Dicembre 22, 2021
Da Il Manifesto
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Albero di Natale vero o albero di Natale finto? Scelta non facile, come tra pandoro e panettone, quello che conta è però averne uno al caldo del focolare. L’85% degli italiani non rinuncia infatti al classico dei classici nell’attesa di Babbo Natale ma il dubbio rimane: quest’anno sono stati venduti circa 10 milioni di alberi di Natale in Italia. Il 63% ne ha scelto uno sintetico, ignorando l’impatto ambientale di un prodotto derivato del petrolio; oltre 3 milioni invece, numeri in calo rispetto agli anni scorsi, hanno preferito abeti veri, più ecosostenibili ma che presentano alcuni punti nebulosi riguardo la filiera coltivazione-trattamento-ripiantumazione.

UNA SOLUZIONE PER SALVARE CAPRA E CAVOLI potrebbe venire dall’albero di Natale ecologico: un modo per riutilizzare in chiave natalizia quello che buttiamo. Un albero fatto rami caduti, di assi di legno in disuso o pezzi di scarto. Gli addobbi creati con muschio, o con mele e frutta di diverso colore. La comunicazione in questo periodo sta ancora facendo fronte unico nell’individuare nell’albero vero la scelta più sostenibile, cercando di infrangere le resistenze di chi ancora si ostina a riempire il mondo di derivati del petrolio; è l’opposizione a un’alternativa posticcia, più dispendiosa in termini di anidride carbonica e che non si smaltirà prima di 200 anni. La metafora della bilancia, con il peso della quantità di CO2 messi a confronto nelle due tipologie, è chiara. Gli alberi di Natale sintetici sono costituiti integralmente in plastica o di parti in metallo e copertura e aghi in plastica. Si utilizza di solito Pvc (Polivinilcloruro), Pe (Polietilene) e PP (Polipropilene), derivati del petrolio difficili da riciclare.

TUTTA LA FILIERA DI UN ALBERO DI NATALE FINTO produce circa 40 chilogrammi di CO2, dieci volte più di un albero vero. Secondo uno studio di Carbon Trust, il 66% della produzione di anidride carbonica per mettere in piedi un albero di Natale sintetico è legata all’uso del petrolio come materia prima; il 25% alle fasi di produzione dell’albero e il restante 9% al trasporto. Da una parte è perciò vero che produrre, importare e smaltire un albero in fibre plastiche inquina molto di più di quanto faccia un abete, però è vero anche, a onor di completezza di informazione, che c’è la necessità di approfondire quello che non si conosce sulla filiera degli abeti usati come alberi di Natale. «La maggior parte delle piante – informa l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca sull’ambiente) – cioè il 90% circa, sono rappresentate in prevalenza da abete rosso, abete bianco, douglasia, pino nero e larice. Derivano da attività vivaistica, e il restante 10% deriva dalle cime delle piante abbattute da operazioni colturali o da diradamenti condotti comunque in foresta (sono scarti, ndr). In Italia – continua l’Ispra – la coltivazione dell’albero di Natale è concentrata prevalentemente in Toscana, nelle province di Arezzo e Pistoia, e in Veneto».

GLI ABETI VENDUTI COME ALBERI DI NATALE dunque vengono per la maggior parte da coltivazioni di aziende vivaistiche, le quali piantano ogni anno alberelli in terreni propri. Appezzamenti dove si coglie e si pianta nella cultura della rotazione dei terreni. «E’ come l’insalata – riferisce un produttore aretino – sono piantine che vengono piantate ogni anno e a rotazione le cogliamo per venderle. Nessuna deforestazione». Nei paesi scandinavi addirittura si produce su economie di scala, con capacità produttive molto elevate, anche dell’ordine di milioni di piante per vivaio.

QUELLO VIVAISTICO E’ UN SETTORE CHE IN ITALIA riguarda 27 mila imprese, con oltre 200 mila lavoratori, compreso l’indotto (dati Coldiretti). Per la maggior parte sono situate nella rete di vendita. Solo alcuni vivai si occupano anche della produzione. Nel contempo, mentre la Cop26 decreta che c’è bisogno di piantare alberi in tutto il mondo (mille miliardi), e ogni associazione e comitato di quartiere combatte per piantare 10, o 100 alberi, quando si disquisisce sul fatto se ci siano o no gli spazi per tutti questi alberi in Italia si sradicano oltre 3 milioni di alberi piantati ogni anno, per i quali lo spazio si è trovato. Nella città metropolitana di Milano si vorrebbero piantumare 3 milioni di alberi entro il 2030 (ma nel 2020 sono stati solo 28 mila), mentre 450 mila alberi sono stati piantumati lungo la penisola in tre anni. Va precisato che in un vivaio si possono piantare molte piantine a distanze ravvicinate, mentre la piantumazione di alberi per un bosco richiederebbe almeno 10 metri tra uno e l’altro.

