Giugno 8, 2021
Da Bu
7 visualizzazioni


Filastrocche, filastronze, filastronche e altri frammenti che scrissi da adolescenzo.

+++

Mi piacerebbe avere soltanto
sorrisi per tutti,
amore per te,
rispetto dei vivi,
dei morti.

Non c’è pericolo in questa notte
di volar via, su questo letto:
i piloti pelosi già planano
dal plenilunio dei sogni rissosi
e nessuno più riesce a far altro
che ascoltare e viaggiare trainati.

Siam tutti assai stanchi
di amarci e sognare
e ci vogliamo pur sempre un gran bene
come fratelli di noia
senza più niente da dire

Che il sole domani c’aiuti a guardar sotto il grigio che ci affoga la vita.

+++

Oggi

Sfuggire al dominio delle parole
è il mio desiderio profondo
distruggere un mondo di segni
prole malsana d’intelletto infecondo.

E sondo
l’inferno
e più mi nascondo
infetto di un male animale

Ma solo su quello io posso contare
perché tutto il resto mi sento svanire
e gioco per questo il gioco malato
del senso pesante del vuoto non dire.

Lasciarsi inondare.

+++

Passero morto su strada deserta, piume budella confuse al catrame, nessuna stella, nessuna fame.

+++

Rubando uva
sono cresciuto
nessun aiuto

Bevendo pioggia
sono cresciuto
nessun aiuto

Parlando al cielo
sono cresciuto
nessun aiuto

Cantando al vento
sono cresciuto
nessun aiuto

Amando luna
sono cresciuto
nessun aiuto

E a questo sole non troppo fasullo
guardo fuggendo da un vero peggiore.

Tra amianto cellophan forni cemento
cieli storpiati e venti delusi
piogge di buio e pallidi soli
mi vivo mi sento bambino decrepito.

+++

Sulla panchina stellare le smorfie più storpie le faceva il Signore, così gli altri dèi gli donarono il mondo.

+++

I gatti san svaligiarti d’ogni pensiero.
Il più bravo, il più furbo, è il mio gatto nero.

+++

Domani che Pietro mi metto?
Davvero lo spero, lo spero, perfetto
sarebbe se questo mio inchiostro latente
sgorgasse diritto, diretto, a dirotto
dal nero di china che ho dentro la mente

+++

Per un istante prima del tramonto la mia via in penombra a primavera; poi gli eroi di questa terra con il loro tempo infame hanno acceso i loro neon sul catrame. Subito notte, sabato, senza crepuscolo.

+++

Psicologia: patologia di ogni poesia?

+++

Mi rifiuto mi rifiuto forse solo perché ottuso di buttare via quest’anima ad imbuto chiuso, ma son stanco di vivere lontano, invano, riesco solo a dissolvermi piano, per non disturbare troppo: gentilissimo zoppo.

+++

A voler essere obiettivi si muore.

+++

I massimi sistemi mi stan stritolando i coglioni e vorrei vivere di panini al salame all’ombra dei pioppi, allora te quiero un’oncia di nero, abbandono il mio Piero e mi cullo nel mare arancione di Fabio.

+++

Se dovessi ripartire
se potessi ripartire
partirei da una canzone
senza ombra di bugie.

Niente suoni del futuro
del passato
del presente
solo un unico silenzio persistente.

Niente.

Sei ragazzi tornerebbero a ballare sul balcone
sei ragazze in punta d’ombra sopra il muro un’illusione
sei candele, sei caffè, sette gocce d’acquazzone
sotto il portico del sole in coppa a ‘o mare.

Settecento assolate avventure
e milioni di piccole paure
ogni cosa io darei pur di vivere davvero
poco conta il tuo silenzio battagliero.

A ballare nel fragore della grotta siamo in tanti,
tutti quanti passi avanti, passi indietro,
a cercare il ritmo giusto per salvarci un po’ dal freddo.

In ipnotica ricerca sbircio il caos dal mio lettino
da vicino e da lontano, circospetto ma già illuso
di poterlo confinare dentro scatole di riso.

