Gennaio 25, 2023
Da Dinamo Press
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La rivoluzione egiziana ha rappresentato un momento di speranza per milioni di persone, che dal 25 gennaio sono scese in piazza per chiedere riforme politiche ed economiche, poiché avevano visto in quell’occasione la possibilità di liberarsi finalmente dalle catene della povertà, dell’oppressione e dell’ingiustizia. 

Purtroppo, a distanza di oltre un decennio, i sogni maturati nel corso di quella stagione politica si sono sgretolati nella stretta di un nuovo autoritarismo, la cui ferocia sembra aver rimosso dallo spazio pubblico ogni traccia di quel laboratorio di trasformazioni sociali e politiche che era stata la rivoluzione.

Il governo ha fallito nel garantire a un’ampia fascia della popolazione l’accesso a beni e servizi di prima necessità, come cibo, casa e assistenza sanitaria. Inoltre, la repressione del dissenso, l’uso eccessivo della forza contro manifestanti pacifici, e la detenzione arbitraria degli oppositori, rimangono una realtà quotidiana e una barriera a qualsiasi forma di partecipazione politica.

Il quinto anniversario della rivoluzione egiziana è stato segnato da un evento tragico, la scomparsa forzata di Giulio Regeni, dottorando italiano in Egitto, rapito il 25 gennaio 2016.

Il suo omicidio è stato un duro monito per la comunità internazionale, che si è vista costretta a prendere coscienza dello stato dei diritti umani e della cultura dell’impunità che regna nel Paese. Perdere la vita per mano degli agenti del governo egiziano è una tremenda ingiustizia, per Regeni come per le altre migliaia di vittime egiziane i cui nomi non fanno notizia nelle cronache internazionali; tuttavia ben poco è stato fatto per contrastare l’esercizio arbitrario e violento del potere di al-Sisi e del suo esecutivo.

L’Unione europea e l’Italia si sono rese complici nel tempo della cortina di terrore che è calata in Egitto parallelamente all’ascesa al potere dei militari. Anche la mancanza di fermezza nel pretendere la collaborazione delle autorità del Cairo sul caso Regeni indica una chiara scelta politica. 

Per molte persone è stato uno shock assistere all’impennata del volume dei programmi e degli accordi di cooperazione tra Egitto e Italia dopo il 2016, soprattutto pensando all’incremento esponenziale delle vendite di armi che hanno fornito agli apparati statali egiziani armi e altri mezzi per commettere atrocità contro il proprio stesso popolo. Nonostante l’embargo sulla fornitura di armi decretato dall’Unione europea nel 2013, l’Italia è stata uno dei primi Paesi dell’Ue a riprendere i commerci di materiale bellico con il Cairo e da allora ha più che decuplicato il volume delle sue vendite di armamenti all’Egitto (basti pensare che nel 2019 il valore delle esportazioni di armi autorizzate dalle autorità italiane ammontava a oltre 5 miliardi di euro, secondo OPAL). 

Il commercio di materiale bellico tra Egitto e Italia ha sicuramente facilitato la repressione del dissenso politico e delle libertà democratiche, ma contribuisce anche a minare la realizzazione dei diritti economici e sociali della popolazione.

Guardando al fenomeno da una prospettiva più ampia, è possibile osservare che l’importazione prolungata ed esponenziale di armamenti dall’Italia (come da altri Paesi partner, quali gli Stati Uniti, la Germania, e la Francia) non solo rafforza gli apparati di sicurezza, ma dirotta al contempo verso la spesa militare risorse pubbliche che permetterebbero altrimenti di contrastare la povertà con maggiore efficacia, incrementare la sicurezza alimentare ed energetica, garantire servizi di base, alloggi e assistenza sanitaria ad ampi settori della popolazione.

In questo modo gli enormi investimenti nella militarizzazione della spesa pubblica sostenuti dal governo di al-Sisi perpetuano la povertà e la disoccupazione a spese dei ceti popolari egiziani. Si verifica così una dinamica in cui la concezione autoritaria, paranoica e repressiva di sicurezza, propugnata dal regime, si scontra con la sopravvivenza stessa dei ceti poveri e impoveriti, schiacciandoli, così come è stata schiacciata la rivoluzione. 

Allargando ulteriormente l’inquadratura allo stato delle relazioni euro-mediterranee, è evidente che l’Ue e l’Italia forniscono ingenti finanziamenti all’Egitto per la gestione dei flussi migratori, ma questo tipo di misure risultano inadeguate nell’affrontare le cause profonde e strutturali delle migrazioni. Inoltre, molti di questi programmi (si pensi ad esempio ai programmi ITEPA, di cui sappiamo davvero troppo poco) non tengono conto della situazione dei diritti umani in Egitto.

Invece di affrontare le cause che spingono migliaia di egiziani a migrare ogni anno, le autorità di Roma e del Cairo spendono milioni di euro dei rispettivi fondi pubblici, sotto la voce “cooperazione alla gestione dei flussi migratori, alla sicurezza e allo sviluppo”, per finanziare programmi di formazione della polizia di frontiera e delle forze di sicurezza egiziane, mentre le politiche di gestione delle frontiere esterne europee istituzionalizzano trattamenti crudeli e degradanti verso le persone migranti. 

Questo sistema non solo perpetua ingiustizie e violenza contro la popolazione egiziana, ma contribuisce anche a normalizzare un approccio criminalizzante e repressivo alla povertà.

Nel corso dei mesi passati, le misure di austerità adottate dal governo per fare fronte al grave indebitamento del Paese nei confronti del Fondo monetario internazionale (che comprendono una forte svalutazione della sterlina egiziana) hanno portato i prezzi alle stelle, innescando una profonda crisi economica che ha ridotto il potere d’acquisto di milioni di persone. Allo stesso tempo, il tasso di disoccupazione rimane elevato, e molti egiziani faticano ad arrivare a fine mese. 

Nonostante l’impressione di benessere ed espansione economica che possono suscitare gli sfarzosi progetti urbanistici, come quello per una nuova capitale nel deserto, l’Egitto attraversa una profonda crisi finanziaria ed è sui ceti medi e bassi della popolazione egiziana che ricade il peso del fallimento delle politiche economiche di al-Sisi, mentre il governo continua a dare la priorità agli interessi dell’esercito e dei più benestanti.

La rivoluzione del 2011 ha dato voce al sogno di un futuro più luminoso, ma oltre un decennio dopo la povertà, l’ingiustizia e la mancanza di libertà caratterizzano ancora la vita di milioni di persone nel Paese. 

Fino a quando la comunità internazionale si schiererà dalla parte di al-Sisi e del suo entourage, considerandoli legittimi partner strategici per la stabilizzazione del Mediterraneo sud-orientale, piuttosto che i responsabili della grave crisi finanziaria e dei diritti umani che imperversa in Egitto? 

È necessario che la comunità internazionale (compresa l’Italia) eserciti pressione sul governo egiziano affinché rispetti i principi e gli standard dei diritti umani, compresi i diritti economici e sociali e che si impegni a garantire che le attività diplomatiche e di cooperazione con l’Egitto non contribuiscano alla repressione del dissenso e altre violazioni dei diritti fondamentali.
Il mondo non deve chiudere gli occhi di fronte alle sofferenze della popolazione egiziana, le cui aspirazioni di libertà e giustizia restano, a dodici anni dalla rivoluzione, ancora insoddisfatte.

L’autore Sayed Nasr è Fondatore e Direttore di EgyptWide

Immagine di copertina da Flickr




Fonte: Dinamopress.it