Marzo 9, 2022
Da Il Manifesto
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In tante piazze in tante parti del mondo si parla di pace, ed è bello sentire e vedere rinascere un movimento della pace in un momento così drammatico. Ma attenzione ai falsi profeti, come denunciava Geremia quando li accusava di dire “Pace! Pace! Quando pace non c’è” (Geremia, 6,14). È facile invocare la pace quando non costa niente farlo. Non è certamente così per il popolo della pace in Russia che rischia la galera, le bastonate e forse peggio. Per gli ucraini che, nelle città occupate dalle truppe russe, scendono coraggiosamente in piazza a mani nude di fronte ai carri armati, come nella Praga del 1968. Ma nella Ue chi invoca la pace e non agisce di conseguenza o pensa che basti invocarla perché accada, si comporta come i falsi profeti dell’Antico Testamento. O peggio ancora invocare la pace e inviare le armi che servono solo a prolungare l’agonia di un popolo, a moltiplicare la carneficina, ad alzare il livello militare dello scontro. Volere veramente la pace per il popolo ucraino significa lottare con tutti i mezzi pacifici per dare un contributo in questa direzione, come ci ricordava Luciana Castellina nel suo recente intervento. E sapere che questo ha un costo.

Se le sanzioni economiche avranno, come speriamo, un effetto sul governo russo, e purtroppo anche sul popolo russo che è contro Putin e questa guerra, non possiamo pensare di scansare gli effetti di queste sanzioni sulla nostra economia e società, sui nostri consumi e stili di vita. Come è noto ormai a tutti siamo dipendenti, noi e la Germania in primis, dal gas e dal petrolio della Russia ed è per questo che le sanzioni sono state escluse da queste due fonti energetiche. Il paradosso è, come ha denunciato per primo Alberto Negri su questo giornale, che in questo modo finanziamo la guerra e lo zar Putin che diciamo di voler combattere.

Il governo Draghi sta cercando altri paesi in grado di fornirci il gas di cui abbiamo bisogno, ma i tempi non sono brevi e rischiamo di continuare a finanziare indirettamente la guerra. Mi domando: chi si ricorda che esiste una cosa che si chiama “risparmio energetico”? Chi ricorda le domeniche a piedi del 1974 quando il prezzo del petrolio aumentò di botta del 400 per cento? Certo, non è quella la soluzione ma lo cito solo per dire che occorre, ed è urgente, una seria politica di risparmio energetico che coinvolga gli enti locali, le imprese e le famiglie. Non è accettabile che in molti enti locali, Università ed altre strutture pubbliche ci sia uno spreco energetico per noncuranza, sciatteria, irresponsabilità di cui ho fatto diretta esperienza e potrei documentare. Lo stesso avviene in molti uffici privati, dove un’alta temperatura d’inverno e bassa d’estate costituiscono una sorta di status simbol dell’impresa. Senza dimenticare che nelle nostre case in pieno inverno si sta con le tshirt e d’estate col maglione, che nei negozi mentre i condizionatori vanno al massimo si lasciano le porte aperte, che c’è tutto un modo di vivere e consumare che è finalizzato allo spreco, di alimenti quanto di energia.

Certamente una seria politica di risparmio energetico richiede un minimo di sacrifici, di cambiare gli stili di vita, mentre l’alternativa è continuare a finanziare questa guerra o far pagare ai ceti sociali a basso reddito il costo della crisi energetica. Infatti, ci sarà comunque un risparmio energetico “forzoso”, per via della crescita esponenziale dei prezzi, che stanno già pagando pesantemente i ceti a reddito medio e basso. Pertanto, una seria politica di risparmio energetico deve essere accompagnata da una giustizia fiscale redistributiva (come sostiene da tempo Piero Bevilacqua e tanti altri), e da una coerente politica ambientale che, con l’alibi della crisi energetica, non ci faccia tornare al passato funebre del carbone.




Fonte: Ilmanifesto.it