Novembre 14, 2021
Da Umanita Nova
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Un’azienda della grande distribuzione, all’interno delle sue strategie di fidelizzazione della clientela, propaganda la sua “tessera” per ottenere sconti sulla merce nella forma di un’App. Nello slogan che accompagna la promozione si sottolinea che, in questo modo, si toglie di mezzo la fastidiosa plastica che ingombra i portafogli. Quella che per i consumatori è una raccolta punti per accedere a “fantastici premi” o un modo per ottenere degli sconti sappiamo bene essere, per l’azienda, non solo un modo per fidelizzare la clientela ma anche una ricca fonte di dati. Attraverso l’elaborazione di queste informazioni è possibile effettuare una precisa profilazione degli acquirenti mediante analisi di abitudini e scelte di consumo, fornire un fondamentale supporto per definire strategie di marketing diretto, ottimizzare l’organizzazione del lavoro dedicato al riassortimento degli scaffali o alla gestione del magazzino. Sotto l’influenza della curiosità provo a scaricare l’App ma, sorpresa, “il dispositivo non è compatibile con questa versione” che è anche l’unica disponibile…. Partiti con l’idea di poter eliminare il supporto plastico ci ritroviamo di fronte all’ipotesi di “buttar via” il cellulare.

Ovviamente sto giocando con questo banale esempio ma forse è anche così che, secondo le statistiche, un cittadino europeo è “spinto” ad acquistare, in media, un nuovo cellulare ogni due anni. Un dispositivo che, per com’è stato progettato e costruito, permette di riciclare solo il 5% dei suoi componenti – tutto il resto rimane come rifiuto da smaltire. Questa prospettiva è comune alla maggior parte dei prodotti, tanto che lo stesso cittadino europeo consuma 14 tonnellate di materie prime in un anno producendo 5 tonnellate di rifiuti risultando, così, perfettamente inserito in quel modello dell’economia lineare che possiamo riassumere nel prendi-produci-usa-getta. Se tutti gli abitanti della Terra avessero gli stessi consumi degli europei, in base al calcolo della loro impronta ecologica, sarebbero necessari 2,8 pianeti.[1]

Risorse e rifiuti

Il problema non è, quindi, solo quello delle risorse consumate ma anche quello dei rifiuti prodotti. In particolare, i rifiuti elettronici ed elettrici includono una varietà di prodotti diversi: i grandi elettrodomestici, come le lavatrici, le stufe elettriche e i frigoriferi sono tra i rifiuti più raccolti e rappresentano il 52,7% della loro categoria; le apparecchiature di consumo (videocamere, lampade fluorescenti) e i pannelli fotovoltaici corrispondono al 14,6%; sono seguiti dalle apparecchiature informatiche e di telecomunicazione (computer portatili, stampanti) con il 14,2%: vengono poi i piccoli elettrodomestici che si attestano sul 10,1%; tutte le altre tipologie, come gli attrezzi elettrici e i dispositivi medici, rappresentano in totale l’8,4% dei rifiuti elettronici ed elettrici raccolti (fonte eurostat 2020).

Questa è la categoria di rifiuti che è cresciuta più velocemente nell’UE anche perché deriva da un genere di prodotti che bene si prestano a strategie di obsolescenza programmata. Se a questo si aggiunge che la quota relativa al riciclo mediamente si aggira intorno al 40% si percepisce quale sia l’impatto ambientale di queste produzioni. Le pratiche di riciclo variano da uno stato membro all’altro: nel 2017 il record positivo era della Croazia che ha riciclato l’81,3 % dei rifiuti elettrici ed elettronici, mentre quello negativo è stato stabilito da Malta con il 20,8%. L’Italia ha registrato una percentuale del 32,1%.

Come vedremo fra poco, però, l’importanza delle operazioni di riciclo non è solo legata al problema della quota destinata all’indifferenziato da smaltire negli inceneritori e nelle discariche, legali o abusive che siano.

Piano d’azione europeo

Il 20 marzo 2020 in sede UE è stato pubblicato il documento che definisce una nuova strategia industriale per L’Europa che si basa sostanzialmente su tre priorità: mantenere la competitività mondiale dell’industria europea, rendere l’Europa climaticamente neutra entro il 2050 e plasmarne il futuro digitale. Cerchiamo, attraverso le parole chiave ricavate dal documento[2] di capire qualcosa in più.

Si legge di un piano d’azione sulla “proprietà intellettuale” volto a difendere la sovranità tecnologica, riesame delle norme in materia di “concorrenza”, misure per “modernizzare e decarbonizzare le industrie” ad alta intensità energetica, strategie per “sostenere le industrie della mobilità sostenibile” e intelligente, iniziative per promuovere l’efficienza energetica e “garantire un approvvigionamento sufficiente e costante di energia a basse emissioni di carbonio a prezzi competitivi” e, per finire, “rafforzare l’autonomia industriale e strategica dell’Europa garantendo l’approvvigionamento di materie prime essenziali” e di prodotti farmaceutici.

