221 visualizzazioni

Le/gli attiviste/i che per un mese hanno ridato vita all’ex centro Cesare Ragazzi, sgomberato una settimana fa: questa esperienza “è la riprova che a Bologna, come in altre città, l’unica risposta possibile al bisogno di spazi autogestiti sia quella di aprirne di nuovi, attraversandoli e contaminandoli (infestandoli)”.

02 Giugno 2022 – 11:22
(foto di Gianluca Rizzello)

“Una settimana fa, martedì 24 maggio, nella ‘città più progressista d’Italia’ è avvenuto l’ennesimo sgombero, con il quale l’attuale Giunta ha mostrato ancora una volta il suo vero volto. Con un ingente dispiegamento di forze, lo spazio di via Zago 1 è stato sgomberato“. Comincia così il comunicato diffuso dalle/gli attiviste/i protagoniste/i dell’occupazione dell’ex centro Cesare Ragazzi, durata un mese. “Mentre alcunə compagni e compagne resistevano sul tetto dell’edificio- continua il comunicato- i solidali si sono radunati sul ponte di Stalingrado arrivando a metà mattinata a bloccare la strada per portare vicinanza e sostegno agli occupanti. Dopo alcune ore di contrattazione si è riusciti a portare via tutti i materiali presenti nello spazio e a far uscire le compagne che erano all’interno senza denunce ed identificazioni. A quel punto, si è costituito un corteo spontaneo che si è mosso per le strade della città. Giunti alla tettoia Nervi, si è deciso di abbattere le transenne che chiudono un luogo che dovrebbe appartenere alla città,una piazza coperta nata con lo scopo di rispondere alle necessità della cittadinanza, una piazza negata alla collettività ma destinata ad attività e iniziative selezionate attraverso un bando proposto dal Comune di Bologna per il progetto Bologna Estate. Nuovamente, vediamo come la socialità e le iniziative di carattere artistico e culturale tollerate e promosse siano quelle che stanno all’interno di margini e regole imposte dall’amministrazione, nei termini di un avviso pubblico. Siamo entrate in quella piazza perchè crediamo che gli spazi vadano aperti e per dimostrare il paradosso di chiudere un luogo che per definizione dovrebbe essere aperto e attraversabile; crediamo che la socialità non possa essere rinchiusa nei termini del profitto e della costruzione di una città vetrina”.

Prosegue il comunicato: “Mentre l’amministrazione parla di innovazione, cultura, inclusione sociale e partecipazione, le esperienze dal basso vengono continuamente asfaltate, ridotte al minimo o normate attraverso bandi e avvisi pubblici. La socialità viene relegata a luoghi predefiniti ed enormi spazi pubblici vengono affidati ad una gestione privata, come abbiamo visto nel caso di Dumbo, gestito da Open Group ed Eventeria. Spazi come questi si alimentano di narrazioni appartenenti ad altre esperienze, cercando di appropriarsi di pratiche e immaginari di quelle realtà che nel frattempo lottano per non essere ammutolite ed estirpate. E’ la stessa amministrazione che parla di rigenerazione urbana, riqualificazione e ambiente a destinare enormi spazi pubblici alla speculazione edilizia, come nel caso della caserma Sani, destinata da progetto all’abbattimento di gran parte degli alberi per costruire abitazioni private, supermercati, hotel, parcheggi ad uso privato. E’ il caso dell’ex caserma Mazzoni e dell’ex caserma Masini, progetti di ampio respiro che prevedono l’abbattimento di aree verdi e un’incremento dell’offerta immobiliare. E’ la stessa Amministrazione ad approvare la scelta progettuale del Passante di mezzo mentre si riempie la bocca di parole come ecologia e sostenibilità. E’ la stessa Amministrazione a parlare di inclusione sociale e poi a relegare sempre più ai margini gli esclusi e gli emarginati, la stessa amministrazione che sgombera un’occupazione abitativa come quella di via Zampieri a un giorno dalla vigilia di Natale. Ed è a questa amministrazione che abbiamo voluto urlare tutta la nostra rabbia e il nostro dissenso martedì, con un corteo che ha sfilato fino al cuore della città, arrivando a parlare in piazza del Nettuno”.

Concludono le/gli attiviste/i: “Anche in questo caso, dopo questo ennesimo sgombero, non ci siamo lasciate intimidire. Abbiamo mostrato come i solidali siano tanti e tante e che, ancora una volta, c’è un’altra città che non è disposta a piegarsi. L’occupazione di via Zago 1, sgomberata il 24 maggio, è la riprova che a Bologna, come in altre città, l’unica risposta possibile al bisogno di spazi autogestiti sia quella di aprirne di nuovi, attraversandoli e contaminandoli (infestandoli). Se Lepore spera che ‘l’epoca delle occupazioni’ sia finita, siamo qui per dirgli che è appena iniziata!”.




Fonte: Zic.it