Novembre 26, 2021
Da Il Manifesto
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Le lingue di fuoco illuminano la notte, nelle vaste radure del Myanmar. Le fiamme segnalano la presenza di piccoli pozzi petroliferi, semplici buche nel terreno dalle quali gli abitanti del luogo riescono ad estrarre l’oro nero. La materia salvifica e demoniaca è al centro di A thousand fires (Mille fuochi), nuovo documentario del regista Saeed Taji Farouky.

Nato a Londra ma cresciuto tra l’Arabia Saudita e il Bahrein, figlio di un profugo palestinese, Farouky osserva il mondo attraverso la camera alla ricerca di punti di frizione e conflitto. Nella capitale inglese insegna alla Slg Film School, una scuola gratuita di cinema radicale per le minoranze. In quest’ultimo lavoro, presentato prima al Festival di Locarno e ora in concorso all’Idfa di Amsterdam, il regista ha filmato la vita quotidiana di una famiglia che si sostiene estraendo artigianalmente petrolio, ad un passo dalla loro umile casa. I bambini corrono sul terreno nero, mentre il figlio adolescente sogna di diventare un calciatore e cambiare vita. «È una famiglia che per restare unita deve dividersi» ci ha raccontato Farouky, a cui abbiamo posto alcune domande su questo viaggio cinematografico nel Paese del Sudest asiatico, nuovamente attanagliato dalla dittatura militare dopo il recente colpo di Stato.

Cosa l’ha spinta a girare un film in Myanmar?

Tutto è iniziato da un’idea molto generale, ovvero quella di voler realizzare un film sul petrolio, nello specifico sull’industria petrolifera marginale, non quella dei grandi gruppi commerciali. Sono fortemente interessato a questo materiale per il desiderio di ricchezza e di benessere che genera in diversi Paesi, causando però allo stesso tempo distruzione e guerre con il suo grande potere. Ho iniziato a fare molte ricerche per trovare il posto che potesse raccontare questa storia, non volevo trovarmi in una zona di guerra come nel mio precedente film del 2015 Tell Spring Not To Come This Year, ambientato in Afghanistan. Mi è capitato poi di vedere un reportage fotografico sull’estrazione a mani nude del petrolio in Myanmar, allora ci sono andato e quando ho incontrato Thein Shwe e la sua famiglia ho capito di voler girare un film su di loro.

Infatti la famiglia protagonista del documentario dona la propria vita quotidiana alla camera con grande generosità, come avete costruito la vostra relazione?

Le riprese sono durate quattro anni, abbiamo parlato molto delle loro idee sulla vita, sul futuro, sull’adesione alla filosofia buddhista, tanto che la concezione ciclica del tempo è diventata una parte importante del film. Sono poveri, ma comunque fortunati rispetto a chi vive di sola agricoltura. Gli abitanti di quel territorio credono che la natura sia abitata da spiriti, è importante quindi mantenere un equilibrio tramite rituali affinché la natura sia generosa. Anche il petrolio viene loro donato da un «naga», un esemplare di un’antica razza di uomini serpente, ma non bisogna mai farlo arrabbiare: è come se fosse una minaccia sempre presente. Sono stati elementi importanti per evitare una narrazione lineare, che non corrisponde alla mia sensibilità culturale araba.

Tutto ruota intorno al petrolio nel film, elemento di cui ha provato a catturare anche l’aspetto materico.

Era fondamentale cogliere il lato fisico e concreto dell’industria petrolifera, motivo per cui mi sono focalizzato sull’effetto di questa materia sulla pelle degli esseri umani e sul suo aspetto in generale. È sorprendente la quantità di colori che questo liquido rimanda, tra cui l’oro è preponderante. Sembra quasi dell’oro liquido, nonostante sia anche un materiale sporco e disgustoso: un riferimento molto preciso per quelle famiglie che grazie ad esso sono state salvate dalla povertà, da quella che però allo stesso tempo è un’industria malvagia. Il greggio poi è una miscela primordiale, essendo il risultato del decadimento della materia organica in un lunghissimo arco di tempo. Quindi porta con sé un senso di meraviglia e di temporalità cosmica, in consonanza col credo buddhista.

Il Myanmar sta attraversando una situazione politica molto complessa, come influisce sulla vita delle persone che ha filmato?

La domanda se includere o meno la politica nel film rimane sempre presente per me, che considero me stesso un regista politicizzato. Parlando con la famiglia però ho compreso che la situazione politica non aveva una reale influenza sulle loro vite, abitando in un’area molto remota. Non volevo quindi imporre una visione che era loro estranea. Abbiamo finito di girare ad agosto del 2019, avrei voluto fare altre riprese ma poi c’è stata la pandemia e lo scorso febbraio il colpo di stato rendendo impossibile ritornare un’altra volta, sostanzialmente c’è una guerra civile in corso.

Tra l’altro come ha messo in luce un’inchiesta di qualche mese fa, anche l’attuale dittatura trae grande profitto dal petrolio, con l’appoggio delle multinazionali occidentali.

Certo, è una parte importante della loro storia perché possiedono una delle industrie petrolifere più antiche al mondo. Gli inglesi occuparono il Paese per questo motivo e lo stesso fecero i giapponesi nella seconda guerra mondiale, fino alla dittatura militare che si è sempre finanziata con lo sfruttamento del greggio.




Fonte: Ilmanifesto.it