UN’ALTRA QUESTIONE RIGUARDA IL TRATTAMENTO degli alberi, visto che gli abeti crescono generalmente sopra i 1000 metri, in regioni fredde, in zone alpine o appenniniche, mai sotto i 500. Per poterle vendere al pubblico molti vivai hanno introdotto nuove varietà, viene per esempio coltivato e venduto in molti casi l’abete Nordmanniano: specie che cresce nel Caucaso, intorno al Mar Nero e in Anatolia, tra i 200 e i 1200 metri. «Gli abeti in casa è probabile che soffrano» spiegano al vivaio Zenone di Mezzomerico, Novara, dove hanno trovato una soluzione sostenibile nel noleggio di grandi alberi per le piazze cittadine che poi possono ripiantare: «Sono pochi gli abeti che sopravvivono. Cominciano a cambiare colore, perdono gli aghi. Sono piante che devono stare al freddo, la casa non è adatta».

INFINE C’E’ LA QUESTIONE DI DOVE VANNO A FINIRE gli abeti dopo le festività: la maggior parte muore. Perché in casa, al caldo, gli abeti soffrono e si indeboliscono, quindi anche se vengono piantati in alcuni casi non ce la fanno a riprendersi. Oltretutto non si possono piantare in zone costiere, o troppo basse, perché il clima è temperato. Alcuni li piantano in giardino, ignari che un abete supererà i 20 metri in pochi anni e che le radici si allargheranno in maniera invadente. Fuori dalla proprietà non si può piantare: ogni albero in vendita ha l’etichetta «non destinato a riproduzione e rimboschimento», si può piantare in bosco solo con autorizzazioni specifiche, per evitare l’inquinamento genetico e l’introduzione di organismi che potrebbero essere nocivi per l’ecosistema ospitante. Problema ancora più grave per gli alberi sintetici, che non si degradano per almeno 200 anni. E’ vero che sono più «longevi», ma questa tesi reggerebbe solo a patto di poterli tenere in casa per 2 secoli. Cosa improbabile.

ANCHE GLI ADDOBBI NATALIZI HANNO UN IMPATTO importante sull’ambiente: ogni anno vengono prodotti centinaia di migliaia di tonnellate di addobbi e confezioni in plastica. Per la produzione di un chilogrammo di plastica si producono circa 3 chilogrammi di CO2. Le illuminazioni natalizie, invece, secondo una ricerca svolta da Selectra (Web Company che si occupa di informazione energetica), producono mediamente 19 mila tonnellate di anidride carbonica nei 29 giorni di festività, calcolando per ogni famiglia luci dell’albero, luci esterne, un faro e decorazioni luminose. Ipotizzando l’accensione per sei ore al giorno, si consumerebbero 1.603 MWh, per un totale di 46.479 MWh, riversando nell’atmosfera 651 tonnellate di CO2 al giorno (18.870 tonnellate in totale dall’8 dicembre al 6 gennaio). Come 315 automobili in un anno. Per compensare tanta anidride carbonica servirebbero 944 alberi.

LA TERZA VIA POTREBBE ESSERE QUELLA DELL’ALBERO ecologico. Esistono già alcune realtà che creano questi alberi, ma la magia del Natale è più bella se si fa da sé. Non esiste ancora una filiera, ma potrebbe rappresentare un’alternativa al bipolarismo vero/finto, recuperando oggetti da riciclare per un albero ecologico. «La riduzione di CO2 sarebbe totale – dice Antonio Nicoletti responsabile per la biodiversità di Legambiente – se un albero finto produce molta anidride carbonica, e uno vero ne produce poca, meglio questo che non ne produce. Poi importante è il recupero di materiali. Anche come attività educativa è un ottimo lavoro da fare nelle scuole. C’è un valore di circolarità che è importante. Anche per fare un abete si consuma acqua, e ci sono pesticidi, e la maggior parte degli alberi poi non si può piantare perché muore. Si tratta quindi di una buona soluzione alternativa».




Fonte: Ilmanifesto.it