificarsi del tutto con il denaro.

La pigrizia è
tanto naturale quanto l’ostinazione con cui ognuno ricerca la soddisfazione dei
propri desideri. Ma così come la virtù della fatica ha vocazione di alterare
ogni cosa, noi ci avviciniamo all’ozio soltanto nella sua forma snaturata,
attraverso un’attività che, distogliendo l’uomo dal piacere di essere se
stesso, lo costringe a sfruttarsi, a sfruttare i suoi simili e a trasformare
l’abbondanza delle risorse terrestri in valori commerciali che la
immiseriscono.

Se la pigrizia –
come secoli di morale ce l’hanno cantata in tutte le solfe – è la madre di
tutti i vizi, non è proprio perché il lavoro, a cui è indissolubilmente legata,
è stato lo smarrimento fondamentale di una società che ha disimparato a vivere?

Il vecchio
risentito rimprovero di doversi guadagnare il pane quotidiano con il sudore
della propria fronte ha contrapposto per secoli la necessità di sopravvivere al
desiderio legittimo di godere armoniosamente di sé, degli altri, del mondo.

È quasi sempre
invano che uno sciopero che, soltanto a titolo di interruzione del lavoro,
dovrebbe essere una festa, prova a superare la trattativa, il compromesso, il
semplice mercanteggiamento che consente il potere, pure intollerabile, che lo
sfruttatore si arroga sullo sfruttato. Se la pigrizia vi si organizzasse
spontaneamente, non avrebbe queste reticenze spaventate, queste colpe
deprimenti, questi comportamenti pusillanimi che fanno il gioco delle
burocrazie sindacali e che ridanno loro un’autorità che il loro arcaismo
ridicolo ha sfilacciato da decenni.

La pigrizia è
piena di immaginazione; i movimenti di sciopero ne sono crudelmente privi.

La vera pigrizia
nascerà dall’abolizione del lavoro come dello sfruttamento della natura e
dell’uomo sull’uomo. Siamo arrivati a un tale stadio di degrado che
l’inclinazione naturale alla pigrizia si è trovata snaturata dall’apprendistato
del lavoro e che ci fa ormai – colmo del paradosso – imparare a oziare.

Non vogliamo più
che la pigrizia sia il dormitorio della fabbrica universale e del clientelismo.
Non vogliamo più un’inoperosità che risponde alla noia del lavoro con il lavoro
della noia. Perché la pigrizia perda i ceppi con cui il lavoro della
redditività non ha smesso di ostacolarla, bisogna che ritrovi il ciclo naturale
della creatività.

La vita è una
pigrizia affinata e nell’affinare la propria pigrizia sta tutta l’arte di vivere.




Fonte: Achatnuarproduction.blogspot.com