+++

A spostare le coperte stavo attento, la mattina
di far piano in caso dentro, fragilissimo e prezioso,
fosse un sogno intrappolato, colorato, evanescente.
Liberarlo con dolcezza per sbirciarlo anche di giorno.
Oggi prendo le coperte e già le strozzo
presso l’angolo più buio, poi le strizzo
al davanzale: cola il grigio della noia
che si mischia con la pioggia
di quest’altro giorno-morte.

+++

Pensare più spesso ad alta voce: questo il segreto di una vita felice?

+++

Gesù è la paura che inventa bugie viventi?

+++

Su due trampoli infilati in paralumi
si muoveva l’omino della morte
che ogni sera passeggiava per le vie buie deserte
e accostandosi in silenzio alle finestre
sussurrava dentro ai sogni dei bambini
a migliaia le parole tetre e storte.
Nella fredda luce del lampione
appoggiato con la testa al davanzale
col suo ghigno perenne da giullare della noia
bisbigliava che l’amore è una gran troia.

+++

Moio de’ Calvi

Fare qualcosa, qualsiasi cosa, foss’anche solo una rima noiosa. Tirare fuori, sboccare tutto, cercare vita dove ho distrutto. Di acqua e terra abbiam bisogno, di fuoco e aria al nostro sogno. Di dormir bene stanotte almeno. Un po’ di luce a spezzare il buio. Poter vedere cielo sereno. Non certo questo che sta su Moio.

+++

Una su una su una
nessuna delle cose che ho visto
che ho fatto
mi piace
perché sono rotto.

Una su una su una
qualcuna delle cose che ho detto
mi piace
per farmi dispetto,

vedere più chiaro nel sangue che oggi
mi scorre nel cuore più amaro
di autunno incolore.

Una su una su una.

Nel sole i miei grigi che saltano all’occhio
non vengon sopiti dal rosso furore
di un cuor di Pinocchio,
attore che cerca un copione
da recitare ad orecchio.

Giullari dal vento chiamati a rapporto nel sole più giallo e rotondo.

E un mondo che intanto, sconfitto,
si spinge più in fondo,
più in fondo.

+++

Succede – le spese pagare scontare – giocare a stanare il Pietro di dentro – scordare stonare – costruire stonenghe senza senso – sperare qualcuno disposto a scoprirvi i propri misteri – succhiare – violare parole – spaccare mestieri – volare di pietra – VOLARE! – sedere – rimuginare – oliare la polvere – scorrere meglio – mangiare la terra – sognare – cagare – il potere di dimenticare non l’ho e perciò, cosa resta? – viaggiare nel muro: cemento, cemento – sapore cemento e di ferro la faccia – cercando pur sempre una risoluzione che sia l’infinito x l’infinito.

+++

Mi piacerebbe un giorno poter stendere tutto me stesso al sole, su un prato o anche su una roccia, e guardarmi con l’occhio del bimbo, e vedermi finalmente per quello che sono, tutto ciò che sono – capire chi sono e che cosa mi fa. Oggi non posso, c’è troppo vento, e a mettere fuori anche solo un pezzetto, a stenderlo, si rischia che voli via, e poi ritrovarlo è difficile.
Ippocondriaco corre nel vento, e soffia e soffre.
Io sono nano. Io non ragiono. Non sono?
Non posso escludere da me stesso ciò che è successo.
Dio masticone come sto messo.

+++

Ma quanti quanti per fare un tanto
che basti a riempirmi diverso
la testa già piena?

Si paga caro il prezzo del non temere nulla
e l’infimo piacere di esser muti nella culla
dei pensieri che bisbigliano: tu eri… saresti…

+++

Eppure deve esistere un paese
dove essere felici a proprie spese
dove dirci sorridendoci lunari
dove l’uomo non sia conto di denari
dove tutti possan essersi più cari

+++

Rimando la rinascita a tempi un po’ migliori rimando la mia angoscia in versi sempre più interiori, e tutto quel che ho dentro sbrana maschere dal centro per cercar di tornar fuori.

+++

Levami tu questa stupida spina dal fianco, e non t’importi che sono stanco:
“Non posso vivere al di sotto di quel che avrei potuto essere”

+++

Ma ti vedo
e sei nera
e sei bianca
ubriaca e forse più stanca
e già pronta a una vita senza opinione:
parole come petali d’ottone tra le labbra
pensieri come polipi cromati nella testa.

