Ottobre 9, 2021
Da Il Manifesto
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Riflettere su padre Puglisi, specie in Sicilia, è sempre ora. Perché sul parroco di Brancaccio non si è compreso e detto abbastanza. Meno ancora si sono dette le cose più significative direttamente connesse con la fede. Non si sono colti finora gli aspetti nuovi, singolari, specifici della sua pastorale notoriamente antimafia: che è stata la causa determinante la sua tragica fine. Antimafia, parola negata, che alcuni tentano di cancellare dalla vita del parroco. E Puglisi può rappresentare così, al massimo, solo l’eccezione: senza seguito, senza repliche. Per cui si può affermare che don Pino è stato e è morto solo: a proprie spese e esclusiva testimonianza. In solitudine totale e radicale. Non a caso nella lunghissima storia della Sicilia mafiosa – 160 anni – non si sono avuti parroci uccisi per gli stessi motivi per cui è stato assassinato don Pino: il Vangelo e la coerente pastorale antimafia. Per cui l’aspetto più drammatico del parroco di San Gaetano non è tanto il prima quanto il dopo l’assassinio. Puglisi è più solo post mortem che in vita. Faticava, discorreva, si spendeva per tutti facendo, a viso aperto – da buon pastore sull’esempio di Gesù di Nazaret – libera e leale antimafia. 

Perciò don Pino viene “sentito”, in qualche modo, come uno che con la sua morte mafiosa ha messo in crisi, in difficoltà, il sistema, il modus vivendi, il patto non scritto ma rispettato. Come se importante fosse che la morte mafiosa resti fuori dagli spazi protetti.  “Si ammazzino tra loro. La giustizia ha le sue esigenze che vanno rispettate. Anche Dio fa pagare le colpe. Perdona, ma fa pagare”. Cultura mafiosa, questa, assai diffusa e condivisa, nonostante sia estranea anzi opposta al Vangelo. Per questo i mafiosi sono molto religiosi, gentili con preti e prelati, e larghi in gesti di beneficenza. Una storia, da questo punto di vista, poco studiata e analizzata: come non interessasse nessuno. Un terreno sul quale meglio non avventurarsi, perché pericoloso. Chi sa, però: un’attenta riflessione forse, prima o poi, si farà strada: per correggere silenzi errori incomprensioni pregiudizi insensibilità morali e altro. Davanti al parroco Puglisi, che ha dato la vita in favore della città, è ancora possibile perdere l’ennesima opportunità, per i siciliani, di comprendere un po’ di Vangelo? 

C’è in giro una certa diceria secondo la quale don Puglisi non era un prete antimafia. Un paradosso gigantesco come negare, a Palermo, l’esistenza del Monte Pellegrino. Poiché la diceria implica apetti sensibili, abbozziamo qualche considerazione. 

La prima rinvia al pilastro portante della fede cristiana: la resurrezione di Gesù di Nazaret connessa ovviamente alla sua morte. Nessuno risorge che non sia morto. Gesù in croce per volontà degli uomini del tempio; Puglisi con le pallottole dei killer mafiosi. Tra le due morti e – secondo la fede –  le due resurrezioni, di Gesù e di Puglisi,  c’è un nesso così stretto da richiamare il concetto di simul stabunt simul cadent. Lo afferma, per caso, anche Paolo di Tarso. 

Per farla breve andiamo a un notissimo racconto evangelico.

Narra l’evangelista Giovanni (20,24-28) che l’apostolo Tommaso si è rifiutato di credere in  Gesù risorto “prima”   di vedere  con i propri occhi e toccare con le proprie mani le piaghe, i segni causati sul suo corpo dai chiodi  della crocefissione. Segni che Gesù, al primo incontro, mostrò a Tommaso dicendogli: “Porta qui il tuo dito e guarda le mie mani, e porta la tua mano e mettila nel mio fianco…”. Il che significa che il Risorto conserva i fori (le piaghe) causati dai chiodi della sua croce. In breve, dopo il venerdì santo, un Gesù senza piaghe sarebbe solo un fantasma. Le piaghe sono ciò che lo identificano. Le porta con sé anche nel seno della santissima Trinità. Sono la sua storia (finale). Indispensabili al suo riconoscimento. Servono a convincere che il Gesù risorto è lo stesso Gesù morto in croce. Senza piaghe non c’è Gesù né morto né vivo.  

Ma allora la stessa “regola” vale per padre Puglisi. Anche don Pino conserva le sue piaghe: i fori delle pallottole partite dalla rivoltella dei suoi killer. Quelle del parroco, inoltre, sono le piaghe storiche del suo popolo, dei siciliani, la più grave delle quali è proprio Cosa nostra. Ma se a Puglisi viene negata la verità e la dignità della sua – a tutti nota – pastorale antimafia, causa del suo   assassinio, come potrà l’apostolo Tommaso – come potranno i siciliani – riconoscere il parroco di Brancaccio assassinato dalla mafia? Riconoscere è anche un atto di giustizia che nessuno può permettersi di misconoscere. Anche Puglisi porta con sé i segni indelebili dell’assassinio subìto. I quali segni gli valgono come titoli, alti e decisivi, per partecipare, da servo buono e fedele, alla gloria del suo Signore. Altro che riduzionismo. Quella di Puglisi è stata la più alta testimonianza di fede data in Sicilia in tutta l’epoca moderna.   

Per questo la pastorale antimafia del parroco di San Gaetano rappresenta la speranza delle città dell’intera isola. Nessuno vorrà bruciare questa speranza. E Pino Puglisi non è solo. Con lui sono Falcone, Borsellino, Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Chinnici, Livatino e molti, moltissimi altri. Tutte le vittime della mafia. Nessuno dirà che don Pino non era un prete antimafia. Negarlo serve solo al potere mafioso. Mai alla fede o alla chiesa. Ciò hanno compreso in molti, anche in rapporto a un “eguale” comportamento di Gesù e di Puglisi. Il primo cacciò i mercanti dal tempio, il secondo i mafiosi dalla chiesa. Finalmente un po’ di cristianesimo (evangelico) anche in Sicilia. 

L’autore è direttore della rivista “Segno”




Fonte: Ilmanifesto.it