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A prendere l’iniziativa 81 insegnanti del Copernico, attraverso un documento a cui è possibile aderire attraverso una petizione online e che nel giro di pochi giorni ha raccolto quasi 2.000 firme: “Non ci accontenteremo di esprimere un dissenso teorico, ma metteremo in atto forme di protesta che non si limiteranno a scioperi estemporanei”.

11 Luglio 2022 – 11:59

“Noi docenti della scuola della Repubblica italiana prendiamo ancora una volta la parola per dichiarare il nostro totale dissenso nei confronti del DL 36/22, appena convertito in legge (79/22) e della politica scolastica, della visione stessa della scuola, nella quale il provvedimento si inquadra”. Comincia così il documento “Degna-mente per la scuola”, promosso da 81 docenti del liceo Copernico di Bologna, che invitano insegnanti e cittadine/i di tutte le città ad aderire utilizzando l’indirizzo email [email protected] o la petizione online pubblicata su Change.org, che nel giro di pochi giorni ha raccolto quasi 2.000 firme. “Una forte criticità del decreto, che modifica il percorso iniziale a carico dell’aspirante futuro insegnante rendendolo notevolmente oneroso a fronte di esiti incerti e accidentati, si annida nella cosiddetta ‘formazione’ dei docenti: il decreto istituisce attività ‘volontarie’ per i docenti già in ruolo e obbligatorie per i neoimmessi, da svolgere in cicli triennali, in ore aggiuntive rispetto a quelle di didattica in aula e che si concluderanno con una valutazione finale; i docenti ‘promossi’ conseguiranno in maniera anticipata la progressione salariale prevista dalla contrattazione nazionale, attualmente legata esclusivamente all’anzianità di servizio. La discriminazione tra insegnanti già in ruolo e neoimmessi è palesemente volta a fiaccare la solidarietà e la coscienza comune all’interno del corpo docente e rafforza una competitività deleteria nell’ambiente scolastico, peraltro del tutto ingiustificata, dato che l’immissione in ruolo avviene al termine di un laborioso percorso di formazione, il più lungo e complicato tra quelli previsti per i dipendenti pubblici”.

Continua il documento: “Quali sono i presupposti di questo decreto? Che i docenti, compresi quelli attualmente in servizio vadano non aggiornati ma ‘formati’. Che la loro ‘formazione’ continua competa non a loro stessi, in quanto ritenuti incapaci di autodeterminarsi, ma ad enti esterni – ed estranei -alla scuola pubblica: a questo scopo è prevista l’istituzione della Scuola di Alta Formazione del sistema nazionale pubblico di istruzione, dotata di risorse economiche massicce, che si avvale dell’Indire e dell’Invalsi e dovrà anche dirigere le attività formative dei Dirigenti scolastici, dei Dsga, del personale amministrativo, tecnico ed ausiliario. L’insindacabile giudizio di tale autorità manageriale e padronale dovrà sancire la divisione fra bravi e meno bravi, tra promossi (comunque non più del 40%, quota stabilita a priori e a prescindere dagli esiti della valutazione) e bocciati, completando quella spaccatura interna della nostra categoria funzionale all’accettazione passiva delle politiche miopi dei ministri dell’Istruzione degli ultimi trent’anni. La valutazione dei docenti nondimeno ruota ossessivamente intorno alle ‘competenze digitali’, ad ‘attività di progettazione, mentoring, tutoring e coaching’, ad ‘indicatori di performance’ e non al bisogno di ascolto e dialogo delle persone in crescita, alla condivisione di saperi e di passioni culturali: viene da chiedersi come sia possibile adottare linguaggi e parametri di efficientismo aziendale in un luogo che è chiamato a rispettare i tempi di apprendimento di ciascuno studente e che solo così può formare coscienze critiche e complessità intellettuali; ma questo fondamento deontologico e pedagogico della professione docente non ha preoccupato gli estensori del DL 36/22. L’intero impianto del decreto contraddice la visione strategica contenuta nella Nota 37638 del 30 novembre 2021 dello stesso ministero dell’Istruzione sulla formazione dei docenti in servizio, affidata ai Piani formativi di Istituto (art. 63-71, C.C.N.L. 2006-2009) deliberati dal Collegio dei docenti, piani che includono, correttamente, autoformazione e ricerca, formazione fra pari, attività laboratoriali, gruppi di approfondimento e miglioramento, libera iniziativa dei singoli insegnanti, attraverso l’utilizzo dell’apposita Carta del docente”.