Chi mi nasconde a chi?

+++

Posso arrivare a vedere il mare dentro le sere di stelle nere.
Posso vedere dentro un bicchiere le tue bugie diventare vere.

Le mie…

cascano a ritroso per le vie del mio sapere
cessano soltanto quando sogno di potere
fare a meno del potere.

+++

Soltanto solo sotto il sole nel deserto
giallo azzurro morbido inferno
puro silicio sabbioso

Soltanto solo dentro il brodo paludoso
marrone verde torbido incerto
nero fogliame fangoso

In un canto leverei alto il basso
giungendo dal nulla a scoprire equilibrio

equilibrio su un mondo sommerso
due redini a Luna e buio d’intorno
e verso altri oceani, stessa marea,
disperso lasciarmi trainare
fuggendo in eterno dal sole
vuoto brillare per sempre
avvolto di plancton stellare

+++

Conta qualcosa la dolcezza struggente che talvolta mi invade il cuore? E con nostalgia mi colpisce il ricordo e il pensiero di avere avuto ricordi e oggi che ho solo gli specchi d’intorno e nessuno ricordo di giorno per giorno, e oggi che oggi finisce, e finisce domani, e non finirà. L’inferno può essere il posto in cui prendi a pensare che in te o forse in tutti la vita e la verità sian due elementi in lotta. Certo, si può sempre ridere, ma forse è un po’ poco.

+++

Ho lasciato i miei occhi a rotolare sul tuo seno
non avrebbe potuto fregartene di meno:
ti sei cosparsa il petto di sabbia di Fregene
mi hai sfregiato le pupille, e mi vuoi bene.

+++

Davvero sarebbe un godere supremo succhiare via il tempo da quell’orologio, sgagnar le mezzore e gustare i minuti; spaccarlo di sotto i molari, ridurlo a poltiglia, digerire un tempo più fluido, migliore.

+++

Rivogliamo il nostro ghetto
quel fazzoletto di terra
strappato alla guerra.

+++

Basterebbe un po’ di muschio sotto gli occhi
ed un fiato lento e caldo nelle orecchie
per capire se c’è ancora qualcos’altro che ci tocchi
e che renda ai nostri sogni delle forme meno vecchie?

+++

Del cane che dorme alla catena
ho la rabbia nascosta
e la noia e la pena.

Del cane che s’alza e fugge di corsa
ho questa penna
e la gola arsa.

Due metri soltanto e la morsa è tagliola
più stretta per strappo intorno alla gola.

E a volte quel cane si trova
conforto di farsa e più storto
nel bere il suo stesso sangue
che sgorga lasciandolo morto,
e affoga piangendo e imprecando:
la parte peggiore del torto.

+++

Quanto dolore hai nascosto, e quanto a lungo hai supposto di poterlo fare?
Correre il rischio di rappresentarmi, ora, con un gesto o una parola, mi fa paura.
Ma sia, anche se sarà dura.
Quel che sono è anche quello che ho perso, no?
Tanto vale farlo vedere.
Quel che sono è anche quel che non sono.
Ma tu intanto continua un pochino, se vuoi, a coprirti dentro di me.

+++

Io vado.
Dove?
Perché?
Vengo con te,
niente perché,
niente ha più senso di un tè
di matti.
(Stamattina, due secoli fa,
e stamattina, due secoli in meno,
e in duecento anni nessuno
mi ha augurato buon compleanno –
perché?)

Ciò che l’inverno mi ghiaccia
l’inferno frantuma e mi resta
parola sentita un po’ poco e già troppo
e poco più sotto variabili in lite
e poco più sotto a milioni le vite
sognantisi ognuna cercando un vedere
almeno una volta un davanti non nero,
o anche soltanto di fronte e attraverso.

La sola bugia che non vale
è io con io e dio talequale.
Perciò rischio male
o forse è un silenzio
di cui solo il vento sa il tempo,
di muse nell’ombra rinchiuse,
consigli puerili e sporte di scuse.

Io vado: mi butto al pantano
dall’ultimo metro di scoglio
e quello che cerco non so
e forse è il dolore che fuggo.

Ricado dentro di me.

