Marzo 22, 2022
Da Inferno Urbano
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Logiche di guerra

Campismo. Se al tempo della prima macelleria mondiale Ăš divenuta celebre la terribile presa di posizione di Kropotkin in favore della vittoria di una parte degli Stati belligeranti e in nome della stessa speranza di emancipazione, ciĂČ Ăš avvenuto probabilmente perchĂ© essa incarnava il fallimento dell’internazionalismo e dell’antimilitarismo, malgrado le risposte date da altri anarchici. Una scelta di campo nemmeno originale, dal momento che i principali partiti socialisti e sindacati operai dell’epoca avevano dal canto loro giĂ  ceduto alle sirene dell’UnitĂ  nazionale, allineandosi dietro il proprio Stato bellicista. Pur essendo assurdo dimenticare che talvolta alcuni anarchici hanno vacillato sentendosi con le spalle al muro, e ciĂČ si Ăš verificato anche in altri tipi di situazioni come le guerre civili (ricordiamoci del dilemma «guerra o rivoluzione?» risolto a favore della prima da parte della direzione della CNT spagnola), sarebbe tuttavia affrettato limitarsi a considerare solo questo aspetto.

Nel corso delle guerre che hanno costellato lo scorso secolo, ed in cui sono stati coinvolti i compagni, Ăš anche malgrado e contro di esse che sono stati messi in pratica molti interventi sovversivi a seconda del luogo in cui i compagni si trovavano: sono stati costituiti gruppi di combattimento autonomi (generalmente decentrati e coordinati), costruite reti di sostegno ai disertori dei due campi, realizzati sabotaggi del dispositivo militare-industriale nelle retrovie, indebolita la mobilitazione degli animi e minata l’unitĂ  nazionale, esacerbato lo scontento ed il disfattismo nel tentativo di trasformare quelle guerre per la patria in insurrezioni per la libertĂ . Magari ci verrĂ  detto che le condizioni sono assai cambiate dall’epoca di quegli esperimenti, ma certo non al punto di non poter attingere a quell’arsenale se si desidera intervenire nelle ostilitĂ , vale a dire partendo innanzitutto dalle nostre idee e progettualitĂ , piuttosto che dal male minore che consiste nel sostenere il campo e gli interessi di uno Stato contro un altro. PerchĂ©, se siamo contro la pace dei mercati, contro la pace dell’autoritĂ , contro la pace dell’abbrutimento e della servitĂč, siamo ovviamente anche contro la guerra. PerchĂ© pace e guerra sono in realtĂ  due termini che rivestono una medesima continuitĂ  dello sfruttamento capitalista e del dominio statale.

Energia. Tra i vari pacchetti di pompose sanzioni stabilite dagli Stati occidentali per colpire il loro omologo russo, alla testa come alla base, si saranno potuti notare alcuni evidenti trucchi. Tra le grosse eccezioni a queste sanzioni (che sono alla loro quarta raffica), troviamo infatti le esportazioni russe di materie prime energetiche (petrolio e gas) e minerarie. E ciĂČ capita a proposito, dato che la Russia produce il 40% del palladio e il 25% del titanio del mondo, essendo tra l’altro il secondo piĂč grande produttore mondiale di alluminio e di gas, cosĂŹ come il terzo di nichel e di petrolio. Tutte materie i cui prezzi si sono impennati a partire dall’inizio dell’invasione del territorio ucraino, procurando maggiori entrate monetarie alla Russia
 che d’altronde le vengono fornite in gran parte dai potenti degli stessi paesi che emettono incessantemente grida di sdegno umanitario riferendosi alla situazione attuale. A titolo di esempio, dall’inizio di questa guerra l’Unione europea versa ogni giorno alla Russia piĂč di 400 milioni di dollari per il gas e quasi 280 milioni per il petrolio, incassati direttamente attraverso le due banche risparmiate dalle sanzioni finanziarie (e non a caso!), ovvero Sberbank e Gazprombank. E vi risparmiamo i giganteschi importi di tutto il resto, indispensabile sia all’industria automobilistica occidentale (palladio), che alla sua aeronautica e alla difesa (titanio) o alle batterie elettriche (nichel).

Quando si dice che la guerra comincia qui, spesso sembra una semplice rielaborazione di un vecchio slogan ideologico del secolo scorso, ma se qualcuno arrivasse oggi a chiedersi chi finanzia di fatto l’attacco russo, dovrebbe volgersi precisamente verso gli stessi che finanziano il campo avversario, vale a dire la difesa ucraina: si tratta in particolare del sistema tecno-industriale degli Stati occidentali, che non smetterà di girare a pieno regime per così poco, visto che la guerra, i massacri e le devastazioni sul pianeta fanno già intrinsecamente parte del suo funzionamento.

