Settembre 28, 2021
Da Non Una Di Meno Firenze
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Di fronte a questa giustizia retributiva che imparte lo Stato, il libro E cosa facciamo con i violenti?, basato su
riviste degli Stati Uniti, propone l’alternativa di una giustizia trasformativa.
Una delle esperienze più traumatiche con cui mi sono confrontata nella mia militanza politica fu quando,
intorno al 2015, si misero in contatto con Comando Sororidad [commando sorellanza] – collettivo
femminista di Jaén [comune dell’Andalusia] nel quale militavo allora – varie donne, comunicandoci che
stavamo facendo una campagna di appoggio a un compagno che stava subendo una rappresaglia da parte
della polizia, il quale aveva esercitato violenza maschilista. Le donne ci raccontarono in prima persona
testimonianze che colpirono profondamente tutte noi.
La complessità del momento che stavamo vivendo a Jaén, in cui gran parte della militanza politica di sinistra
nella capitale era impegnata nell’appoggio a questo compagno (per il quale veniva chiesta la pena
carceraria per dei fatti in una manifestazione che non aveva commesso), ci fece restare in stato di shock nel
collettivo. Non avevamo alcun tipo di strumento. Non c’eravamo confrontate con nessuna situazione simile
nel nostro anno scarso di attività. Tutto il peso della congiuntura cadde sulle nostre spalle femministe e
dovemmo improvvisare una serie di strategie con cui pretendevamo collettivizzare il problema.

Tre anni dopo, una situazione simile
“Nell’estate del 2018, a noi che facevamo parte di Heura Negra – Assemblea Libertaria del quartiere di
Vallcarca (Barcellona) – ci colpì una situazione complessa, frutto di un’aggressione maschilista accaduta in
ambiente attivista vicino”, così racconta il collettivo che sta dietro il libro E cosa facciamo con i violenti?
Prospettive anarchiche su come affrontare la violenza sessuale e altre aggressioni maschiliste (Descontrol,
2020). È il punto di partenza di una serie di articoli con i quali si cerca di dotare di strumenti di fronte a
situazioni simili le persone o collettivi che si avvicinano alla lettura.
In quel 2018 le componenti di Heura Negra decisero di fare un lavoro di ricerca di riferimenti che
trattassero, da una prospettiva anarchica e non punitiva, la gestione delle aggressioni maschiliste in modo
comune e collettivo. Si imbatterono nella rivista Accounting for ourselves. Breaking the impasse against
agression and abuse in anarchist scene (Raccontato da te stessa. Rompendo l’impasse contro l’aggressione
e l’abuso nel contesto anarchico), una selezione di testi editati negli Stati Uniti nel 2010. Tradussero la
rivista e, di fronte alla carenza di lavori che abbordassero questo dibattito, decisero di presentarlo alla casa
editrice Descontrol per collettivizzare così il proprio lavoro e renderlo utile a più gruppi, assemblee,
collettivi, ecc. La casa editrice, da parte sua, nell’accettare la proposta decise di aggiungere altri testi
(prodotti a Barcellona, Galizia …), modificare l’ordine, dargli un corpo più ampio che arricchisse i punti di
vista e le esperienze di fronte ad un’aggressione maschilista.
Spiego tutto questo perché credo sia importante sapere da dove viene e com’è stato il lavoro di edizione di
un libro come questo. Ma entro nel vivo, che non è poco, perché la sua lettura provoca molti sentimenti
controversi, dubbi, riflessioni, speranze e disperazioni, e la certezza che dobbiamo fare ancora molto lavoro
collettivo, non solo per affrontare situazioni così difficili nelle comunità, ma anche per creare forme di vita
antagonista solide di fronte al modello capitalista neoliberista.