+++

“Chi accusa dolori al cuore destro mi segua!”: la voce dell’infermiera, senza tregua, rimbombava nel nudo stanzone bianco, mentre un uomo in pezzi ascoltava stanco, cuore sinistro in mano, cercando invano di apparire sano.

+++

Troppe volte ti ha preso la morte pur di fuggirti alla lotta di vita tanto da farsi una scelta cosciente fondata su una paura infinita.
Eccesso di omeopatia, e certo gli piace a ‘sto mondo, lo chiede e a volte diventa una voce, isterica e fessa, di mente che implora la carne distante di farla finita.
E io che ancora ingenuo e testardo
m’ingegno a inseguirmi saltando
di cardo su cardo e sogno un’uscita.
Ma giorno più giorno mi perdo
e ancora mi scivola via ogni spinta,
la mia voglia, vinta?, di vita.
La chiave nel sogno d’un tempo è celata
serrata nel pugno vitale mai fermo
di magica mano di fata,
scherzosa, allegra e brutale.
Non è mai finita e fuggire lo sguardo
di giada e rugiada di fata non vale.
Il resto è impietrito, meccanicizzato,
e simbolo-embolo cristallizzato,
e stanco osservare leccarsi l’un l’altra
le statue di sale.
Baco analfapoeta
sai forse leggere oltre la zeta?
tu tremi nel buio del bozzolo intorno
al solo pensiero del giorno che attende;
convinto continui (né nulla lo vieta)
a cucir kamikaze-farfalle di seta
dai forti contrasti e colori.
Le lanci orgogliose ottuse contente
dentro la pece bollente in tua vece
chiedendoti ozioso che cosa ne resta:
uno strappo furtivo di testa?
Un “inedito punto di vista”?

+++

Usando a zappa un frammento di zero
o usandolo intero a ula-op
mi pare alle volte di usarmi con zelo
una tenue costante violenza.
Ma vengon le piogge di sogni trovati,
rigoglio di dentro di anemoni, tanti,
li sento fiorire sul palmo,
e palme scagliare più semi nel cielo,
cercando di colonizzare alla vita
lo spazio profondo più brullo.
Cercare stanare violare
sedere per terra al marrone
guardare spuntare le viole
e un tenue sorriso a nasconder la guerra.
Ricerca infinita, vergogna sopita, rifiuto sconfitto:
grattar via l’intonaco o affresco in interno
da ogni soffitto di ogni pensiero;
stanco cercare sollievo in un gatto
sepolto dal torrido affitto del suo cuore matto;
limargli le unghie, gettarlo,
e sul lampadario oscillarlo
nell’aria stantia;
poi un volo perfetto,
un taglio preciso,
alla giugulare del buon domatore.
Dare e avere di nuovo
la rabbia, l’amore.

+++

poco fa ho intravisto un rumore
mi son chiesto in ginocchio le ore
il mio corpo piangeva e la telescrivente
confondeva la causa e l’effetto, demente
non capisco se viene da fuori o da dentro
tutto fluttua e odora d’incenso…
io non penso, non penso,
io sento più cento

