Giugno 17, 2021
Da Infoaut
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Pubblichiamo un contributo sulle recenti elezioni in Algeria e sui movimenti algerini degli ultimi anni, scritto da Gianni Del Panta e Lorenzo Lodi su lavocedellelotte.it

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A due anni dallo scoppio del movimento “Hirak”, il regime algerino intende mettere fine alla stagione della “transizione”, stabilizzando il paese tramite repressione ed elezioni. Quali sono i processi di conflitto sociale dell’ultimo periodo che il regime vuole soffocare una volta per tutte?

Il sogno del regime algerino: regolare i conti con l’Hirak

Nelle intenzioni del regime algerino, le elezioni parlamentari di oggi, sabato 12 giugno dovrebbero rappresentare l’ultimo atto della supposta transizione politica che ha preso avvio il 22 febbraio 2019, quando un radicale movimento di protesta, comunemente noto come l’Hirak (movimento), è emerso alla ribalta. La forza delle mobilitazioni di piazza ha costretto sulla difensiva le classi dominanti e gli apparati militari per svariati mesi, riuscendo prima a ottenere la defenestrazione del presidente Abdelaziz Bouteflika – interrottamente alla guida del paese dal 1999 e costretto su una sedia a rotelle dopo un ictus debilitante nel 2013 – e imponendo successivamente il rinvio delle nuove elezioni presidenziali che si sarebbero dovute svolgere il 4 luglio.

A partire dall’autunno 2019, tuttavia, i rapporti di forza si sono modificati a favore del regime. Per quanto infatti l’Hirak abbia continuato a manifestare ogni venerdì, portando in strada centinaia di migliaia di persone in ogni angolo del paese, e gli studenti abbiano proseguito nelle loro marce del martedì, le classi dominanti sono riuscite ad imporre la propria agenda politica. Questa si è caratterizzata per una fittizia transizione politica attraverso la quale le procedure della democrazia borghese sono state utilizzate per legittimare il ritorno di un regime autoritario, guidato da un’implicita alleanza tra le forze armate e una borghesia compradora. Le due principali tappe del processo sono state le elezioni presidenziali del 12 dicembre 2019 – svoltesi nonostante l’aperto boicottaggio dell’Hirak e caratterizzatesi per la vittoria di Abdelmadjid Tebboune, ex primo ministro di Bouteflika – ed il varo di una nuova costituzione il primo novembre 2020. Tra i due eventi, ovviamente, lo scoppio della pandemia globale, che ha costretto l’Hirak a sospendere le proprie manifestazioni e a trasferirsi on-line a partire dal marzo 2020. A distanza di quasi un anno dal forzato blocco alle mobilitazioni, il movimento di protesta ha comunque tentato di riprendere la strada. Lo ha fatto con alterne fortune e non riuscendo più ad attrarre gli impressionanti numeri del 2019. Soprattutto però, l’Hirak ha dovuto fronteggiare una crescente repressione statale. Dallo scorso febbraio, ad esempio, si sono contati oltre 3 mila arresti tra i manifestanti. Con l’avvicinarsi delle elezioni parlamentari, le tenaglie delle forze di sicurezza si sono fatte poi ancora più stringenti, impedendo lo svolgimento delle tradizionali manifestazioni del venerdì ad Algeri e portando anche all’arresto di decine di giornalisti. I partiti liberali e di sinistra che hanno deciso di non prendere parte alle farsesche elezioni del 12 giugno sono stati i più colpiti, subendo arresti che non hanno risparmiato i loro dirigenti più in vista. Alcune associazioni culturali e sociali sono addirittura sotto la minaccia di dissoluzione. Stessa sorte è toccata anche al Parti Socialiste des Travailleurs (PST), contro il quale il ministero degli interni ha intrapreso un’azione giudiziaria per sospenderne le attività e sequestrarne le sedi.

In un simile contesto, il risultato che uscirà dalle urne avrà un valore limitatissimo. Appare infatti prevedibile una partecipazione elettorale molto bassa, per quanto il regime farà circolare dati gonfiati al riguardo una forte affermazione di candidati indipendenti, che rappresentano più della metà delle liste presenti. Tra le aspettative c’è poi una maggioranza relativa dell’Islam politico il quale, tuttavia, non rappresenta un forza con reali basi di massa in Algeria, a seguito della sconfitta nella sanguinosa guerra civile degli anni 90. Ciò che conta maggiormente è perciò capire se l’Hirak avrà la forza di tornare a sfidare il regime. Un aiuto decisivo in tal senso potrebbe arrivare dalle proteste dei lavoratori, che sono nuovamente aumentate in maniera sensibile negli ultimi mesi. Questo sembra riavvolgere il nastro fino all’origine profonda dell’Hirak.