La mia interpretazione, che ammetto essere grezza e di parte, è la seguente: “difendere la proprietà intellettuale” oggi non vuol dire semplicemente riconoscere al singolo “inventore” un beneficio per il suo ingegno ma soprattutto difendere i brevetti delle multinazionali. Lo abbiamo sperimentato proprio in occasione della pandemia Covid 19, dove la campagna per la vaccinazione di massa non è stata associata alla sospensione dei brevetti neppure dove la ricerca è stata sostenuta anche da fondi pubblici. La salute pubblica viene dopo la tutela dei profitti delle case farmaceutiche; i vaccini vanno a chi ha i soldi per pagarli, alla faccia dell’OMS.

Se ci riferiamo alla “concorrenza” l’Europa dei 27 si muove sul fragile equilibrio tra norme che regolano gli aiuti di Stato e quelle che permettono la delocalizzazione di attività produttive dove il costo del lavoro è inferiore. In nome della cosiddetta libera concorrenza si realizzano strategie aziendali che vedono penalizzati, in primo luogo, lavoratori e ambiente, sempre e comunque secondo logiche antitetiche ad una concezione delle attività produttive basata sulla cooperazione, sul mutuo appoggio, sulla solidarietà finalizzata a soddisfare i bisogni primari di tutti, indipendentemente dal luogo in cui si è nati o si vive.

Per quanto riguarda, invece, “il sostegno alle industrie della mobilità sostenibile ed intelligente”, temo che l’attenzione sia rivolta alle grandi aziende automobilistiche con un piano di sostituzione del parco veicoli privato articolato in due fasi: la prima, già in corso, con la promozione dei veicoli ibridi, la seconda centrata su quelli elettrici “puri”, ovviamente il tutto sfruttando al massimo le potenzialità dei due mercati.

Acciaio, alluminio, sostanze chimiche, cemento, fertilizzanti, ceramica, carta, vetro: la fabbricazione di questi prodotti richiede molta energia. Le industrie ad alta intensità energetica sono anche ad alta intensità di capitale e quindi più vulnerabili poiché la capacità produttiva non può essere adattata immediatamente al variare della domanda ed è fortemente condizionata dalle variazioni dei costi delle fonti energetiche, a loro volta strettamente dipendenti dai rapporti di forza dettati dalla geopolitica. Per questo “l’obiettivo di modernizzare e decarbonizzare le industrie ad alta intensità energetica” potrebbe significare non solo sostegno alle fonti rinnovabili ma anche una “riapertura” nei confronti del nucleare spacciato come fonte energetica a zero emissioni di CO2 alternativo ai combustibili fossili. Questo punto, che si collega in maniera evidente alla citata necessità di garantire “un approvvigionamento sufficiente e costante di energia a basse emissioni di carbonio a prezzi competitivi”, credo si possa interpretare come l’esigenza di garantire il rifornimento di gas metano estratto ad est e a sud del continente. Dove, se ad est giocano un ruolo fondamentale le alleanze e la stipula di contratti a lungo termine, verso sud è la presenza militare a garantire l’obiettivo in una situazione d’instabilità politica (leggi costituzione di un esercito europeo, gestione delle missioni internazionali e per l’Italia, nello specifico, difesa degli interessi dell’ENI).

Ho separato da queste considerazioni il punto che si collega all’obiettivo di “rafforzare l’autonomia industriale e strategica dell’Europa con l’approvvigionamento di materie prime essenziali” perché vorrei collegarlo all’idea di economia circolare. Per questo, riprendo l’esempio iniziale. Tra i componenti di un cellulare, di un computer o di un dispositivo elettronico, in generale sono presenti elementi come il tantalio che si estrae dal Coltan (miscela dei due minerali Columbite e Tantalite) i cui maggiori produttori sono lontani dal vecchio continente (le principali miniere si trovano, infatti, in Australia, Brasile, Venezuela, Repubblica Democratica del Congo, Nigeria, Ruanda, Uganda, Etiopia) così come anche altri i componenti preziosi, le cosiddette terre rare, che vedono la Cina in una posizione di predominio pressoché assoluto nella produzione e nel commercio: già dal 1990 la Cina esportava il 90% della fornitura mondiale di terre rare, arrivando al 95% nel 2011.

Che cosa sono le terre rare?

Sono un gruppo di diciassette elementi chimici e più precisamente: Scandio (Sc), Ittrio (Y) e i 15 Lantanidi Cerio (Ce), Disprosio (Dy), Erbio (Er), Europio (Eu), Gadolinio (Gd), Olmio (Ho), Lantanio (La), Lutezio (Lu), Neodimio (Nd), Praseodimio (Pr), Promezio (Pm), Samario (Sm), Terbio (Tb), Tulio (Tm), Itterbio (Yb). Questi metalli sono essenziali per l’industria tecnologica ed elettronica, poiché sono utilizzati per realizzare un’ampia gamma di prodotti. Secondo l’American Chemical Society, ad esempio, un solo iPhone contiene 16 terre rare su 17 ma nel loro insieme non superano l’1% del peso del dispositivo. Elementi come il neodimio, il terbio e il cerio sono fondamentali anche per l’industria delle auto elettriche e in generale per la tecnologia che dovrebbe accompagnare la transizione ecologica. Così com’è successo per il Litio il loro prezzo è in aumento e potrebbe crescere ulteriormente nei prossimi anni.

