Settembre 10, 2022
Da COMIDAD
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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Introduzione

A marzo 2022 si è istituzionalmente conclusa l’emergenza pandemica dichiarata a marzo 2020, la cui gestione (e il meccanismo emergenziale in generale) non ha sicuramente concluso le sue istanze, dato che evidentemente e per ammissione delle stesse istituzioni i procedimenti di allerta e in generale tutta una serie di misure e pratiche persevereranno, mostrando fin da ora le ampie istanze di “normalizzazione” sviluppatesi. Nonché le perduranti modalità di “emergenza permanete” che trapassano prontamente dall’ambito medico, a quello bellico, terrorista, energetico o ambientale, con ampie possibilità di applicazione. In tutto questo le criticità in ballo durante la gestione sono molte. Due anni in cui si è pubblicamente evitato di affrontare qualsiasi argomento di critica, mostrando disinteresse o andando a screditarne la fonte, tramite l’utilizzo di pregiudizievoli etichette.
Un (non-)dibattito pubblico che vorrebbe negare una enorme serie di contraddizioni manifeste nella gestione pandemica, dove il complesso scientifico appare diviso, lontano dalla narrazione di un sistema mediatico e istituzionale che batte senza sosta la campana del “lo dice La Scienza”. Il fatto è che “La” scienza non esiste, esistono semmai il metodo scientifico e le teorie scientifiche: sempre rivedibili e dipendenti dal contesto nel quale sono calate e si sono sviluppate e che più volte hanno fatto danni.

. Il (non)dibattito scientifico: La scienza non come metodo ma come istituzione.

Sarebbe sciocco considerare il sistema scienza come avulso dal complesso storico-sociale; in tal senso l’interdisciplinarietà e la valutazione dubbiosa sarebbero sempre d’obbligo. L’epistemologia poi, branca che dagli albori si occupa di indagare i criteri di legittimità di un dato metodo di sapere e fondatrice della scienza stessa, pare del tutto esautorata: epistemologi e studiosi producenti da inizio pandemia argomenti fondamentali e coerenti con decenni di studi vengono ad oggi denigrati.
Nel migliore dei casi si invitano a salotti televisivi fantasiosi teorizzatori di esasperate teorie cospirazioniste facilmente screditabili, cosi poi da potervi accorpare ogni altro pensatore critico, considerato cosi un: “complottista, negazionista, no-vax, no-mask, movidarolo, untore del bonus vacanze”, e l’emergenza diviene sua colpa. Una guerra tra poveri che ha spezzato nuclei familiari e amicizie, dove la contestazione pubblica è sempre stata rivolta in orizzontale, verso altri cittadini, e praticamente mai in verticale, verso le istituzioni.
Chi difende le dinamiche di gestione pandemica ha infatti riguardo le idee critiche, tendenzialmente, visioni semplicistiche, che si limitano alla constatazione della relativa etichetta appiccicata al personaggio. Si è già stabilito preventivamente quali sono le conclusioni “scientifiche” accettabili, gli argomenti vengono poi approvati ad hoc. Se si è in linea si è ascoltabili altrimenti si è pagani anti-scienza.
La scienza dunque non appare più un metodo ma una verità assoluta e pensiamo che ormai sia sempre più palese il rischio di tramutarla in nuova superstizione per le masse. Argomento peraltro da decenni affrontato da importanti studi e riflessioni ad oggi assurdamente taciuti. Una scienza spesso confusa con quelle che in realtà sono l’istituzione scientifica e l’industria scientifica. Cose ben differenti.