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Un movimento politico anticipato da un’ondata di proteste sociali

La decisione di Bouteflika di correre per un quinto mandato presidenziale è stata certamente il detonatore che ha spinto centinaia di migliaia di algerini a riempire le strade del paese in segno di protesta. L’Hirak non è però magicamente emerso dal nulla: anni di acute proteste lo hanno anticipato.

In questo processo di accumulazione di energie rivoluzionarie, un ruolo determinante è stato giocato dalle mobilitazioni sociali: quattro settori si sono distinti al riguardo.

In primo luogo, deve essere menzionato il settore pubblico, soprattutto nei trasporti, nella sanità e nel comparto scolastico. A guidare le proteste e gli scioperi qui sono stati i sindacati autonomi, sorti nel periodo della breve parentesi di liberalizzazione politica vissuta dal paese tra il 1988 ed il 1992 e capaci di resistere alla costante repressione statale che li ha successivamente colpiti. Tra le più importanti mobilitazioni nel comparto dei trasporti possono essere menzionate: gli scioperi dei lavoratori della metro di Algeri nel novembre 2012 e nel marzo 2014; le svariate proteste del personale di terra e dei piloti di Air Algérie tra il 2013 e il 2018; lo sciopero di 9 giorni del trasporto ferroviario nel maggio 2016; il blocco dell’intero sistema dei trasporti della capitale nel dicembre 2015; ed infine lo sciopero dei postini nel gennaio 2013, durato 13 giorni e sfociato nell’occupazione della piazza della Grande Poste nel centro della capitale. Ancora più radicali, tuttavia, sono state le proteste nella sanità e nella scuola. I medici specializzandi, ad esempio, hanno scioperato per oltre 8 mesi consecutivi a partire dalla fine del 2017, mentre gli insegnanti si sono distinti per un’insolita marcia di protesta di circa 250 km tra Béjaïa [nota come Bugia in italiano] e Algeri nel marzo 2016, presto ribattezzata la “marcia della dignità”.

La seconda importante componente del movimento di protesta è stata rappresentata dal proletariato industriale. A partire dagli anni ottanta del secolo scorso, le classi dirigenti algerine hanno abbandonato un modello basato su un forte intervento statale, virando verso un utilizzo clientelare della rendita petrolifera. Come effetto, il paese ha conosciuto un forte processo di de-industrializzazione. In tale contesto, tuttavia, alcune delle grandi fabbriche create sotto la presidenza di Houari Boumediene (1965–1978) sono sopravvissute, emergendo come bastioni del movimento operaio. Nella gigantesca fabbrica che produce acciaio di El Hadjar, ad esempio, una lunga serie di scioperi si è sviluppata tra il 2010 e il 2013, mentre i 2300 lavoratori della ENIEM – azienda che assembla elettrodomestici – hanno incrociato le braccia per ben 27 giorni consecutivi nel febbraio 2013. La più importante disputa industriale si è svolta però nell’area industriale di Rouïba, alle porte della capitale Algeri, dove i circa 7 mila operai della società nazionale che produce veicoli industriali (SNVI) hanno scioperato per 8 giorni nel 2016 contro la riforma delle pensioni voluta dal governo e la cattiva gestione dell’azienda che ne metteva a rischio la tenuta.

Il terzo settore cruciale per le mobilitazioni nel periodo pre-2019 è stato quello degli idrocarburi. Come effetto combinato della riduzione delle riserve di greggio e del pesante calo del prezzo di petrolio e gas sui mercati mondiali, il regime algerino è stato costretto a varare un pacchetto di misure di austerity che non ha risparmiato neanche questo settore, dove tradizionalmente i lavoratori hanno potuto beneficiare di condizioni relativamente migliori. In risposta, gli impianti della Sonatrach (la società statale algerina che cura l’intero ciclo degli idrocarburi) sono stati colpiti da una lunga serie di proteste, culminate in vari scioperi della fame da parte dei lavoratori nel 2013, 2016 e 2018.

