Gennaio 20, 2022
Da Umanita Nova
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È di questi giorni la notizia del confronto intraeuropeo sull’inserimento dell’energia nucleare nella tassonomia (leggasi classificazione) delle attività sostenibili dal punto di vista ambientale, pertanto meritevoli dei finanziamenti comunitari. A guidare il fronte contrario Germania, Austria e Spagna, favorevoli altri paesi tra i quali, i principali, Francia e Italia.

La Commissione europea ha spedito agli stati membri la proposta di riclassificazioni delle “energie sostenibili” ed entro la prima metà di questo mese questi dovranno dare una risposta. I media tendono a commentare la notizia ripresentando l’usuale dilemma: sì o no all’energia nucleare? Si tende a ridurre la questione nel perimetro delle scelte ecologiche, dimenticando (volutamente) che l’ambiente è una parte del vivente èe non può (e soprattutto non deve) essere valutato separatamente dal complesso delle vicende umane.

I media si limitano a sottolineare ciò che è ovvio e ben conosciuto, insomma che la Francia, potenza nucleare europea civile e militare, ha interesse a mantenere e sviluppare tale fonte energetica (si parla di un “nucleare green”) mentre la Germania, per contingenti motivi politici (il neonato esecutivo vede la partecipazione dei Verdi, storici antinuclearisti), è contraria a questa scelta. l’Italia, condizionata dal recente accordo del Quirinale, rimane al traino di Parigi. Questo il quadro che viene proposto all’attenzione dell’opinione pubblica ed anche le prime reazioni del mondo ecologista non vanno al di là del tradizionale rifiuto dell’atomo.

Affrontare l’argomento in questi termini non aiuta a comprendere la sostanza della questione ma, soprattutto, ripropone la fragilità di un metodo d’analisi: quello di considerare separatamente i singoli fatti senza la capacità di legarli fra loro e assemblare una visione d’insieme. Proviamo, invece, ad allargare la visuale e far emergere altri eventi. Due sono i momenti significativi che hanno preceduto la “svolta nucleare”: la proposta italo-francese di un’Agenzia Europea del Debito, ed il patto del Quirinale.

I media, nei primi giorni del nuovo anno, danno notizia di una iniziativa italo-francese per la costituzione di una “Agenzia Europea del Debito”. Tale organismo rappresenta, anche se non dichiarato espressamente, l’alternativa alle attuali regole europee di bilancio comunitario. La proposta è un ripensamento o meglio un “pensionamento” del noto patto di stabilità che in epoca pre-covid, con i suoi invalicabili limiti di spesa e di debito dei singoli stati membri, ha penalizzato le economie europee più deboli, dividendo l’Europa in due parti: i paesi “virtuosi”, cioè quelli del nord del continente e quelli “meno virtuosi” del sud Europa, confermando nel contempo il ruolo di traino, di locomotiva economica europea della Germania.

Il 23 dicembre scorso sul sito dell’Università di Chicago è apparso uno studio a firma dei due consiglieri economici di Macron e Draghi, nel quale è dettagliato un piano franco-italiano dal nome di “Debt Assumption Plan”, cioè un piano di assorbimento del debito dei singoli stati europei. Gli stati comunitari hanno accumulato enormi debiti sia a causa della crisi finanziaria del 2008-2009 sia durante la pandemia. L’Italia si è indebitata per il Covid di una cifra pari al 19% del Pil e ha accumulato un debito per fronteggiare la crisi finanziaria del 2008 oltre il 12% del Prodotto Interno Lordo. L’esposizione dei paesi “meno virtuosi” venne dal punto di vista finanziario affrontata con l’acquisto da parte della BCE dei titoli di stato nazionali soprattutto dei paesi più indebitati, Italia in primis. Draghi nel suo ruolo di governatore della BCE sostenne la manovra, nonostante la resistenza delle istituzioni tedesche. Ricordiamo che Draghi veniva apostrofato dalla stampa germanica come “lo spendaccione”. Ora Francia e Italia propongono una sorta di “messa in comune” dei debiti dei singoli paesi membri e di un loro graduale riassorbimento.

In sintesi la nuova Agenzia Europea del Debito emette titoli europei a basso rischio, quindi appetibili per gli investitori, per scambiarli con i titoli degli stati nazionali che ha in pancia la BCE, titoli ad “alto rischio” accumulati negli anni. La BCE prende i titoli emessi dalla Nuova Agenzia del Debito e cede in cambio i titoli nazionali che nel tempo ha acquistato dai vari stati (ricordiamo che la BCE attualmente detiene il 30% del debito pubblico italiano). In poche parole il debito accumulato dai singoli stati viene trasferito, gradualmente con scadenza quinquennale, alla Nuova Agenzia del Debito, titoli che verranno tenuti da questa sino alla scadenza.