. Capri espiatori ed onere della prova

Col vaccino la faglia si è allargata: da una parte i rispettosi e obbedienti, in nome della scienza, dall’altra i complottisti, no-vax, negazionisti, anti-scienza, aspramente additati da mass media e istituzioni. Si mostra qui non la “solidarietà” tanto retoricamente decantata ma l’astio e l’egoismo che il nostro mondo produce senza sosta. Tutto ciò canalizzato nel consueto odio verso il capro espiatorio di turno.
C’è una questione infatti oggi taciuta: nel momento in cui si vuole inserire una pratica, una misura, sta al promotore giustificarla.
Si sente chiedere dimostrazioni e prove inconfutabili a chi esprime critica. Argomenti poi spesso respinti, come detto, per puro pregiudizio, magari perché provenienti dal mondo dell’antropologia o dalle scienze sociali invece che della medicina. Mentre ad oggi non esistono documentazioni, ricerche ampie, tavoli di lavoro, articoli scientifici o commissioni che abbiano dimostrato con sufficiente affidabilità la presupposta utilità e ancor meno la necessità nell’imporre tutto ciò che si è fatto. Nel frattempo entrando in un centro vaccinale, spesso sotto ricatto di licenziamento, si è obbligati a firmare un foglio dove si esplica che ci si prende la responsabilità personale, e si è lì in maniera totalmente libera.
Da inizio emergenza non si è assistito a dibattiti sull’entità della malattia, a commissioni per studiare delle cure ed attivare delle pronte procedure di assistenza ai malati. Forse per la prima volta nella storia di fronte a una malattia (dove non sono i virus in se pericolosi ma le malattie che eventualmente scatenano) si è pensato solo a confinamento e vaccino massificato.
Storia già ampiamente vista: ormai sono molti che una volta ammalatisi hanno ricevuto come unica risposta di prendere paracetamolo e di “attendere”, a volte fino al ricovero (ad oggi ancora sono queste le “linee guida ufficiali” del ministero).
Mentre si urlava “la gente muore” non si è vista nessuna istituzione che si desse esplicitamente e in maniera sollecita da fare per favorire l’assistenza ai malati, cure lasciate in mano ai privati e all’iniziativa individuale di medici volenterosi che spesso si son pure sentiti appioppare qualche etichetta pregiudizievole.

. Biopolitica e scientismo

Mentre mancano quindi vere ragioni “scientifiche” che giustifichino l’attuale, ampie argomentazioni però esistono sulla portata biopolitica, sui disastrosi effetti e ricadute sociali delle misure, sulle iniquità e le contraddizioni, sulla sofferenza imposta e sul generale oscurantismo, sugli interessi economico-politici in ballo e sul collegare l’attuale a un meccanismo di sviluppo post-industriale che da tempo si sta delineando e che ha le sue radici molto indietro.
Si sono scelte misure socialmente e antropologicamente invasive, i cui effetti vanno ovviamente oltre la sola gestione di una pandemia e i cui danni sono più ampi di quel che pubblicamente si discute. Le questioni in ballo sono molte e riguardano la società e più in generale la vita e il nostro rapporto col mondo: quale orizzonte di senso (o non-senso) ci stiamo ritrovando tra le mani. In nome del panico indotto inerente la sopravvivenza, ci palesiamo infatti disponibili a sacrificare qualsiasi altro aspetto. Come pare non interessi analizzare ciò che la gestione pandemica manifesta riguardo lo sviluppo sociale in generale, in un clima di accettazione indifferente che ha dell’inquietante.
Come altre volte accaduto in passato e come rischia di ripresentarsi ciclicamente, l’emergenza diviene (e continuerà a divenire) un passe-partout per incrementare meccanismi di sviluppo eticamente discutibili, annullando eventuale opposizione. Isolazionismo, tecnocrazia, contenimento degli spostamenti, limitazioni all’aggregazione, assoggettamento della critica, burocratizzazione, controllo diffuso sulla persona, medicalizzazione del sociale ed esproprio della salute, digitalizzazione delle vite, perdita del contatto fisico, estensione del dispositivo biopolitico. Con la motivazione dell’emergenza tutti questi meccanismi ed altri trovano terreno libero verso uno sviluppo che scavalca ogni orizzonte etico. Importanti pensatori quali Basaglia, Foucault, Arendt, Lyotard, Illich, Pasolini, Agamben, Adorno, Benjamin, Orwell, Weil, Lévinas e moltissimi altri, paiono cancellati forse nel momento storico in cui sarebbero più utili.
Ciò a cui assistiamo non è scienza ma scientismo, una deriva dogmatica già ampiamente studiata e criticata. (Scientismo: Indebita estensione di metodi scientifici ai più diversi aspetti della realtà, con infondate pretese di conoscenza rigorosa. [Da Treccani]). Il tutto in linea con alcune nefaste conseguenze che, già a fine ottocento, l’eccessiva fiducia in una scienza che non si pone limiti aveva prodotto e ha continuato a produrre. Lo scientismo rappresenta la devianza arrogante di un sapere che si impone come l’unico accettabile, che si esprime tramite istituzioni selezionate dall’alto, tacendo voci di dissenso, inneggiando ad uno sviluppo potenzialmente ed assurdamente infinito.