Infine, devono essere ricordate le classi popolari del sud del paese. In risposta al tentativo del governo di estrarre petrolio con la metodologia del fracking, queste hanno dato vita ad un’insolita e radicale sollevazione a partire dal dicembre 2014, con la permanete occupazione della piazza centrale di Ouargla. La forza delle proteste ha indotto il regime a bloccare le operazioni di fracking per alcuni anni. Quando poi nel 2017 il governo in carica ha nuovamente provato a forzare la mano in tal senso, una nuova mobilitazione ha attraversato le principali cittadine del sud dell’Algeria.

Il movimento dei lavoratori nel processo rivoluzionario

Nelle prime settimane della sollevazione contro il tentativo di Bouteflika di vincere un quinto mandato presidenziale, i lavoratori hanno partecipato alle proteste più come singoli che come classe organizzata. Tuttavia, sulla scia del malcontento all’interno dell’ex sindacato unico (l’UGTA – Union General des Travailleurs Algèriens) per la decisione del vertice di appoggiare la candidatura di Bouteflika e per la disponibilità dei sindacati autonomi di sostenere attivamente l’Hirak, uno sciopero generale di 5 giorni è stato indetto a partire dal 10 marzo. I tradizionali centri di attivismo operaio hanno guidato l’ingresso dei lavoratori come soggetto collettivo nel fuoco della sollevazione: tutte le attività sono cessate nella zona industriale di Rouïba, all’acciaieria El Hadjar e alla ENIEM, mentre gli uffici pubblici hanno abbassato le serrande nelle principali città. L’ondata di scioperi ha colpito anche i porti di Béjaïa e Skikda, l’intera rete ferroviaria e il sistema di trasporti locali. Soprattutto però, l’intero comparto degli idrocarburi, vitale per l’economia del paese, è stato paralizzato da scioperi e proteste.

Gli effetti del protagonismo operaio non si sono fatti attendere. Dopo appena 24 ore dall’inizio dei 5 giorni di sciopero generale, il regime annunciava il rinvio sine die delle elezioni presidenziali previste per il 12 aprile, mentre Bouteflika rinunciava a correre per un quinto mandato. Nelle settimane successive la continua e congiunta pressione proveniente dalle piazze con l’Hirak e dai luoghi di lavoro forzerà i militari ad abbandonare la loro comfort zone. In pratica, le forze armate avevano due possibilità: repressione diretta e violenta del movimento, oppure sacrificio dell’anziano e malato presidente sull’altare della controrivoluzione. Valutando i rischi della prima opzione, i militari facevano entrare ufficialmente il nome di Bouteflika nei libri di storia il 2 aprile 2019. La sollevazione era finita, il processo rivoluzionario, invece, era appena iniziato.

La caduta dell’ottuagenario dittatore innesca infatti un movimento dal basso volto a sostituire i capi dell’UGTA, colpevoli non solo di aver sostenuto fino all’ultimo l’ex presidente, ma anche di un atteggiamento sempre più arrendevole nei confronti delle contro-riforme economiche con cui la classe dominante mira a far cassa sin dal tracollo del prezzo internazionale del greggio del 2014. Il riferimento è a nuove privatizzazioni, a un codice degli investimenti volto ad accrescere i privilegi delle multinazionali dell’Oil&Gas – tra cui nuove concessioni per il fracking nel sud del paese e all’aumento dell’età pensionabile.