Giustizia trasformativa contro giustizia retributiva
Abbiamo bisogno dell’utopia per immaginare un’altra forma di organizzazione sociale ed economica
possibile – come diceva Bakunin, abbiamo bisogno di “organizzare la società in modo tale che ogni
individuo, uomo o donna, trovi alla sua nascita mezzi quasi uguali per lo sviluppo delle sue diverse facoltà e

il pieno godimento del suo lavoro”. In uno dei suoi testi filosofici, Bakunin parla della giustizia umana contro
la giustizia legale. Quest’ultima sarebbe “la giustizia contenuta nei codici legali e nella giurisprudenza
romana, che si basa fondamentalmente in atti di violenza compiuti con la forza, consacrati dal tempo e
dalla benedizione di qualche chiesa – cristiana o pagana – e accettati come principi assoluti da cui devono
dedursi tutte le leggi per un processo di ragionamento logico”.
La critica dall’ambito libertario allo Stato e a tutto il suo tessuto organizzativo in cui, ovviamente, si trova il
sistema giudiziario e la giustizia retributiva che imparte, è fondamentale. Le compagne del C.A.M.P.A.
(Colectivo de Apoyo a Mujeres Presas de Aragón – collettivo di sostegno alle donne detenute di Aragona)
segnalano nella loro piccola rivista Las cárceles no son feministas che “il populismo punitivo si basa sul
pensiero neoliberista secondo cui le responsabilità sono individuali e la società è una somma di volontà
libere, ammettendo che non esistono i condizionamenti materiali o che la nostra personalità non si
costruisce in base a interazioni sociali”.
Di fronte a questa giustizia retributiva che imparte lo Stato, nella quale di fronte ad un danno, mancanza o
crimine si fissa una pena e dove tutto il processo rimane delegato in un’istituzione in cui non arriviamo a
sapere molto bene cosa succede, un’istituzione con secoli di storia ed erede di un’immagine borghese con
interessi (neo)liberisti e capitalisti, E cosa facciamo con i violenti? propone l’alternativa di una giustizia
trasformatrice. Questo tipo di giustizia, che ben potrebbe avvicinarsi a quella che Bakunin chiamava
giustizia umana, prende da alcune pratiche indigene (come per esempio le Giunte di Buon Governo e le
Commissioni di Onore e Giustizia zapatiste) il lavoro di mediazione e la giustizia restaurativa.
La giustizia restaurativa mette al centro i bisogni delle persone che hanno sofferto un danno e anche in
quelle che lo hanno prodotto, rifiutando il castigo e il compimento di principi legali astratti. Questa giustizia
tenta di ristabilire il momento anteriore al danno causato. Come spiegato in uno dei testi del libro, si tratta
di un modello “basato su una teoria della ‘giustizia’ che interpreta il ‘crimine’ e le cattive pratiche come
un’offesa contro individui o comunità, invece che contro lo Stato”; senza dubbio, una delle debolezze di
questo modello è che il proprio Stato se ne è appropriato. La giustizia trasformativa va oltre, cerca di
ristabilire il momento anteriore e nello stesso tempo opera nella comunità in cui avviene, essendo la
comunità parte del processo; così, attraverso la tecnica della responsabilità cosciente, il cambiamento
opera non solo negli individui affettati, ma nella stessa comunità.
Già si sottolinea in un altro dei testi del libro, “quando parliamo di processo di responsabilizzazione
cosciente noi ci riferiamo a sforzi collettivi per affrontare un danno – in questo caso, un’aggressione
sessuale o una situazione di abuso e/o maltrattamento – non focalizzati nel castigo o nella ‘giustizia
convenzionale’”. Nel libro si mostra, con esempi reali di assemblee e collettivi negli Stati Uniti, i passi da
seguire al momento di utilizzare questo tipo di giustizia come un nuovo orizzonte dentro i nostri spazi. Ciò
nonostante, avvertono che gli ostacoli non sono pochi: la frustrazione di non sapere quando termina il
processo, l’incapacità al momento di porre degli obiettivi reali, le situazioni collettive che incoraggiano
comportamenti irresponsabili – come la cultura dello sballo (il consumo di alcol e/o droghe negli spazi) -.
Precisamente una delle ricchezze del libro è che la compilazione dei testi va oltre e, sebbene vi sia un forte
impegno a spiegare cosa siano la giustizia trasformativa e la responsabilità consapevole, non si limitano
solo a mostrare questa posizione. Si assume che “allo stesso modo della JJ [Justicia Judicial, giustizia
giudiziaria], le concezioni ‘trasformatrici’ crollano senza un’analisi del potere” e ci presentano un altro tipo
di strumenti alternativi. Inoltre, delle quattro sezioni del libro, le ultime due offrono esperienze di azione
diretta, comunicati di mutuo sostegno di fronte ad aggressioni in seno ai collettivi, narrazioni in cui si
racconta l’esperienza/sentimento di fronte ad un’aggressione/violazione e inoltre c’è un testo per capire il
ruolo che gioca la mascolinità nella violazione e la cultura della violazione.