+++

Risalendo alla foce della sorgente risatine argentee si dipanarono in breve su volute di fumo al papavero, senza fare rumore di folla. La follia apriva una falla nella stella che a stento fingeva speranza più accesa dal fondo di pozza, e scintillando cresceva in momento fin sulla cima del mondo. Spostava i rami un’ameba col braccio di legno, pur di sbirciare la pozza, invidiandone certo grandezza ma non sempre la posizione. In un angolo il capostazione stazionava un treno di ferro, stimato prosecutore del viaggio, stremato, calcolava forse solo per vezzo il tenere in calore caldaia, e forse già più suscettibile di ravvedimento e soluzione di contiguità, implorando più improba amorfa e morfina per sé e tutti gli altri. Rantolava di più solo il povero, caritando diademi o più su, mentre i gatti randagi ritorno facendo dall’orto di asparagi orinavano al muro dell’eni (una scheggia di gioia). Risolaido l’ermete di dio spacciava i suoi ex-voto pro prodi, pro nobis, promettendo futuri vestiti di nulla, e davvero la vita rideva di tuorlo di questo suo tarlo. La carestia costringeva le sanguisughe a far sesso orale ai vampiri. Scenografi asburgici e australopitocchi (ma muniti di nero mantello) martellavano senza più sosta di sorta la borsa di nero laccata dell’ultima tofa in circolazione, mentre gialla morfina scioglieva i suoi ultimi dubbi residui circolando ancora più a stento, perché stento era il traffico ematico e quel cuore pompava sfiatando. Quando l’Ultima Tofa Rimasta se ne accorse impaurì, le si accorse la mano alla borsa, poi a morsa sull’ultimo cuore di scorta, lo ruppe. Smarrita, e pur conservando una grazia farfolle, commentò la sua fine con un sorriso, come un petalo in carta di riso, poi gridando un grido diviso si lanciò nel meriggio ventoso alla pozza scambiata per mare. Passava per caso un sottomarino con un capitano e un nostromo nostrano che indossava cerate al parfùm rosmarino. Gustolungo era il nome di questo e non era sciamano di certo e la prese e la stese in un piccolo letto e le dette morfina al più presto. Valentina trovò la sua fine così, risalendo di retropensiero le acque fino al piatto orizzonte di pozza, non mare, e lasciandosi decapitare dal disco solare al tramonto: senza tregua la testa nel vuoto stellare, tra nastri di sangue, una lunacometa per sempre. Alla sua luce li vivi si rimboccavan le lapidi fin sotto il mento per non rischiare un più svelto sciamare in incongruo. Lo sciamano la vide più tardi e la pianse sei giorni nel tuorlo.

+++

Sosta vietata a ravanare nel mare, le rane sognanti sulla pelle del vecchio serpente piegata a foglia ormai secca anni fa dalle onde della burrasca galleggiano sulla superficie più piatta; che il mare sia diventato uno stagno e l’oceano un lago più immenso e raffermo pare sia il solo a pensarlo, vederlo. Le rane continuano a gracidare: “nient’altro da fare / nient’altro da fare”, e non vogliono credermi, o non gl’importa, che c’erano onde e gabbiani a mangiare li pesci a mangiarsi l’un l’altro, e l’aria che entrava e usciva, e seguitano a galleggiare seguendo con occhi che han perso ogni fame i ragni dell’acqua venuti dai fossi a correre sulla pellicola che avvolge le acque del mondo. Le rane non hanno più fame, li guardano solo quei piccoli cristi con otto zampette che fanno il miracolo che han sempre fatto, corron sull’acqua, neppure sapendo che nulla del mondo può più minacciarli, e il mondo è tutto loro, e loro neanche lo sanno, non sanno neanche che grande che sia quello stagno che hanno, e che un tempo era mare. Io sono seduto su sabbia che è fango e li guardo, e a volte pur sempre lo lancio, un sasso o un bastone, nel brodo, e guardo la pelle del mare spaccarsi un istante, e sogno i miei sogni sempre più folli che restano sotto la superficie non appena la pelle del mare si chiude. Un secondo neanche ed è tutto finito. Non è mai bastato, l’ho sempre saputo.

+++

Cara Mia

Senza fretta, per davvero!,
lasciar correre i dolori,
tra le onde, senza tempo.
Devastare, cancellare:

questo piombo del presente che ci schiaccia,
questa unica certezza nauseante nera grazia
a cui siamo inchiodati da cent’anni con la faccia
tanto unita che non può vedere altro che minaccia
tutto intorno e solo dentro qualche flebile scintilla
non la voglio fredda e morta e immota stella.

Quel diamante non lo voglio veramente,
quel miracolo tagliente, trasparente,
è la forma più finita della stessa nera grazia.
Nasce morto da pressioni interne colossali,
lo sorvegliano pesanti sentinelle senza ali,
attraverso ci si vede solo il nero
e fa il cuore più di pezza.
Perso il senso di volare oltre il senno di ora e poi
ci si adegua o ci si spezza.