. Gestione pandemica non è pandemia

Alcuni ritengono di possedere argomenti validi, gli unici validi, perché personalmente testimoni di malati a volte deceduti in condizioni orribili, di turni infermieristici massacranti e ospedali carichi. Tutti eventi sicuramente conclamati e drammatici. Ma la visione della effettiva dannosità di una malattia giunta alle estreme conseguenze e la constatazione oggettiva di un sistema sanitario al collasso (da anni) non sancisce la legittimità delle misure prese. Semmai al contrario, dovrebbe suscitare dubbi.
Anche a questo risultano utili gli appellativi quali “negazionista” e “no-vax” appiccicati a chiunque esprima dissenso, per accorpare, denigrando, chi critica le misure a personaggi neganti l’esistenza stessa della malattia. Ma l’obiettiva esistenza di deceduti e sofferenti non legittima l’esistenza delle misure. Anzi, il constatare determinati accadimenti dopo mesi e mesi di misure contradditorie ed imposte spesso con meccanismi velatamente violenti e ricattatori dovrebbe invece portare a domandarsi proprio se tali misure possano esser servite o no. La pandemia è una cosa, la gestione pandemica un’altra.
La quasi totalità delle comunicazioni ufficiali riguardanti la gestione pandemica sono infatti andate incontro ad ampie e manifeste contraddizioni, mentre molte critiche si sono poi rivelate legittime (come, giusto per fare un esempio, la durata dell’emergenza, che doveva finire col primo lockdown, poi con le chiusure, poi con le misure, poi col vaccino “miracoloso”, e via così in una serie enorme di contraddizionisempre scaricate su capri espiatori, tutte cose che ottimi argomenti avevano già criticato da inizio emergenza). Cosa però assolutamente non valutata, probabilmente anche per una congenita assenza di memoria sociale.