Dalla teoria alla pratica comunitaria
Penso in una frase del libro: “non può esserci responsabilità cosciente comunitaria senza comunità”.
Abbiamo bisogno di comunità forti. Questo mi fa pensare in uno dei progetti più solidi che esistono in
Euskal Herria [Paesi Baschi], si tratta di Errekaleor Bizirik [quartiere autogestito]. Domando a Hirune,

abitante del quartiere liberato, come vivono lì i conflitti che si generano nella comunità; mi confessa che “la
teoria è una cosa e la pratica un’altra, qui abbiamo differenziato tra conflitti che si generano con la
convivenza o tra posizioni politiche, e le aggressioni sessiste e la violenza di genere”.
Nei primi casi, nell’assemblea si forma un gruppo di persone mediatrici che iniziano un processo con
differenti dinamiche per affrontare la questione che ha generato il conflitto. Invece, quando si tratta di
aggressione maschilista o violenza di genere, Hirune racconta che con il tempo si è andati imparando e che
nessun caso si affronta nello stesso modo, “prima si giudicava e si poneva in dubbio la parola della persona
aggredita, ma adesso abbiamo capito che questo tipo di aggressioni ha una buona parte di soggettività e
che pertanto non si può giudicare, e soprattutto in un’assemblea dove ancora si sta lavorando sul
femminismo”. Ora si cerca di fare in modo che la vittima si senta meglio possibile, si forma un gruppo vicino
a lei per sapere come si sente e di cosa ha bisogno, e in base a questo si fa nel seguente modo: “Se non può
convivere nello stesso spazio con la persona che ha commesso l’aggressione, questa deve abbandonare il
progetto; sì, cerchiamo un cambiamento, che la persona accetti ciò che ha fatto e si sottoponga a un
processo di ‘guarigione’ affinché cambi e possa tornare nello spazio, anche se non sempre abbiamo avuto la
forza di farlo”, confessa la compagna di Errekaleor Bizirik. Inoltre rivela il fatto che di solito sono le donne
che si incaricano di questi processi “ora alcuni compagni hanno creato uno spazio proprio per affrontare
questi temi, poiché se gli uomini non affrontano questi temi non possono deliberare nelle assemblee”
afferma.

Una guida
Questo libro è un oggetto che ci può servire nei nostri spazi, anche al di là che siano libertari o meno; un
libro che può servire in assemblee miste o non miste, in gruppi piccoli e più grandi. È una guida di lavoro
che apre il cammino al dialogo, da cui possiamo prendere o scartare approcci, ma che ci fa guardare ad
altre esperienze dall’accumulo di saperi.
Forse mi stridono certe affermazioni rispetto all’anarchismo che sono abbastanza superflue e che hanno a
che fare con l’idea che l’anarchismo sia una subcultura senza un corpo teorico e pratico trasformatore,
mentre l’anarchismo ha una ricchezza di secoli che oggi si ritrova in moltissimi collettivi e organizzazioni.
Essere anarchico, o praticare l’anarchia, ovviamente è molto di più che “odiare la polizia e amare i concerti
punk”. Oltre a questo, e come appare nel libro, bisogna assumere che “nessun processo può essere libero
da dolore e angoscia, però se vogliamo raggiungere dei risultati soddisfacenti, riducendo al minimo
l’impatto sui nostri collettivi, dobbiamo rinunciare al dogmatismo, mettere in discussione i nostri
presupposti e obiettivi e sperimentare criticamente un’ampia gamma di strumenti”.
Cosa avremo dato in quel 2015 per avere un libro come questo nella nostra biblioteca di Comando
Sororidad, per non sentirci sole, per apprendere il doloroso e il difficile da altre esperienze. Come ben dice
Hirune, la teoria è una cosa e la pratica un’altra, e alla fine si apprende nel cammino.

Araceli Pulpillo, 09/06/2021
https://www.pikaramagazine.com/2021/06/y-que-hacemos-con-los-violadores/




Fonte: Nudmfirenze.noblogs.org