Per colmo d’ironia, esistono allora interessi diversi che i due Stati belligeranti si guardano bene dal mettere in mostra in questa guerra assassina, per non danneggiare i loro comuni finanziatori occidentali: i due enormi gasdotti Brotherhood e Soyuz provenienti dalla Russia, che attraversano poi tutto il territorio ucraino, prima di dirigersi verso la Germania e l’Italia. Un po’ come nessuno dei due belligeranti vuole toccare altri obiettivi sensibili per la propria economia nazionale quanto vitali per le industrie aeronautiche della difesa europea (soprattutto Airbus e Safran), vedi la fabbrica di titanio del gruppo VSMPO-Avisma situata nella città ancora sotto controllo ucraino di Nikopol, e tuttavia proprietà diretta del principale esportatore del complesso militare-industriale russo, Rosoboronexport. Quel che potrebbe sembrare un paradosso ù in realtà l’amara illustrazione di una delle caratteristiche delle guerre inter-statali: sebbene le scatenino spudoratamente attraverso l’odio nazionalista, religioso o etnico, raramente sono i potenti a farne le spese — essendo ovviamente in grado di accordarsi fra loro in caso di necessità — ma sono le popolazioni a subirne le conseguenze mortali. Un po’ come la Francia che ha continuato a fornire alla Russia tra il 2014 e il 2020 dalle telecamere termiche per attrezzare i suoi veicoli blindati attualmente utilizzati nella guerra in Ucraina, ai sistemi di navigazione e ai rilevatori ad infrarossi per i suoi aerei da caccia e i suoi elicotteri, pur rifornendo l’Ucraina di missili anti-aereo e anti-carro. In materia di energia come di equipaggiamento militare, i finanziatori e i profittatori della guerra sono ugualmente qui, ed ù anche qui che si possono combattere.

Uno dei vantaggi della creazione di piccoli gruppi autonomi che decidano contemporaneamente i loro bersagli e i loro tempi — per chi qui guardasse la guerra con un altro occhio o altrove non avesse l’opportunitĂ  di fuggire o decidesse volontariamente di restare — puĂČ quindi consistere ad esempio nel sabotaggio degli interessi capitalisti e strategici comuni ai leader dei due Stati e dei loro alleati, non potendo piĂč servire in seguito nĂ© all’uno nĂ© all’altro, quale che sia il vincitore. Un’altra possibilitĂ  certo, ma che perĂČ non puĂČ cadere dal cielo viste le difficoltĂ  da affrontare, richiede forse di essere giĂ  sviluppata e preparata prima, in particolare con l’aiuto di strumenti organizzativi che facilitino la condivisione di sforzi, conoscenze e mezzi adeguati. Questa vecchia questione degli interessi in gioco giĂ  agitava del resto le reti dei partigiani francesi sotto l’occupazione tedesca, il cui comando come i servizi anglo-americani insistevano ovviamente sul fatto che i loro sabotaggi industriale di tali siti e strutture sensibili restassero soprattutto reversibili limitandosi a rallentare la produzione nemica, o distruggevano solo obiettivi non-critici alla futura ripresa del paese.

Sudditi. In questa sporca guerra, in mancanza di impegnarsi per il momento in intensi combattimenti in zona urbana, l’esercito russo procede da diverse settimane all’accerchiamento e a pesanti bombardamenti di diverse cittĂ , secondo una tattica giĂ  provata ad Aleppo. A Mariupol, per esempio, dove 300.000 persone sopravvivono assediate in condizioni terribili, molti hanno dovuto capire a proprie spese che erano in realtĂ  presi in ostaggio sotto il fuoco di entrambi gli Stati. In mezzo ad edifici sventrati, Ăš il proprio esercito che molti gruppetti di civili affamati devono affrontare uscendo dai rifugi per andare in cerca di cibo nei negozi abbandonati. Al fine di mantenere il suo monopolio sulle rovine e di continuare ad assegnare con prioritĂ  ogni risorsa agli uomini in armi, lo Stato ucraino ha quindi affidato ai volontari delle brigate di Difesa territoriale (Teroborona) non solo il compito di proteggere in seconda linea le sue infrastrutture critiche, ma anche di preservare l’ordine pubblico, che riguarda ad esempio i tentativi di saccheggio dei disperati. Per uno Stato che ha decretato la legge marziale tollerando, principalmente nelle cittĂ  bombardate, forme di auto-organizzazione inquadrate che consentano di supplire alle proprie carenze, il dovere patriottico sarebbe beninteso di aspettare le sue briciole a pancia vuota bevendo l’acqua dei radiatori, essendo risaputo che i saccheggi della sacrosanta proprietĂ  abbandonata possono essere effettuati solo da soldati nemici o da traditori, come scandiscono i suoi ordini del giorno. E al di lĂ  della tragica situazione di Mariupol, Ăš la stessa logica messa in atto nella capitale Kiev accerchiata man mano dalle truppe russe, questa volta con dei coprifuoco, l’ultimo dei quali in ordine di tempo non piĂč notturno ma di 36 ore continue per dare prioritĂ  all’esercito e alla polizia, che considerano «tutte le persone che si trovano in strada durante questo periodo come membri dei gruppi di sabotatori nemici», con le conseguenze che questo comporta.

