Marzo 6, 2022
Da Infoaut
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La guerra in Europa ha annullato in pochi giorni fiumi di parole sulla transizione ecologica e sulle magnifiche sorti e progressive del green deal italiano.

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Un presidente del consiglio con l’elmetto ha annunciato le linee della nuova strategia energetica per aggirare le forniture di gas russo: nuovi rigassificatori per l’importazione di Gas Naturale Liquefatto (GNL), gasdotti a pieno carico, rafforzamento del corridoio sud del gas, sviluppo dell’estrazione interna di idrocarburi, riapertura delle centrali a carbone.
Fra i danni collaterali di questo scontro fra imperialismi dunque dovremo conteggiare, oltre alle vite distrutte, alle città bombardate, alla crisi che vorranno farci pagare, anche nuove devastazioni nei territori e un rilancio in grande stile dell’economia fossile, con buona pace della catastrofe climatica che incombe non meno della guerra.
La retorica bellica di casa nostra dedica grande enfasi alla necessità di svincolarsi dalle forniture del gas della Russia dittatoriale di Putin, ma non è che le alternative annunciate siano meno dittatoriali, segno di quanto la “difesa della democrazia” sia al centro dei reali interessi.
Oggi ci occupiamo di una di queste presunte alternative, proponendo a puntate un dossier sulla distruzione dell’ambiente, della salute, delle possibilità di dissenso e delle basi per la sopravvivenza delle popolazioni azere che vivono intorno alle infrastrutture petrolifere e gasiere.
Anche quelle da dove proviene il gas che approda sulle coste salentine tramite il Trans Adriatic Pipeline (TAP), quel corridoio sud che le nuove strategie energetiche del governo Draghi promettono di rafforzare per sostituire il gas russo … glissando sul fatto che proprio la Lukoil è il secondo azionista dei giacimenti di origine.

Ancora una volta l’unico modo per non ingrassare autocrazie, multinazionali e guerrafondai (dell’est e dell’ovest) è l’abbandono dei combustibili fossili, e una gestione popolare delle energie rinnovabili.

Traduzione a cura di Ecor.Network
 

Flames of toxicity: Environmental and Social Impacts of Azerbaijan’s Oil and Gas Development

Crude Accountability
Report – Gennaio 2022 – 57 pp.

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Introduzione

L’Azerbaigian è uno stato rentier, fortemente dipendente dalle entrate del petrolio e del gas che sono alla base della sua economia.
In questo rapporto, Crude Accountability si concentra sugli impatti ambientali e sui diritti umani nelle aree dell’Azerbaigian dove lo sviluppo del petrolio e del gas è l’industria principale. Queste aree includono il Sangachal Terminal, la raffineria AzMeCo e la baia di Baku, nonché i giacimenti offshore nel Mar Caspio, Azeri-Chirag-Guneshli e Shah Deniz, che riforniscono il terminal di Sangachal con petrolio e gas per il trasporto verso l’ovest. Sangachal trasporta anche petrolio dal Kazakistan e del Turkmenistan.

Il report “Fiamme di tossicità” si concentra sul flaring del petrolio e del gas sia a terra che in mare aperto. Confronta le immagini satellitari con i dati delle comunità vicine alle strutture monitorate, documentando la salute delle comunità e gli impatti ambientali. Le metodologie includono la scienza sviluppata dai cittadini, le interviste e l’osservazione.

Il rapporto è suddiviso in sette sezioni:

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1) il contesto generale
2)l’impatto del COVID-19 sulla società civile e sulla nostra capacità di condurre ricerche in Azerbaigian
3) l’impatto del COVID-19 sul settore petrolifero e gasiero in Azerbaigian
4) una breve panoramica sull’impatto delle perdite di petrolio e del gas flaring
5) il confronto delle osservazioni a terra con l’analisi delle immagini satellitari di Omanos Analytic
6) una panoramica degli impegno presi dall’Azerbaigian in merito al rispetto dell’ambiente ed al cambiamento climatico
7) la conclusione e le previsioni per il futuro.

Crude Accountability ha monitorato l’impatto dello sviluppo del petrolio e del gas nella regione del Caspio dal 2003. Abbiamo documentato gli impatti ambientali e sociali negativi di questa industria in tutta la regione, basandoci sui dati chiave forniti nel tempo dalle comunità. Abbiamo monitorato

tali impatti nelle comunità in Azerbaigian e Kazakistan e documentato le fuoriuscite di petrolio in mare e in terra in tutta la regione, compreso il Turkmenistan.1

Nel 2020 abbiamo collaborato con Omanos Analytics, un’organizzazione con sede nel Regno Unito che fornisce “la “conoscenza dei dati spaziali per supportare le ragoni delle comunità in tutto il mondo, presentando i dati in formati accessibili al fine di rivelare l’impatto sugli ambienti e le comunità locali.”2

Omanos Analytics ha condotto in remoto il monitoraggio ambientale sulle località indicate da Crude Accountability, mediante analisi di immagini satellitari. Crude Accountability ha raccolto dati sul campo per verificare e supportare i risultati di Omanos.
 