Il vantaggio finanziario per i paesi più indebitati è palese. In sintesi, se si dovesse attivare tale meccanismo, l’Italia pagherebbe alla Nuova Agenzia un interesse, per i debiti accumulati nel 2022, di 580 milioni di euro contro l’attuale costo a carico del tesoro di 1,5miliardi di euro. Tale manovra consentirebbe quindi di non ricreare a danno dei paesi più indebitati situazioni di stress economico e sociale. Non si dovrebbero più riproporre, almeno in teoria, situazioni alla greca o all’italiana tipo 2012.

Questo, in estrema sintesi, è il racconto proposto dai media, i quali sottolineano che una volta tolto, seppur progressivamente, il fardello dei debiti dalle spalle dei paesi “meno virtuosi” si possono affrontare più serenamente gli investimenti per preparare “beni comuni europei come ambiente, salute pubblica, difesa”. Vale a dire togliere debito per ricreare altro debito (apparentemente più sostenibile) e permettere quegli investimenti pubblici indispensabili per mantenere l’Europa nella competizione del mercato globale.

Il fatto economico, seppur importante, non può essere analizzato separatamente da un contesto più ampio. La proposta economica è figlia diretta di un accordo politico che tende a creare nell’ambito comunitario un nuovo assetto, quello italo-francese, a discapito della storica guida franco-tedesca. È palese che si sta costituendo un tale asse che dopo decenni di conduzione delle politiche europee a direzione franco-tedesca sta tracciando, o almeno tenta, un nuovo percorso comunitario.

Al Quirinale è stato solo formalmente sottoscritto un accordo che non è solo politico ma lega la questione ecologica – leggasi la scelta nucleare – a quella economica – leggasi il “riassetto del debito europeo” – a quella geopolitica e militare ed energetica. Non è un caso che nell’arco di un mese Francia e Italia abbiano sottoscritto l’accordo del Quirinale e siano stati tra i promotori o, meglio, tra i cofondatori dell’embrione del primo esercito europeo.

L’esame del trattato fa emergere i singoli elementi e li mette in relazione dando una visione d’insieme che diventa sempre più chiara se si ha la capacità di leggere tra le righe. La chiave di lettura, la sintesi, la troviamo negli articoli che regolano l’azione comune nei confronti del “giardino di casa” ovvero l’area del “Mediterraneo Allargato” ed africana. Nell’articolo 3 si afferma: “Riconoscendo che il Mediterraneo è il loro ambiente comune, le Parti sviluppano sinergie e rafforzano il coordinamento su tutte le questioni che influiscono sulla sicurezza, sullo sviluppo socio-economico… Esse s’impegnano altresì a favorire un approccio comune europeo nelle politiche con il Vicinato Meridionale e Orientale”. L’articolo 4 è ancora più esplicito nel disegnare un interesse ed azioni comuni, infatti è riportato che: “Le Parti adottano iniziative comuni per promuovere la democrazia, lo sviluppo sostenibile, la stabilità e la sicurezza nel continente africano. Insieme, s’impegnano a rafforzare le relazioni dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri con questo continente, con particolare attenzione al Nord Africa, al Sahel e al Corno d’Africa.”

Ricordiamo che nel continente africano è in corso una vera e propria competizione per la costruzione di basi specie nel corno d’ Africa, la porta di accesso al Mar Rosso, uno dei punti nevralgici del commercio internazionale. La Turchia ha ottenuto dal governo sudanese uno scalo navale nel porto di Suakin, gli Emirati Arabi sono presenti con loro basi in Eritrea e Somaliland e la quasi insignificante Gibuti, per estensione territoriale, è un vero e proprio Hub militare internazionale. Cina, Usa Francia Italia Belgio Germania Giappone ed Arabia Saudita sono presenti a testimonianza di come il transito sul Mar Rosso è diventato il vero e proprio nodo dell’economia mondiale. Gli interessi e le azioni comuni portano di conseguenza allo sviluppo e coordinazione dei rispettivi sistemi di difesa.

