Novembre 13, 2021
Da Il Manifesto
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Dovremmo essere forse più accorti nello scrivere e pubblicare libri che hanno i libri quale argomento. Evitare, con curiose e diffuse disquisizioni, progressivamente nei tempi mutate in maniacalità, il rapporto che abbiamo con un sublime manufatto di carta che tormenta e pone continuamente ineffabili quesiti. Senza risposta. Intanto cosa è un libro? E quale carattere ha questo oggetto di alta silenziosa eloquenza che pretendiamo parlante? Il libro non è un oracolo da prendere assolutamente sul serio, lasciandosi voluttuosamente ubriacare con le pretese «sentenze» che propala: considerate «autentiche» e «credibili» giacché il «pensiero» del libro è stampato. E ogni cosa stampata illusoriamente è carta che canta. Verità assoluta. Sembra…
La ricerca di una verità come aspirazione esistenziale, nell’illusione, consisterebbe nel consultare, o leggere organicamente più libri possibili. Strada inutilmente labirintica. La verità non sembra infrattarsi tra ritmi libreschi. Dilaga piuttosto nella sublimità del caos che non a caso è coniugabile proprio con il caso. E i libri in questo groviglione di casualità ed eccentricità come c’entrano, visto che nel loro ineffabile distacco sembrerebbero essere principio e fine di ogni dubbiosa certezza? Necessario allora è leggere, o semplicemente sfogliacchiare pagine. Perseguire la malattia di voler sapere coniugata con la bramosia di possesso, accumulando libri quali fonte di certezza. L’illusione da eccesso produce un indominabile delirio: pensare di riuscire ad afferrare il senso e i ritmi dell’universo. Forse aveva ragione il cinico che assistendo nel 48 avanti Cristo all’incendio dell’Alexandrina, nel percepire le lamentazioni di chi deprecava il disastro, se ne uscì con una ferale sentenza: «Lasciatela bruciare altro non è che memoria di infamie».
Il rapporto dell’umano con il libro è studio, divertimento, passione…bibliofilia, biblioteconomia, bibliomania… e qualche altra capriola psicoanalitica… Nei nostri tempi il libro è diventato oggetto, tema e soggetto, di una ben identificabile categoria letteraria: i libri che parlano di libri. Di queste analisi recentemente ne sono spuntate all’orizzonte due, che si segnalano per il divertimento e insieme la drammaticità che propalano.
La prima, dovuta a un autentico specialista in materia bibliofila, è un sublime tormentone sul rapporto con i libri di certi mentecatti che ne riempiono la loro casa e lottano, lamentandosene, per la libresca perniciosa invadenza che sono costretti a subire. Massimo Gatta, in L’insolenza e l’audacia Sul disordine dei nostri libri (edizioni Graphe.it, pp.110, € 8,50), prende di petto il rapporto fisico con le biblioteche domestiche mettendo in scena una bella serie di italici bibliomani possessori di ipercollezioni di tomi d’ogni carattere e tempo che si slargano come metastasi per i loro appartamenti. Gatta, con dovuta seriosa ironia, si slancia sullo scenario ordinatorio di una biblioteca: se si debba sistemare per autore, editore, altezza del volume, colore del dorso… suggerendo un personalissimno disordine creativo. Con illuminanti e squillanti esempi egli arriva a mutare l’excursus in una guida ideale per tenere dominati i propri libri e per ovviamente ritrovarne uno in particolare nel momento di necessità lottando con la foresta amazzonica di carta stampata: raffigurazione orrorifica di una biblioteca accumulata dalla maniacalità di un amatore che ha perduto l’equilibrio.
Il secondo trattato in materia è dovuto a Guido Vitiello, Il lettore sul lettino Tic, manie e stravaganze di chi ama i libri (Einaudi «Super ET Opera viva», pp. 176, € 13,50): un autentico calepino sulle più curiose eccentricità – e chiamiamole pure così – di chi, oltre ad accumularli, i libri fors’anche li legge, passabilmente spizzicando tra le pagine e facendo, anche con se stesso, le mosse di leggere. Per poi magari citare a bischero sciolto qualche sentenza raccattata alla maniera di quella curiosa collana che usciva nella prima metà del Novecento a Torino dalla Utet (già Pomba) dovuta ad Americo Scarlatti, Et ab hic et ab hoc. E su quei tometti di «sapienza in pillole» il lettore poteva farsi una «cultura» e pensar bene con spigolature anche filosofiche (si fa per dire) ammannite al pupo.
Tra diffuse erudizioni, rasentando anche perversioni inconfessabili di natura erotica vissute da certi amatori del libro, tali da essere inserite in uno specifico Rapporto Kinsey, Vitiello riesuma quel decrepito maschilista di Octave Uzanne che nel Dictionnaire bibliophilosophique del 1896 dichiarava che «la donna, spesso gelosa del libro, è una Bibliofobica per istinto» perché sembrerebbe che certi libri ricevano tutte le attenzioni di un’amante. E commenta: «La bibliofilia è un club per soli uomini che non vogliono essere disturbati da donne in carne e ossa – specie dalle mogli – mentre vanno a caccia di donne di carta».
Strizzando l’occhio al proprio lettore nel confessare che «per noi lettori nevrotici i libri sono oggetti che meglio conservano le virtù miracolose di protogiocattoli…», Vitiello fa recedere i mantrugiatori di carta stampata allo stadio di pubere: spigolature da autentico trattato di psicoanalisi che invita a distendere il lettore di libri sul canapé del dottor Freud.
…E poi le manie, i vari tic: le scribacchiature sulle pagine commentando con sottolineature il testo in lettura; le orecchie in forma di segnalibro… E gli irresolvibili segreti nelle biblioteche domestiche… Una ricognizione spiazzante che potrebbe essere passabilmente esorcizzata con due autorevoli sentenze. La prima è di Monaldo Leopardi, che come è noto «costruì» la biblioteca, palestra del figlio Giacomo: «…niente è inutile in una biblioteca»; l’altra è dovuta a Giuseppe Gioachino Belli: «Nun c’è ggnente da dì. Ma ste scanzie / Da libbri, e sti libracci… / Ccosa sc’impari/Da tanti libbri e ttante libbrarie? /…/ Li libbri nun zò rrobba da cristiano / Fijji, pe ccarità, nun li leggete».




Fonte: Ilmanifesto.it