Sintesi dei principali risultati

Il controllo del settore petrolifero e del gas in Azerbaigian determina una concentrazione del denaro e del potere decisionale in poche mani.

Gli oligarchi sono i principali beneficiari delle risorse naturali dell’Azerbaigian, mentre molti cittadini soffrono in povertà.
Questo rapporto esamina cinque aree dell’Azerbaigian dominate dai combustibili fossili produzione e il loro impatto sull’ambiente e sulla popolazione locale. La nostra ricerca dà voce alle comunità devastate dall’impatto delle compagnie petrolifere e del gas e rivela quanto possono essere distruttivi questi progetti.

Fiamme02

C’è pochissima trasparenza nell’industria dei combustibili fossili dell’Azerbaigian: le informazioni pubbliche sono limitate e le valutazioni dei progetti di sviluppo sono solo riepilogative. Pertanto, è difficile per la società civile e le altre parti interessate garantire che le imprese e il governo rispettino adeguatamente i diritti umani e gli standard ambientali.

► L’Azerbaigian è uno stato profondamente autoritario; il potere è concentrato nelle mani del presidente Ilham Aliyev. Nel 2017 è stato scoperto un massiccio schema di riciclaggio di denaro, che ne ha implicati diverse élite vicine ad Aliyev. L’uscita dei Pandora Papers nel 2021 ha rivelato che la famiglia Aliyev

possiede quasi 700 milioni di dollari in proprietà londinesi.

► L’economia dell’Azerbaigian è guidata dai combustibili fossili, che rappresentano oltre il 90% delle sue esportazioni e una quota fra il 33% e il 50% del suo PIL. Il più grande investitore estero dell’Azerbaigian è il Regno Unito: BP è uno dei principali partner del governo nella produzione di petrolio.

► Diverse importanti istituzioni finanziarie internazionali hanno pesantemente investito nei progetti legati ai combustibili fossili dell’Azerbaigian, tra cui la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, l’Asian Development Bank e l’ International Finance Corporation. I loro investimenti legittimano il regime politico corrotto dell’Azerbaigian e disincentivano il suo governo a rinunciare a pratiche distruttive per i cittadini e per l’ambiente.

► La pandemia di COVID-19 ha portato alla repressione di giornalisti e attivisti civici in Azerbaigian, oltre a minori ricavi da petrolio e gas. Mentre l’industria petrolifera ha visto un aumento delle entrate nel 2021 e sembra che si stia riprendendo, è vero il contrario per la situazione dei diritti umani in Azerbaigian.

► Il terminal di Sangachal, uno dei più grandi del mondo, è un elemento chiave fra le infrastrutture del petrolio e del gas in Azerbaigian.
Nel 2020 le esportazioni giornaliere di gas a Shah Deniz ammontavano a 49 milioni di metri cubi standard di gas naturale. Il terminal è rimasto relativamente indenne dalle conseguenze sulle forniture legate alla pandemia,

esportando più petrolio e gas nel 2020 rispetto al 2019.
Il gas flaring è continuato inalterato al Terminal tra il 2012 e il 2020.

► Nei villaggi vicino al terminal di Sangachal sono stati effettuati pochissimi test ambientali ufficiali, e la British Petroleum non ha riportato effetti negativi importanti sulla qualità dell’aria. Tuttavia, gli abitanti del villaggio riferiscono problemi significativi dovuti al flaring e al fumo, problemi respiratori e malattie per i loro bambini e animali. Segnalano anche impatti negativi sull’agricoltura di sussistenza, su cui fanno affidamento per il cibo.

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► Il gas flaring è stato osservato vicino all’impianto chimico di AzMeCo e all’Heydar Aliyev Baku Oil Refinery, che contribuisce ai livelli complessivi di flaring ed emissioni di metano del paese. I dati pubblici sul monitoraggio ambientale di questi progetti sono completamente carenti.

► Shah Deniz ha una capacità di produzione per 10 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno e si oltre 50 milioni di metri cubi standard di gas al giorno. L’attività di Shah Deniz è collegata a diverse esplosioni, incluso un incendio del luglio 2021 sul Mar Caspio.

► Il giacimento petrolifero Azeri-Chirag-Guneshli è gestito da 11 compagnie petrolifere provenienti da sei paesi. Il gas flaring è risultato consistente dal 2012 al 2020. È stato anche luogo di gravi incidenti che hanno provocato la morte di lavoratori.

► In base agli accordi di Parigi, l’Azerbaigian si è impegnato a ridurre i propri gas serra emissioni del 35%. Sebbene il governo commercializzi elettrodomestici ecologici ai suoi cittadini, esso evita di sostituire le attività petrolifere e gasiere con energia rinnovabile.

► Il Green Climate Fund ha approvato tre progetti in Azerbaigian per un totale di 3,8 milioni di dollari per la migrazione climatica e per le strategie di adattamento. Mentre l’Azerbaigian cerca finanziamenti per i progetti per il clima, mantiene le sue operazioni di petrolio e gas dannose per l’ambiente.

(1. Continua)

Note:

1 Qui l’accesso ai numerosi rapporti di Crude Accountability su questi impatti ambientali.

2 https://www.omanosanalytics.org/what-we-do

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Fonte: Infoaut.org