Nell’articolato del Quirinale al paragrafo Sicurezza e Difesa si fa diretto riferimento alla costituzione di una difesa europea. Il patto stabilisce infatti che “Le Parti sviluppano la cooperazione nel settore dell’accrescimento di capacità d’interesse comune, in particolare per quanto riguarda la progettazione, lo sviluppo, la costruzione e il supporto in servizio, al fine di migliorare l’efficienza e la competitività dei rispettivi sistemi industriali e di contribuire allo sviluppo e al potenziamento della base industriale e tecnologica della difesa europea. Le Parti rafforzano la collaborazione nel settore spaziale migliorando la loro capacità di operare congiuntamente nello spazio ai fini di sicurezza e di difesa. Esse partecipano attivamente allo sviluppo di una cultura strategica europea in questo settore.” Tali accordi non possono a loro volta che conseguire una sinergia tra gli apparati industriali e nella sezione dedicata alla Cooperazione economica è dichiarato “Le Parti incoraggiano gli scambi tra i rispettivi attori economici, garantendo la promozione di una crescita equa, sostenibile e inclusiva. Le Parti favoriscono, in particolare attraverso consultazioni regolari, l’attuazione di un’ambiziosa politica industriale europea orientata alla competitività globale delle imprese e a facilitare la realizzazione della doppia transizione digitale ed ecologica dell’economia europea. Esse s’impegnano ad approfondire la loro cooperazione in settori strategici per il raggiungimento di tale obiettivo, quali le nuove tecnologie, la cyber-sicurezza, il cloud, l’intelligenza artificiale, la condivisione dei dati, la connettività, il 5G-6G, la digitalizzazione dei pagamenti e la quantistica. Esse si impegnano a lavorare per una migliore regolamentazione a livello europeo e per una governance internazionale del settore digitale e dello spazio cibernetico”.

Nel capitolo della cooperazione economica è chiaro l’intendimento di una convergenza sempre più stretta d’interessi. Uno dei settori di maggiore interesse è quello nucleare e non è un caso quindi che l’Italia si allinei alla Francia nel riconoscimento dell’atomo quale “energia sostenibile”. Sarebbe tuttavia un errore pensare che tale appoggio alla potenza nucleare transalpina abbia solo una prospettiva economica. Se andiamo in profondità ci accorgiamo che l’energia nucleare ha una ragione di fondamentale importanza: quella strategica.

Se il campo di prova dell’azione comune tra Roma e Parigi è quello del Mediterraneo ed in particolare quello africano, emerge un elemento chiave che per comprendere come la scelta atomica abbia una profonda ragione strategica geopolitica Negli ultimi anni diversi paesi africani si stanno orientando verso l’energia nucleare: infatti nel 2020 sono ben 17 i paesi che hanno sottoscritto accordi con le principali aziende internazionali del settore. Tra queste la società russa Rosatom, leader mondiale nella costruzione di impianti nucleari.

L’attivismo russo sta pagando in termini commerciali. Ruanda, Etiopia, Nigeria, Zambia, Ghana, Uganda, Sudan, Repubblica Democratica Del Congo ed Egitto hanno sottoscritto accordi per l’avvio di impianti nucleari. La Russia è a sua volta spinta in Africa dalle sue necessità o, meglio, difficoltà economiche industriali interne acuiti dalle recenti sanzioni occidentali e dalla struttura economica monoindustriale, basata su petrolio e gas, sempre più esposte alle fluttuazioni dei prezzi ed all’ascesa delle fonti rinnovabili.

Due sono i settori sui quali Putin può contare per assicurare entrate alla casse dello Stato e mantenere quel controllo geopolitico ad oggi assicurato dal commercio delle fonti fossili: il settore della vendita delle armi e quello del nucleare. Non è quindi un caso che l’Africa, con la sua richiesta di energia, derivante da un eccezionale incremento demografico e da sempre maggiori concentrazioni di capitali internazionali, da tempo è l’area di maggiore penetrazione russa e, nell’ottobre del 2019, si è tenuto il primo summit Russia-Africa.

L’attivismo russo non può che scontrarsi con gli interessi nucleari francesi e geopolitici soprattutto nel Sahel dove la penetrazione russa è particolarmente forte. Gli interessi geopolitici e nucleari francesi sono però, alla luce di quanto abbiamo sino ad ora descritto, anche quelli italiani. Ecco una ragione per la quale l’Italia sostiene la scelta nucleare, non solo quale possibile soluzione energetica nazionale ma come elemento indispensabile per sostenere il nuovo asse europeo italo-francese con tutte le sue implicazioni finanziarie ecologiche geopolitiche e militari. In questa prospettiva ecologia finanza geopolitica e militarismo si legano tra loro sono parti di un insieme il cui nome è il profitto.

Daniele Ratti




Fonte: Umanitanova.org