Mancata assistenza ai malati e marketing vaccinale

Come accennato, forte è il sospetto che una mancata incentivazione di una pronta assistenza ai malati possa aver fatto danni. In Italia infatti abbiamo più associazioni liberamente formatesi che propongono cure domiciliari. Il solo fatto che queste abbiano dovuto agire in un contesto non istituzionale per cercare di assistere i malati fin dai primi sintomi testimonia la non volontà fin da inizio emergenza di incentivare in tutti i modi una possibile cura e porre rimedio tempestivo all’emergenza da parte degli organi costituiti.
Non siamo medici e non abbiamo autorevolezza per poter parlare di farmaci e cure specifiche, ma riguardo la metodologia, è lì che si è palesata la faglia: nel non aver applicato e anzi aver disincentivato l’assistenza ai malati come metodo per affrontare una malattia. Si è parlato fin da subito solo di misure e vaccini. E mentre il sistema sanitario non è migliorato rispetto ad inizio 2020 (tutt’altro), dai pulpiti televisivi si dichiarava mendacemente che: “Chi non si vaccina muore o fa morire”. Ad oggi si constata sulla pelle che la medicina territoriale in due anni di emergenza è stata definitivamente smembrata.
A fronte di ciò, è un fatto che il vaccino sia stato iper-promosso fin da subito con tutte le canoniche strategie di marketing pubblicitario, manifestando anche qui ampie contraddizioni. Con la campagna vaccinale che ha raggiunto livelli da teatro dell’assurdo: slogan ad effetto, influencer, campagne mediatiche, sponsor, marketing e pianificazioni commerciali.
Nel frattempo Big Pharma, che da decenni si impone tra i più grandi colossi finanziari di epoca neo-capitalista, sta ottenendo una perfetta “fidelizzazione” del consumatore tramite un vaccino somministrato periodicamente a tutta la popolazione sana piuttosto che da eventuali cure da somministrare ai soli malati.
Ciò non implica in nessun modo che i vaccini in generale siano inutili, ma ignorare del tutto tali aspetti in un sistema globale che sempre più funziona in base a principi finanziari risulterebbe sciocco. Uno sviluppo del sistema medico in chiave prettamente post-industriale è infatti da decenni studiato. Ad oggi una gigantesca “distorsione cognitiva” sembra negare tutta una enorme serie di fondamentali studi e ci si ritrova ad inneggiare ad una scienza sempre più vista come sorta di divinità detentrice di verità assolute.
I vaccini in generale si sono sì dimostrati utili, ma una semplice logica precauzionale insegna che vanno usati quando si ha necessità, differenziati in base alle caratteristiche dei soggetti, integrati con complementari metodi di cura, opportunamente studiati e sottoposti a molteplici analisi. Stabilire fin da subito e in maniera pregiudizievole che “unica via per uscirne” sia il vaccinare per la prima volta l’intero pianeta (per quanto ovviamente non sarà possibile farlo appieno) manifesta una tendenza all’estensione onnipotente del dominio tecnico di stampo neo-capitalista e neo-coloniale, legittimato ad imporsi su chiunque, che palesa presunzione e apre le porte a inquietanti sviluppi. Anche qui null’altro che un canonico principio di colonizzazione, interna (che si impone trasversalmente su tutti i cittadini) ed esterna (che si pretende di estendere a tutte le popolazioni umane senza differenziazione), con imposizione di parametri tecnico-culturali in maniera obliqua come se questi, di fronte alla varietà dei saperi e delle culture, fossero gli unici legittimi e quindi imponibili a chiunque; l’antropologia qui potrebbe insegnarci molto sull’atteggiamento dominante tipico del sistema occidentale.

. Uno sviluppo sociale post-industriale nefasto

Siamo da tempo di fronte a uno sviluppo del sistema industriale della salute, entro un meccanismo che non funziona diversamente dall’industria culturale o delle merci, direzionato alla massificazione e spersonalizzazione professionale dei servizi.
Il fatto di pensare che il sistema dell’industria sanitaria sia virtuoso perché “scientifico” vuol dire aver poco chiari gli sviluppi storici della scienza e in particolare del processo di post-industrializzazione che hanno subito questi campi. Una società di stampo neo-liberista è ovvio gestirà tutti i suoi gangli applicando la stessa logica, ritenere che un’emergenza in qualche modo nobiliti questi non ha nessuna legittimità.
Ed è qui che riteniamo di vedere uno dei vari nodi dell’attuale: i principi alla base dei metodi adoperati durante l’emergenza si accordano perfettamente con un sistema di stampo post-industriale, dove la medicina di prossimità (vicina al malato), che tiene conto e cura della specificità di ogni singolo paziente, sta definitivamente scomparendo sostituita da un’ottica medico-industriale fondata sulla distanza e sulla logica del prodotto uniformato pronto al consumo di massa.
L’assecondare tali dinamiche obbedendo a diktat basati su di una tale logica, consumista e centrata sulla ricerca di capri espiatori tra la popolazione, sta evidentemente incrementando il processo. Tutto ciò spiega perfettamente il linguaggio “cagnesco” proliferato in questo periodo, dove si scarica tutta la propria angoscia tramutata in ira sul prossimo. Meccanismi già ampiamente visti nella storia: “Divide et Impera”.
Oggi, come analizzato da ampi studi epistemologici, stiamo assistendo tra le varie cose ai risultati di un percorso iniziato da molto e da molto analizzato in maniera critica. Ora il sistema medico come molti altri ambiti si pretende auto-evidente e oggettivo entro i suoi meccanismi istituzionali.