Il 10 aprile e il primo maggio i sindacati autonomi ingaggiano due scioperi generali che ottengono un buon riscontro tra i dipendenti pubblici, dove la Confederation Syndical Autonome ha una certa influenza. Intanto, il movimento democratico continua a mobilitarsi rigettando i tentativi da parte dei militari di chiudere la partita con l’indizione di presidenziali a luglio, nel quadro del vigente sistema istituzionale. Preoccupati che la marea popolare li travolga, gli stessi magistrati che collaborano con gli apparati di sicurezza e l’esercito alla repressione del movimento, si rifiutano di supervisionare il processo elettorale, mandando in fumo i progetti del regime. Nel frattempo, tuttavia, il movimento antiburocratico all’interno dell’ex sindacato di Stato non riesce a andare al di là di un settore d’avanguardia, radicato nelle zone industriali della Kabylia e nella federazione dei metalmeccanici. Le dimissioni del segretario generale Sidi Said ufficializzate in giugno sono allora sufficienti a ristabilire il controllo dei vertici UGTA sui settori strategici del movimento operaio algerino, quelli dell’apparato produttivo pubblico in cui la storica organizzazione è più forte. Uno sviluppo del genere è in realtà favorito anche dall’atteggiamento opportunista dei sindacati autonomi, i quali, invece di approfondire il collegamento con i settori radicalizzati dell’UGTA – insieme ai quali sfilano nella marcia del primo maggio – non fanno nulla per estendere la mobilitazione e finiscono per aprire all’ipotesi di nuove elezioni presidenziali. In questo modo, essi contribuiscono anche ad acuire la spaccatura tra il movimento operaio e l’Hirak, che continua invece a chiedere una riforma democratica radicale. Quest’ultimo, d’altro canto, non riesce a superare una strategia impostata sull’illusione che il popolo algerino unito dietro la bandiera nazionale possa costringere, di fatto, il regime ad ‘auto-sciogliersi’. Così, l’idea che le rivendicazioni di classe e anti-imperialiste vadano messe in secondo piano in quanto ‘divisive’ non facilita la ricomposizione del movimento di massa, mentre – venuta meno la forza d’urto del movimento operaio organizzato – l’Hirak è costretto a subire l’iniziativa dei militari, nonostante grandi mobilitazioni civiche proseguano lungo tutto il 2019. Sul piano soggettivo, in fondo, il processo rivoluzionario paga la debolezza della sinistra di classe.

Sono varie nel panorama politico algerino le forze che fanno riferimento ai lavoratori, ma solo il piccolo Parti Socialiste des Travaillers (PTS) porta avanti una posizione che individua la necessità di un’egemonia operaia dell’Hirak, anche se non ci sembra andare in questa direzione il fronte unico con partiti socialdemocratici e liberali perseguita del gruppo in questione (membro del Pacte pour l’Alternative Democratique). Detto questo, le esigue dimensioni del PTS non ne fanno certo il principale responsabile dell’impasse del movimento, il quale si manifesta in maniera chiara a dicembre quando lo sciopero generale chiamato dai collettivi studenteschi e popolari contro le elezioni presidenziali si rivela un sostanziale fallimento, coinvolgendo i soli bastioni industriali della Kabylia (Tizi Ouzou e Béjaïa). Di conseguenza, sebbene incassando un tasso di astensione attorno al 60%, il regime è in grado di far eleggere un nuovo presidente scelto tra i ranghi della vecchia élite politica – l’ex ministro di Bouteflika, Abdelmajid Tebboune – per poi approfondire la contro-offensiva nei confronti dell’Hirak con l’aiuto della pandemia che sopraggiungerà di lì a breve.

L’impasse del capitalismo algerino e il futuro dell’Hirak

Con i piani di aggiustamento strutturale (PAS) e le liberalizzazioni commerciali degli anni 90, l’Algeria ha subito più di altri paesi del Nord-Africa una rentierizzazione della sua economia. Anche nell’ex colonia francese la cessione delle aziende di stato ha creato una cupola di grandi oligarchi privati e favorito le multinazionali, le quali si spartiscono con le burocrazie statali il controllo sugli idrocarburi (in primis la ‘nostra’ ENI, famosa nel paese per le laute tangenti elargite a esponenti di punta del regime). Mentre però in Egitto, o Tunisia, le privatizzazioni non hanno segnato un processo di deindustrializzazione, qui il disimpegno statale dalla produzione è coinciso con un vero e proprio smantellamento di interi comparti manifatturieri. Ciò è avvenuto, da un lato, a causa del contesto in cui sono stati promossi i PAS, quello della guerra civile degli anni 90, specialmente sfavorevole per gli investimenti produttivi. Da un altro lato, però, la situazione è stataassecondata da quei settori della borghesia, legati a doppio filo con l’esercito, i cui affari sono concentrati nell’importazione di merci occidentali, grazie alla possibilità di accaparrarsi una parte della rendita proveniente da gas e petrolio. Gli idrocarburi hanno finito così per rappresentare il 40% del pil algerino e il 50% degli introiti fiscali, oltre ad essere l’unica fonte di valuta estera. Il crollo del prezzo del greggio causato dalla crisi pandemica ha perciò colpito con particolare durezza l’economia del paese, con la riduzione di oltre il 10% del prodotto interno lordo e sempre maggiori difficoltà a coprire le importazioni, da cui l’Algeria è estremamente dipendente.

