Dicembre 16, 2021
Da Il Manifesto
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La fastidiosa rissa che il ministro Cingolani vorrebbe innescare a proposito del nucleare potrebbe avere pretese nascoste a tutela del potente mondo degli affari che guarda con fastidio e non celato timore all’esclusione dei fossili dal panorama energetico futuro. Impossibili da cancellare due referendum: più facile abbattere le resistenze delle popolazioni contro il gas facendole capitolare una alla volta, come sta avvenendo a La Spezia contro il parere della stessa regione Liguria.

Il disegno di uno stillicidio di riconversioni di centrali da carbone a gas in attesa di una tecnologia inaffidabile come quella nucleare sembra confermato dalla mappa che il 9 dicembre il Sole 24 ore ha pubblicato in attesa dei permessi ministeriali e sotto la copertura del decreto semplificazioni adottato dal governo Draghi. Ma, mentre Cingolani motteggiava su nucleare e gas con De Scalzi (a.d. dell’Eni) dal palchetto televisivo della festa di Giorgia Meloni ad AtrejuTv, piovevano le dichiarazioni di ben altro tenore di Starace, responsabile di Enel, in totale dissintonia, aperte sorprendentemente a tener conto anche della lotta contro il turbogas a Civitavecchia, peraltro riportata dal diffusissimo quotidiano spagnolo El periodico e citata dai Fryday for Future all’assemblea di Brescia come lo snodo da cui passa la riconversione ecologica italiana.

Una divaricazione strategica sulla politica energetica e climatica tra Enel e Eni è un fatto completamente nuovo, su cui è utile una riflessione molto ampia con una ripresa di protagonismo dei cittadini, dell’ambientalismo, del mondo del lavoro. Lo sciopero del 16 non va ridotto solo ad una dovuta rivendicazione su fisco, condono, e delocalizzazioni, ma è il segnale di una critica alla politica economica di Draghi, che ripropone il dopo pandemia sulle orme delle pretese di Confindustria.

Il confronto aspro tra Eni ed Enel avviene al riparo di un governo che non perde occasione per ridare fiato alla reiterazione dell’impiego dei fossili coi soldi pubblici, sia nel caso del Ccs che della «tassonomia verde». Ma tutto avviene nel silenzio.

Il contrasto di fondo interno ai due enti – peraltro a partecipazione pubblica – ha, evidentemente, i suoi fans: Salvini e Meloni dalla parte dell’Eni; la finanza «verde» europea e mondiale, assistite dalle agenzie internazionali per l’energia e il clima e dai climatologi dell’Ipcc, in appoggio all’Enel. Intanto, Draghi, Letta e Franceschini stanno in prudente defilo, forse in attesa dell’entrata nel campo continentale della legione tedesca del nuovo governo «Semaforo».

In questa situazione è incomprensibile il manifesto congiunto di Confindustria e sindacati elettrici, reso pubblico il 27 di novembre, in cui il futuro del gas e gli aiuti europei al Ccs vengono richiesti in un contesto drammatico come l’attuale anche sotto il profilo dell’occupazione e della politica industriale, manifatturiera, del settore energetico cui andrebbe a grande beneficio la riorganizzazione dell’intero sistema elettrico nazionale con fonti rinnovabili.

C’è un’ultima valutazione che sembra sfuggita al dibattito in corso ed ai media più diffusi: le sorti economico-finanziarie dei due colossi energetici che stanno adottando politiche opposte anche in questo ambito. Mentre nel 2010, le società dei settori dell’energia, dei servizi pubblici, dei materiali e dell’industria rappresentavano un terzo del numero di azioni nell’indice S&P 500 degli Stati Uniti, alla fine dello scorso anno la loro quota si era dimezzata al 16%. Tutte le grandi corporation del settore stanno correndo ai ripari diversificando e riducendo le prospezioni nei fossili. Purtroppo, non è il caso dell’Eni che nel suo piano mantiene «un obiettivo di riduzione dell’80% di emissioni assolute al 2050»; prevede «idrogeno blu e verde per alimentare le bio-raffinerie e altre attività industriali altamente energivore, oltre a Carbon Capture naturale o artificiale per assorbire le emissioni residue». Si afferma inoltre che saranno completati 14 grandi progetti, localizzati in Angola, Indonesia, Messico, Mozambico, Norvegia ed Emirati Arabi Uniti, che rappresenteranno oltre il 70% della nuova produzione.

Al contrario, secondo una nota diffusa da Bloomberg, «Enel è l’inventore dell’obbligazione legata alla sostenibilità ed ha appena emesso lo strumento di gran lunga più grande del mondo in un affare da 3,25 mi- liardi di euro con cui l’azienda mira a ridurre le emissioni dirette di gas serra del 64% entro il 2023, dell’80% entro il 2030 e completamente entro il 2050. Nell’immediato la svolta si impone con l’aumento della pro- pria capacità rinnovabile al 55% entro la fine di quest’anno, al 60% entro la fine del prossimo anno e al 65% entro il 2023. Che c’entri anche Civitavecchia? Almeno il 90% dei nuovi investimenti di Enel deve ora es- sere allineato ad attività sostenibili, rispetto al 58% dell’anno scorso. In sostanza, il 48% dei suoi finanziamenti proverrà dalla finanza sostenibile entro il 2023 e il 70% entro il 2030. Ritengo tuttavia che non basti «parteggiare»: occorre entrare in gioco, a partire dai territori e dal lavoro. Va corretto e sconfitto un mondo vecchio e duro a morire: un mondo che sembra volersi inabissare, condannato alla rovina e alla dispersione, come nella discesa verso La cripta dei Cappuccini del romanzo di Roth.




Fonte: Ilmanifesto.it