Novembre 1, 2021
Da Il Manifesto
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Il festival Doclisboa ha avuto la sua serata conclusiva il 31 ottobre scorso. Il premio della città di Lisbona, attribuito dalla giuria della competizione internazionale, ha laureato il film 918 Gau (918 notti) di Arantza Santesteban. Si tratta di una riflessione della regista basca sulla propria prigionia politica. Nel 2007 Santesteban milita in un partito di estrema sinistra pro-indipendenza. Si trova nella città di Segura quando viene arrestata insieme ad altri militanti. È condannata per fiancheggiamento e attività terrorista e sconta in seguito tre anni di prigione. Il film nasce a dieci anni dalla fine di quell’esperienza. Nel frattempo, Santesteban ha cambiato vita, è diventata regista. Il film ritorna sul quotidiano della prigionia e al tempo stesso sull’impossibile ritorno alla normalità. Nel primo caso, si è coinvolti nel sentimento di estraniamento che prova la persona privata della libertà. L’alienazione comincia in realtà ancora prima di entrare in cella, fin dall’udienza in cui i suoi avvocati discutono del suo caso davanti al celebre giudice Baltasar Garzon – che nel momento stesso in cui decide sulla sua esistenza, non si degna di guardala mai direttamente negli occhi. Meno evidente, è che questa sensazione continui anche dopo la fine della pena. Recuperata la libertà, Santesteban torna nella propria comunità che la accoglie coprendola di tutte le attenzioni. Paradossalmente, anche questa premura le pesa, perché la rinvia costantemente ad un’immagine d’eroina della rivoluzione alla quale la regista non si sente di conformarsi e dalla quale cerca al contrario di allontanarsi.
Con 918 Gau, la giuria premia un film e indirettamente, attribuisce un riconoscimento alla scelta dei programmatori di Doclisboa, che quest’anno hanno costruito la selezione intorno all’idea di resistenza, declinandone il senso in maniera molto articolata. Ai festivalieri sono stati proposti alcuni film apertamente militanti – come il documentario irlandese di Ollie Aslin e Gary Lennon Castro’s Spies, che ricostruisce la biografia di quattro agenti del controspionaggio cubano che, negli anni 1990, si infiltrarono negli ambienti terroristi dell’estrema destra anticastrista e che per questo furono arrestati dall’FBI e condannati a 15 anni alcuni, a vita altri (furono poi liberati da Obama nel quadro del disgelo delle relazioni diplomatiche con Cuba).

OLTRE A QUESTE RESISTENZE nel senso letterale del termine, i dieci giorni di Doclisboa hanno soprattutto tentato di introdurre delle definizioni più inattese, ma non meno incisive, di resistenza. È il caso di Channel 54 del cineasta argentino Lucas Larriera. Il film investiga su un curioso personaggio, un radioamatore argentino con simpatie naziste, che sosteneva di aver captato, la sera del primo allunaggio americano, una trasmissione parallela e segreta. L’investigazione è ovviamente un modo per riflettere sulla nascita e lo svilupparsi delle teorie dei complotti, sul fascino di resistere alla versione ufficiale d’un fatto e sul gorgo delle interpretazioni in cui si può facilmente cadere. Infine, sul fatto che una verità disvelata ha sempre più forza di quella immediatamente data – anche quando la prima è priva di sostanza. Un tema che nasce e diventa dominante nel cinema degli anni sessanta, e che oggi ritorna drammaticamente d’attualità.

ALTRO ESEMPIO – più che eterodosso – di cinema resistente, è un film bielorusso dal titolo A Kid’s Flick del cineasta e critico cinematografico Nikita Lavretski. A Kid’s Flick comincia come una sorta di film erotico amatoriale. Girato con una videocamera digitale e postprodotto in bianco e nero, ritrae il quotidiano di una ragazza (Volha Kavalova) durante il lockdown, tra una doccia, un momento di masturbazione, le faccende domestiche e il lavoro al computer. Di notte, con una piroetta, la ragazza si tranforma in Sailor Moon. L’eroina esce per delle avventure di cui possiamo solo immaginare che includono degli scontri violenti perché al ritorno è sempre malconcia. Un giorno, sorpresa in casa e impossibilitata a trasformarsi in super eroina, la ragazza è assalita da strani individui mascherati, con l’aspetto del cattivo di Screem e l’andatura dei Trush Hampers di Harmony Korine. La ragazza, legata come un salame, riesce ad inviare dei messaggi verso l’esterno, sotto forma di fiorellini che attraversano lo schermo in sovrimpressione. I fiorellini ritornano dopo poco, e si trasformano in due eroine – anch’esse vestite alla maniera di Sailor Moon – che con qualche calcio ben assestato hanno la meglio sugli assalitori. Ecco, in poche parole, A Kid’s Flick, alla lettera un filmetto d’un ragazzo (o d’una ragazza). Flick è un modo informale per dire film, ma che rinvia a quel flickering (lo sfarfallio luminoso) tipico del cinema dei primordi. Per amare il lavoro di Lavrestski bisogna ricordarsi che ci fu un tempo, non lontano, in cui i film non avevano bisogno di essere verosimili, e che pochi effetti artigianali bastavano a immergere lo spettatore in un universo fantastico. Di fantasia ce ne vuole perché questo «mosaico di pixel» – la definizione è di Lavretski – descrive un universo assolutamente fuori dai nostri schemi, ovvero la realtà quotidiana della gioventù bielorussa. Qualche indizio disseminato qui e là avverte lo spettatore più distratto: l’eroina osserva basita sul suo telefono le immagini di un brutale arresto di alcuni giovani. Ma anche senza queste molliche di pane, si capisce benissimo che A Kid’s Flick non è per nulla un trastullo.

L’ATTUALITÀ BIELORUSSA è quella di un paese dove ogni giorno delle persone, in particolare giovani, vengono arrestati perché sospettati di agire contro lo stato (cfr. K. Mamadnazarbekova, A Minsk è allarme libertà su Alias del 26/06/21). Il semplice fatto di aver realizzato questo film potrebbe costare caro a Lavretski. Il suo coraggio non è solo politico, il fatto di aver scelto una forma povera e uno sguardo dichiaratamente infantile, è il segno di un autore che nell’esprimere la propria voce non si lascia condizionare dalle convenzioni. A Kid’s Flick non ha ricevuto alcuna ricompensa a Doclisboa, ma è senza dubbio un film che meriterebbe di essere diffuso il più possibile.




Fonte: Ilmanifesto.it