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Fonte: Banca Mondiale

Ai posti di lavoro persi per via della recessione si aggiungono quelli minacciati dall’interruzione della produzione legata al blocco degli approvvigionamenti di beni intermedi provenienti da Europa e Cina. Il governo ha cercato infatti di dirottare il grosso delle riserve in valuta estera dalle importazioni al sostegno del valore del Dinar. In questo modo si è scongiurata una spirale inflazionistica, peggiorando però il problema della disoccupazione. Significativo in questo solco il dato sul crollo delle ore lavorate nel 2020, pari a circa il 20% in meno rispetto al 2019.

Aprile 2021: sciopero dei lavoratori Alcoste, azienda tessile di Béjaïa

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Aprile 2021: sciopero delle insegnanti a Orano

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Ecco che mentre il Covid favorisce la smobilitazione dell’Hirak e la repressione statale, il parallelo aggravamento della situazione economica spinge a un risveglio dei salariati industriali, per i quali la difesa del posto di lavoro è tanto più vitale quanto più i dati sulla disoccupazione si impennano. La sequela di proteste comincia con la lotta di 196 dipendenti della Numilog di Béjaïa (gruppo Cevital), colpevoli di essersi rivolti alla UGTA per ottenere mesi di stipendi arretrati. Il padrone contro cui lottano è il più ricco capitalista algerino, Issad Rebrab, in rotta con il regime nel contesto dello scontro interno al gruppo dirigente post-Bouteflika (e per questo incarcerato), ma dalla stessa parte della barricata nello scontro tra classi. Non sorprende perciò che la richiesta di essere re-integrati impugnata dai lavoratori Numilog venga respinta più volte dalle autorità giudiziarie. La tenacia di una lotta che prosegue tuttora dopo oltre 10 mesi, catalizza però altre mobilitazioni su basi simili. Cruciale, in questo senso, è la grande manifestazione dell’aprile che coinvolge i lavoratori delle fabbriche e del porto di Béjaïa, ma anche del settore pubblico, in solidarietà ‘ai 120’.

Mobilitazioni operaie a Béjaïa dello scorso aprile.

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Segue, a maggio, una vera e propria ondata di scioperi a difesa dell’occupazione e per esigere stipendi non pagati, nei bastioni tradizionali del movimento operaio algerino. A questi si aggiungono nello stesso periodo medici e insegnanti che chiedono aumenti di stipendio e maggiori investimenti nei sistemi sanitario e scolastico, rivelatisi inadeguati alla gestione della pandemia e sempre più sotto-finanziati. Scioperano anche i pompieri, i postali e gli impiegati dell’agenzia delle imposte.

Tali mobilitazioni rimangono tuttavia fortemente ancorate a rivendicazioni di carattere economico, limite che si aggiunge alla perdurante mancanza di coordinamento tra vertenze, alla divisione tra proletariato industriale e dipendenti pubblici, che fa il paio con quella tra settori combattivi dell’UGTA e sindacati autonomi, a loro volta estremamente frammentati. La recente ondata di lotta di classe fatica così a rivitalizzare un movimento democratico e popolare frastornato della stanchezza e dalla repressione. Il regime può allora dosare carota e bastone con le proteste dei salariati, mentre gli apparati repressivi stringono ulteriormente la presa sui settori dell’Hirak che continuano a mobilitarsi e a screditare i tentativi del regime di darsi una legittimità democratica. Le elezioni parlamentari del 12 giugno segnano così un ulteriore rafforzamento della contro-rivoluzione. Questo non equivale tuttavia a un consolidamento della capacità egemonica delle élite politiche ed economiche: l’esigenza di migliorare l’immagine riformista di Tebboune coincide infatti con quella delle classi dominanti di uscire dalla crisi in cui si avvita il capitalismo algerino (e mondiale) aumentando lo sfruttamento dei lavoratori e delle masse popolari. Con un deficit della bilancia dei pagamenti che nel 2020 ha toccato il 14% del PIL e riserve estere in grado di coprire pochi mesi di importazioni, lo spettro di un intervento dell’FMI continua ad aleggiare; con esso, ulteriori pressioni per mettere in campo gli attacchi alle masse popolari che le multinazionali del petrolio e i gruppi dirigenti locali hanno in mente da tempo. Non è da escludere, tuttavia, che l’esperienza di lotta accumulata negli ultimi anni e mesi possa consentire ai lavoratori e al popolo algerino di dare ancora del filo da torcere a le pouvoir.

Corteo dei lavoratori Sonatrach di Hassi R’Mel, marzo 2019.

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Fonte: Infoaut.org