. L’importanza di una critica epistemologica

L’epistemologia, l’antropologia medica ed altri campi da decenni producono analisi più che legittime che vanno a ragionare criticamente su alcuni meccanismi di sviluppo attuali. Da Foucault a Basaglia, da Lyotard a Illich, da Adorno a Benjamin e moltissimi altri, si sono prodotti ampi studi che oggi sarebbero fondamentali per comprendere certe dinamiche. Snobbare tali ambiti di sapere perché non “tecnici”, non “specializzati”, genera per definizione un atteggiamento tecnocratico a cui oggi stiamo soccombendo: un sistema politico e sociale sottomesso a diktat di natura tecnica dove solo un gruppo selezionato di esperti è autorizzato. Si è spalancata la porta a tutto ciò col pretesto della necessaria gestione pandemica, disdegnando le analisi riguardanti tutti i meccanismi in ballo, che non si annullano perché c’è una pandemia, tutt’altro. Ciò ci dà una mappa della pochezza culturale che purtroppo attraversa da tempo la nostra società. Cultura tra l’altro, anche qui, tra i principali bersagli delle misure pandemiche in un ciclo di auto-rinforzo del sistema (basta vedere la veemenza con cui sono stati tartassati circoli culturali, ambienti scolastici ed in generale di aggregazione, in particolare giovanile, veemenza assolutamente non vista in altri ambiti più evidentemente confacenti lo “Sviluppo”).
Decenni di argomentazioni ed ampi studi critici sembrano cancellati a fronte di una cronaca assimilabile non all’argomentazione scientifica ma alla retorica scientista. Il rischio è realizzare definitivamente un mondo finanziariamente globalizzato (con la politica divenuta “serva” della finanza mondiale), dove viene strumentalizzato un atteggiamento moralista in nome di un funzionalismo tecnico-istituzionale consumista basato su securitarismo, controllo generalizzato e disciplinamento sociale.
La scienza medica, divenuta industria della salute, è autoreferenziale, accoglie solo argomenti provenienti da se stessa, e ciò crea ovviamente una impossibilità di reale critica. Le questioni etico-epistemologiche devono accompagnare sempre le scienze e la medicina. Il fatto che tali questioni siano bistrattate sta generando problematiche nella comprensione delle dinamiche che ci coinvolgono, dove viviamo un reale-sociale che sempre meno comprendiamo e sempre più subiamo. Con un forte senso di instabilità personale e collettiva. Anche qui sta una delle chiavi per comprendere la confusione generale attuale: ci si è privati di necessari mezzi culturali per la lettura del reale. Per conseguenza ci si è abbandonati ad una passiva obbedienza.
Dal punto di vista della ricerca scientifica l’attuale è manifestazione di derive tecnocratiche tipiche della nostra epoca, che si focalizzano sull’analisi del particolare formando specialisti molto preparati su un campo esclusivo ma che non posseggono una visione più ampia e di stampo critico. Inseriti poi questi entro un sistema che premia la ricerca inerente l’applicazione immediata in campo economico (si finanziano studi che generano risultati subito utili sul mercato) si ritrovano avviluppati in una enorme serie di conflitti di interesse.
Vorremmo lasciare qui due brevi citazioni, la prima da Jean Francois Lyotard, autore di uno dei più importanti studi epistemologici sulla contemporaneità: “La condizione postmoderna”, l’altra da Ivan Illich, uno dei maggiori sociologi ed epistemologi di fine ‘900:
«L’esigenza dell’amministrazione della prova si fa sentire più vivamente a mano a mano che la pragmatica del sapere scientifico si sostituisce ai saperi tradizionali. […] Niente prove e niente verificazioni degli enunciati, e niente verità, senza soldi. I giochi linguistici della scienza diventano giochi dei ricchi, in cui il più ricco ha più probabilità di aver ragione. Si delinea una equazione tra ricchezza, efficienza, verità. Niente tecnica senza ricchezza, niente ricchezza senza tecnica. […]
Una parte del prodotto della vendita è assorbito dai fondi di ricerca destinati a migliorare ulteriormente la prestazione. È in questo preciso momento che la scienza diviene forza produttiva, vale a dire un momento nella circolazione del capitale.
È più il desiderio dell’arricchimento che quello del sapere ad imporre alla tecnica l’imperativo del miglioramento delle prestazioni e della realizzazione di prodotti. La congiunzione “organica” della tecnica col profitto precede la sua congiunzione con la scienza. […]
Il capitalismo finanzia i dipartimenti di ricerca nelle imprese, dove gli imperativi di produttività e di commercializzazione orientano gli studi […]»
– Jean-Francois Lyotard, “La condizione postmoderna”, P.81-82-83 (Leggermente modificato)