Anche qui, affermare che in tempo di guerra lo Stato si impone col pugno di ferro ancor piĂč che in tempo di pace non solo sulle menti ma anche sui corpi di tutti i suoi sudditi, non Ăš una semplice banalitĂ  trita e ritrita: carne da cannone o carne da bombardamento, alla ricerca di cibo o di complici per auto-organizzarsi al di fuori della morsa statale, cioĂš semplicemente per respirare un’altra aria rispetto alla promiscuitĂ  dei rifugi o per comprendere la situazione da sĂ©, ogni individualitĂ  Ăš indotta ad annullarsi volente o nolente sulla scacchiera dei due eserciti che si fronteggiano. Una situazione che ovviamente si estende fino ai confini occidentali dell’Ucraina, che piĂč di tre milioni di rifugiati hanno giĂ  oltrepassato
 dopo essere stati debitamente controllati per scartarne tutti gli uomini tra i 18 e i 60 anni idonei al servizio. Se un’ondata di mutuo appoggio con le famiglie si Ăš diffusa su entrambi i lati del confine, uno degli aspetti piĂč rimarchevoli concerne tuttavia la tenue solidarietĂ  che comincia ad instaurarsi, nonostante l’ostilitĂ  di una parte degli abitanti, verso coloro che rifiutano di combattere e non hanno la possibilitĂ  di pagare 1500 euro alle corrotte guardie delle frontiere ucraine. In particolare, grazie alla compilazione di falsi certificati medici o all’assegnazione di passaporti biometrici, unico documento ufficiale accettato in Ungheria o in Romania durante le prime due settimane del conflitto per far entrare i rifugiati nel proprio territorio.

Smistare, selezionare, dare prioritĂ , registrare, classificare per separare alle frontiere i poveri buoni da quelli cattivi (anche a seconda della loro nazionalitĂ , come hanno constatato sulla propria pelle i cittadini dei paesi africani), non Ăš ovviamente una specificitĂ  dello Stato ucraino in guerra, ma la continuitĂ  di un vasto inferno di collaborazioni inter-statali, di contrattazioni economiche e di imperativi geo-strategici. CosĂŹ gli uni sono condannati ad annegare nel Mediterraneo, altri a marcire nei campi Onu per i Rifugiati al fine di essere smistati nei vicini territori, e gli ultimi a servire gloriosamente la loro patria o come schiavi salariati nei paesi ricchi sempre in cerca di manodopera a basso costo da sfruttare. PerchĂ© in fin dei conti la ferocia del potere — che non si rivela mai tanto quanto nelle guerre, nella miseria e nei massacri che genera — consiste forse anzitutto in questo: la sua intrinseca pretesa di spadroneggiare in nome dei propri interessi nel territorio che controlla, cercando di trasformare ogni essere che comanda in suddito sostituibile, a costo del suo annientamento come individuo.

Emergenza. Da diversi anni ondate di minacce vengono brandite e strumentalizzate ad ogni pie’ sospinto per distillare la paura, all’interno di una gestione sempre piĂč militarizzata della «pace» sociale: terrorismo, catastrofi ecologiche, Covid-19
 o una ormai possibile deflagrazione nucleare nell’estensione del conflitto che brucia ai confini dell’Europa. E, naturalmente, il ritornello degli ennesimi sacrifici da accettare in fila dietro lo Stato diventa anche qui ogni giorno piĂč stridente. Ma nella sostanza, forse Ăš vero che ci sarebbe qualcosa da sacrificare senza neppure aver bisogno di percorrere migliaia di chilometri. GiacchĂ©, tutto quel vasto sistema di morte su larga scala non Ăš forse alimentato da un’energia, un’industria, dei trasporti, delle comunicazioni e una tecnologia che scorrono tutti i giorni proprio sotto i nostri occhi? Rimandare la guerra al mondo che la produce interrompendo il suo rifornimento, puĂČ essere allora un altro modo di rompere i ranghi del nemico, sparpagliando dovunque il conflitto contro di lui.

Traduzione: Finimondo

Fonte: Avis de Tempetes

Avis de TempĂȘtes Numero 51 PDF




Fonte: Infernourbano.noblogs.org