Dal punto di vista ambientale, poi, un problema ulteriore si riscontra nelle fasi di estrazione e di raffinamento, perché le sostanze passano attraverso una serie di processi che coinvolgono in più stadi acidi e filtraggi che generano consistenti scarti tossici. È stato calcolato che la lavorazione di una tonnellata di metalli delle terre rare produce circa 2.000 tonnellate di rifiuti tossici. Ecco perché, ancor prima della neo-sensibilità ambientale, per l’UE è di fondamentale importanza il riciclo di Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche – RAEE. In questo modo elementi come le terre rare possono essere gestiti correttamente, riciclati e immessi in nuovi cicli produttivi senza la necessità di nuove estrazioni dal suolo e senza essere troppo dipendenti da posizioni quasi monopolistiche come quella della Cina.

Economia circolare

Comunque, l’idea di promuovere l’economia circolare non deve essere cassata perché proposta all’interno delle direttive europee. In realtà non si tratta di una novità, anzi: gli equilibri naturali sono da sempre fondati sulle trasformazioni della materia all’interno di veri e propri i cicli. È dal periodo della rivoluzione industriale e dalle successive spinte verso il consumismo sfrenato che, invece, si è sviluppata l’economia lineare. Un modello che, via via che i nodi vengono al pettine, presenta il proprio conto sommando tutte quelle voci che non vengono mai calcolate. Se non fosse stato così, questo sistema economico non si sarebbe affermato e sarebbe stato riconosciuto insostenibile fin dall’inizio sia dal punto di vista sociale sia da quello ambientale.

L’economia circolare, invece, è un modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e dei prodotti il più a lungo possibile. Di fronte ad un aumento della domanda di materie prime che sono scarse e comunque limitate, con la popolazione mondiale in continua crescita, la corsa verso un limite invalicabile non può proseguire. Non mi riferisco solo alle conseguenze sul clima che i processi di estrazione e l’utilizzo delle materie prime producono sull’ambiente aumentando il consumo di energia e, di conseguenza, le emissioni di CO2.

Estendere il ciclo di vita dei prodotti e prevedere il riciclo dei componenti ne abbassa contemporaneamente l’impatto ambientale ma per ottenere i risultati ottimali occorre agire già in fase progettuale. La realtà, ad oggi, ci insegna che l’intento è stato esattamente l’opposto; ho già citato il problema dell’obsolescenza programmata. Si parla di obsolescenza programmata quando un’azienda inserisce dei difetti in un prodotto in modo che questo si rompa entro un certo periodo o dopo un predefinito numero di utilizzi. Quante volte ci siamo sentiti ripetere la frase “la riparazione non conviene… costa quasi come l’apparecchio nuovo”.

Secondo le strategie definite al parlamento europeo muoversi verso l’economia circolare può portare numerosi vantaggi, tra cui riduzione della pressione sull’ambiente, più sicurezza circa la disponibilità di materie prime, aumento della competitività, impulso all’innovazione e alla crescita economica (un aumento del PIL dello 0,5%), incremento dell’occupazione – si stima che nell’UE grazie all’economia circolare potrebbero esserci 700.000 nuovi posti di lavoro entro il 2030.

Questo, però, non basta. La volontà di trasformare radicalmente l’attuale società non può prescindere dal concepire le attività economiche all’interno di un modello circolare ma tale prospettiva deve essere associata all’eliminazione delle produzioni nocive ed inutili ed avere come fine il soddisfacimento dei bisogni di tutti grazie alla distribuzione delle risorse in maniera egualitaria nel rispetto dell’ambiente e delle generazioni future.

MarTa

NOTE

[1] L’impronta ecologica è l’indicatore che misura l’ipotetica superficie produttiva di terra e di mare occorrente a una popolazione per rigenerare le risorse consumate e riassorbire i rifiuti prodotti.

[2] https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/ip_20_416

RIFERIMENTI

https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:52020DC0098

https://www.europarl.europa.eu/news/it/headlines/economy/20151201STO05603/economia-circolare-definizione-importanza-e-vantaggi

https://www.europarl.europa.eu/news/it/headlines/society/20180328STO00751/statistiche-sulla-gestione-dei-rifiuti-in-europa-infografica

https://erionpervoi.it/it/news-iniziative/cosa-sono-le-terre-rare-e-perche-sono-cosi-importanti/

https://anie.it/il-recupero-di-terre-rare-dai-rifiuti-elettronici/?contesto-articolo=/servizi/ambiente-energia/notizie#.YYZQO2DMI2w




Fonte: Umanitanova.org