«Si è difeso il divorzio della medicina dalla morale con l’argomento che le categorie mediche poggiano su fondamenti scientifici non soggetti a giudizio morale. L’etica sanitaria è stata occultata in un reparto specializzato, che aggiorna la teoria alla pratica effettiva. […] In un simile contesto, è ovvio, diventa facile schivare il problema della iatrogenesi sociale di cui mi occupo. Il danno medico mediato politicamente viene visto come inerente al mandato della medicina, e chi lo critica è considerato un sofista che cerca di giustificare l’intrusione dei profani nei territori di competenza del medico. L’affermazione che l’attività terapeutica sarebbe indipendente dai valori è ovviamente un nefasto non senso. […]
Col sorgere della civiltà medica e degli ordini sanitari, i medici si distinsero dai ciarlatani e dai preti per il fatto di riconoscere i limiti della propria arte. Oggi, la corporazione medica viene reclamando il diritto di operare miracoli. […]
I tecnocrati della medicina tendono a promuovere gli interessi della scienza, non a favorire i bisogni della società. La loro responsabilità primaria è verso la scienza in astratto o, nebulosamente, verso la loro professione. La loro responsabilità personale per il cliente è stata riassorbita. […] Negando ogni legittimazione pubblica alle entità che non sono misurabili per mezzo della scienza, la richiesta di una pratica medica pura, ortodossa, comprovata, mette al riparo questa pratica da ogni
valutazione politica. [Mentre] il danno procurato dalla medicina alla salute degli individui e delle popolazioni è molto rilevante. Si tratta di fatti ovvi, ben documentati.
È l’ambiente il primo determinante dello stato di salute generale di qualunque popolazione. Cibo, acqua, aria, uguaglianza sociopolitica e meccanismi culturali. […] Il paziente in preda alla medicina contemporanea non è che un esempio dell’umanità in preda alla sue tecniche perniciose. Essa avviene quando si accetta una gestione della salute ricalcata sul modello ingegneristico, quando si cerca di produrre come fosse una merce la “salute migliore”. Ciò si traduce in una manutenzione tecnica della vita ad alti livelli di malessere sub-laterale. […] La società è diventata una clinica, e tutti i cittadini sono diventati dei pazienti. I gravi problemi di personale, di risorse finanziarie, di diritto d’accesso, di capienza e di gestione che affliggono gli ospedali dappertutto si possono interpretare come sintomi di una nuova crisi del concetto di malattia. Per risolvere questa crisi nella maniera sana l’epistemologia è molto più importante della biologia e della tecnologia medica. Tocca ad essa chiarire lo status logico e la natura sociale della diagnosi e della terapia.»
– Ivan Illich, “Nemesi medica”, Red Edizioni 2005, (pp.51,52,92,252-253,19-21,28-29, leggermente modificato) .

