Novembre 21, 2022
Da Inferno Urbano
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Soffiare sul fuoco. Alimentare gli incendi. Cercare nel vento la polveriera. La scintilla del pensiero anarchico si è sempre preposta tutto questo da quando scocca nei luoghi più inaspettati. Ancor prima che assumesse un nome, la tensione verso la libertà e la rivolta già sospingeva avventure e infondeva coraggio contro la sottomissione e la dominazione. Soffiar via la servitù volontaria è faccenda per guardare al mondo con delle prospettive inedite. Dalla miseria quotidiana si può sempre partire per un altrove, giungere a nuove forme del pensare e del vivere.

Graffiare la pelle. Alcuni sono i segni lasciati dai rovi intricati della Selva Oscura e misteriosa. Altri sono le zampate delle fiere che si fanno riconoscere guardando negli occhi il nemico. Il senso latente è che esiste ancora un luogo ostile, intricato e refrattario a chi vuole mapparlo ed esplorarlo. Un essere nel mon­do indomito e con una rabbia esistenziale che trascenda la resistenza per mutarla in attacco, conflittualità permanente, autonomia. Un piccolo frammento di libertà dentro ognuno, ignoto perfino a noi stessi, che però talvolta cerca sentieri di affinità con altre sensibilità. Ma a che servono i nomi per indicare qualcosa che è innominabile?

Soffiare sull’acqua. Guardarne le increspature rifrangersi e diffrangersi. Cosa giungerà sul fondo degli occhi? L’inganno del linguaggio. Il tradi­mento delle parole che da pensiero indistinto diventano grafia. Per questo non ci possiamo adornare di alcuna verità. Tantomeno dirla. Eppure, con lo smuoversi del fondo molle, possono disvelarsi ad ognuno le idee sul mondo che già portava in sé, così da avventurarsi negli abissi del proprio Io. Scoprire che la sopravvivenza non è tutto. Esistono ancora i sogni e le passioni. Che conseguenze trarne? Avanti, senza certezze, giorno dopo giorno, a soffi e graffi.

Fonte: abirato.net

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Fonte: Infernourbano.altervista.org