Inoltre, “la beffa nel decreto prevede infatti che tutta la ‘nuova formazione’ sia finanziata con l’abolizione della Carta del docente- scrivono le/gli insegnanti del Copernico- e l’eliminazione di quasi 10 000 cattedre. Contestualmente, nel Def approvato agli inizi di aprile 2022 la spesa per l’istruzione cala dal 4% del Pil al 3,5 per cento nel 2025, il tutto giustificato con la diminuzione della natalità e l’invecchiamento della popolazione, come se l’istruzione dei cittadini e dei professionisti del presente e del futuro fosse una mera questione di calcolo, una partita doppia. A noi che quotidianamente lavoriamo nella scuola, a contatto con la realtà sociale, risulta evidente che le esigenze e i problemi della formazione culturale e umana degli studenti sono altri, e sono gli stessi che inutilmente denunciamo fin dai tempi della disastrosa legge Gelmini: le classi ‘pollaio’, di cui il ministro insiste a negare, o meglio nascondere, la problematicità, quando non l’esistenza; il precariato; la mancanza di risorse per il sostegno; una lotta efficace alla dispersione scolastica; l’integrazione sociale di immigrati svantaggiati: in una parola, gli ‘ostacoli di ordine economico e sociale’ che ‘è compito della Repubblica rimuovere’. A questo,e non alla remunerazione degli oligarchi dell’Alta Formazione o alla trasformazione del lavoro scolastico in videogaming, devono essere destinate le risorse economiche (peraltro sempre più progressive prospettate dal Pnrr). Ma i problemi sono anche la sottrazione alla contrattazione collettiva delle prerogative riguardanti i temi del reclutamento, dell’aggiornamento e della valorizzazione del personale della scuola, l’enorme differenza di retribuzione rispetto ai colleghi europei, che umilia il prestigio sociale dei docenti, gli eccessi di burocrazia che sottraggono energie alla qualità della didattica. Non a caso per varare questa ennesima controriforma della scuola pubblica è stata scelta la forma del decreto legge, scavalcando il confronto con le parti sociali e, come già per la ‘buona scuola’ renziana, forzando la mano al parlamento in modo strumentale durante il periodo estivo. Quali sarebbero stati i ‘casi straordinari di necessità e urgenza’ che, in base all’art. 77 della Costituzione, ne hanno giustificato l’impiego? Non valgano come risposta i vincoli del PNRR, dal momento che l’aumento degli organici, la diminuzione del numero di alunni per classe, la politica del personale, l’aumento del tempo scuola, rimangono temi di spesa corrente e pertanto devono essere ricompresi nel bilancio dello Stato. La situazione è inaccettabile: il nostro senso di frustrazione si ripercuote sulla nostra capacità di svolgere una didattica curata e realmente innovativa, mancando la quale si lede il diritto vero all’istruzione e quindi anche il futuro della cittadinanza e del lavoro in questo paese, che sarà sempre meno qualificato e responsabile. Considerata l’assoluta mancanza di dialogo con quel ministero che dovrebbe essere una risorsa e si dimostra invece sempre più drammaticamente un problema per la scuola della Repubblica, non ci accontenteremo di esprimere un dissenso teorico, ma metteremo in atto forme di protesta che non si limiteranno a scioperi estemporanei, forme tali da ottenere anzitutto la disapplicazione della legge 79/22, e oltre a ciò, in vista di eventuali nuove riforme della scuola, quel confronto fra le parti che finora ci è stato rifiutato”.




Fonte: Zic.it