Conclusioni

Nel mondo del più alto sdoganamento dell’intervento medico-industriale ora si raggiunge una pervasività che in passato non si è mai avuta (fino appunto a voler imporre pratiche nella vita più personale degli individui entro tutto il globo). Tali dinamiche hanno già in passato dato spinta a meccanismi di iatrogenesi (“Origine medica di una patologia” [Treccani]), che oggi potrebbero essere stati tra i fattori aggravanti la malattia stessa, considerando poi i cambiamenti che già appaiono visibili nel quotidiano, adattamenti graduali che stanno incrementando molte derive neo-liberali della nostra epoca, come già sopra evidenziato. Tutto ciò perfettamente in linea con le derive post-industriali e consumiste di oggi. Col sempre più ricercato controllo e disciplinamento della popolazione, con la digitalizzazione, con l’incremento di dinamiche finanziare di dominio.
Simboliche sono le serate di gala e i palinsesti televisivi, dove i “personaggi” possono girare a volto scoperto e le “maestranze” si vedono negare l’identità dovendosi coprire il volto, volto che Lévinas, Kafka e molti grandi pensatori hanno ampiamente dimostrato essere principale veicolo della relazione umana e dello sviluppo dell’identità personale: una persona senza volto diviene infatti una non-persona. Il mostrare il volto è infatti meccanismo fondante la socialità e l’individualità, non una pratica “accessoria” ma fondamentale (in particolare per i bambini e i giovani, dove le dinamiche di formazione identitaria e sociale sono in pieno sviluppo) la cui messa in secondo piano mostra un passo simbolico ulteriore verso la spersonalizzazione del cittadino: non persona ma utente.
Come ci dice Lévinas l’espressione del volto dell’Altro «impegna a far società con lui», è «appello dell’uno all’altro», giacché «il volto parla». Il volto, dunque, è condizione di ogni discorso, e nel dialogo, inteso come un essere responsabili per qualcuno, si dà l’autentica relazione. Il non comprendere tali questioni, il conseguente ridurre la persona ad una vuota identità contenutistica e riducibile all’algoritmo, dove il volto, il corpo, il contatto, il vivere gli tessi spazi, vengono considerati superflui e quindi sostituibili col contatto digitale, col l’identità digitale-burocratica, ci mostra lo status di questa epoca totalmente “svuotata”.
Creando poi una confusione di piani alcuni sostengono che le critiche alla gestione siano una difesa di libertà “puramente liberali”, ciò anche in favore di una retorica antagonista, che ha accorpato le critiche ad una generica “mentalità di destra”, per poi rifiutarle a prescindere. Ma qui si parla della libertà di poter vivere e muoversi, di lavorare, di potersi curare, di potersi relazionare e autodeterminare, tutt’altro che “libertà liberali”. Queste ultime poi (divenute oggi libertà “neo-liberali”) sono rimaste intoccate ed anzi incrementate in fase emergenziale: chiusi in casa potevamo tranquillamente ordinare delivery e pacchi da Amazon, consumare banda internet generando enormi quantità di Big Data (l’oro digitale del nuovo millennio), avere accesso ad un enorme mercato di servizi streaming ecc. Mentre la piccola impresa, l’associazionismo, le relazioni e molti ambiti culturali hanno subito un colpo dal quale difficilmente ci si rialzerà, la grande industria neo-capitalista e i relativi sistemi politici ne sono usciti fuor di ogni dubbio rafforzati.
In questo clima la riattivazione di spazi di critica che abbiano una base culturale ampia e interdisciplinare ci pare assolutamente necessaria.

Roberto Esposito, professore di Filosofia Teoretica e autore di importanti pubblicazioni e studi internazionali, già nel 2004 in un saggio dal titolo “Il dono della vita tra communitas e immunitas” scriveva che: «L’idea di immunità, necessaria a proteggere la nostra vita, se portata oltre una certa soglia, finisce per negarla. Protezione è negazione della vita: nel senso che tale protezione, se spinta oltre un certo limite, costringe la vita entro una sorta di gabbia nella quale si perde non solo la nostra libertà, ma il senso stesso della nostra esistenza individuale e collettiva. […] Alzare continuamente la soglia di attenzione delle società nei confronti del rischio – come da tempo siamo abituai a fare – significa bloccarne la crescita o addirittura farla regredire sia sul piano della libertà individuale sia su quello dell’interesse generale. […] Ciò che qui risulta sacrificata è la stessa esistenza in quanto tale: sempre più confinata, compressa, repressa dentro confini angusti e soffocanti.»

Prima stesura – Marzo/Aprile 2021 Terminato a Marzo 2022
Tommaso Palmieri




Fonte: Comidad.org