+++

Sono la scatola nera del mio stesso precipitare. Ma da che portico parte la pertica? Se anche esistesse un dio o un satanasso qualunque sputerebbe la nostra anima al primo boccone, tanto insipidi e scialbi sono i nostri sapori di oggi. Eccomi, eccome. Volontà di demenza… candide creste di onda su coperto pioggia, e grigio ventoso, ma tu tiri avanti la buonbroda un po’ stanco dei troppi discorsi sul mondo. Sussiegoso corri a comprare l’ultima release del Microsoft Virtual Karl Marx e ti decidi a condividere più file con il tuo vecchio ZX80.
“Ma lasciatemi dormire con la testa dentro il muro, dentro il buio un alveare, mille api che si pappano il mio miele…”

+++

Vieni dentro, nei miei sogni, non fermarti all’anticamera, mele acerbe già cadute, non guardare i fiori secchi e anzi sbriciolali intorno, sui tappeti arabescati dai sottili fili persi dei discorsi non finiti. Vieni dentro per vedere se son vivi i pochi pezzi ancora vivi del mio cuore. Spezza il cerchio se li vedi stramazzare giù per terra uno a uno nello stanco girotondo.

+++

A volte ho l’impressione soltanto di essere uno che cerca di riuscire a fare il duro almeno con se stesso.

+++

Tubo di legno attraverso cui guardo una vita di coccio con questa testa di plastica e questo cuore di pongo, e svengo ma nessuno mi vede svenire (“Che tutti i cuori siano di pongo?”, mi chiedo nel buio). Capire di essere morto?

La realtà è che oggi son sette mesi che sto chiuso in casa. La realtà è che non ce la faccio più. La realtà è che non ce la faccio più a fuggire dalla realtà. E nessuno sa quanto male; non mi avete visto piangere, né imprecare, ma troppo male; e sette mesi che non lo reggo più abbastanza da stare di fuori. Mi avete visto però trascinarmi sempre più lento e fermarmi. Forse non ripartirò. La realtà è che a volte si muore. Qualcuno muore. Io sono morto?

Penso, parlo come stessi scrivendo un’autobiografia in tempo reale. Ogni frase si forma nella mia testa appesa a due virgolette che la consegnano alla mia autobiografia mentale. Poi capita che la sputi fuori, sempre più di rado. Per lungo tempo ho creduto che non stessimo facendo altro che una specie di nascondino, che le nostre vite non fossero altro che una specie di nascondino. Ne ero convinto. La mia follia è stata quella di pensare che un giorno avrei potuto liberare tutti. Invece negli ultimi turni son sempre stato sotto io e ci son pure rimasto.

+++

Raccontare la follia, come raccontare la morte, è impossibile.

+++

Forse gli amici sono nemici.
Forse c’è uno strano complotto.
Forse la vita è una prova in cui s’ha da fingere di credere al mondo senza mai smettere di pensare che è falso, e si vince arrivando alla fine così.
Forse sono un alieno venuto da un mondo lontano con una missione topsecret e un lanciarazzi di deltacentauri,
ma ho perso memoria di casa, e della missione segreta, ed ecco che a volte mi attendo… un segno.
Forse voi non esistete neanche, solo Dick è esistito.
(Forse tento ironie contrarie alla sorte).
(Forse dormo, ma i sogni mi sognano fuori).
Forse ho da dimostrare che tutto è bugia.
Forse devo spiegare la morte, o follia.
Mio padre ci scrive già morti in quella poesia.
C’è meno ironia.
Forse voglio morire seccato dal sole, disciolto nel sale del mare.
Forse mi voglio lanciare al cemento da un’altalena legata alla gru del cantiere.
Forse non voglio più neanche mangiarmi, mi voglio sboccare d’intorno.
Forse se muoio di nuovo rinasco e tutto comincia daccapo
e questo è il forse che forse mi vuole salvare, in terrore.
E forse comunque è un po’ poco.
Forse volevo dar luce a una diapositiva sulla macchia ombrosa che vive nel campo dei giochi di fronte a questa finestra, stanotte, per tre spensierati che si eran fermati davanti allo schermo distrutto di Pietro. Però non l’ho fatto, son stanco di effetti speciali, non voglio una vita di effetti speciali, più stupida e triste di un film drenalina.

+++

Ora è un anno che dico “Dio basta dio basta dio basta”.
E non ci credo, neanche.

+++

Ma che brutta malattia mi sono preso
che non passa mai, di corsa o col riposo.
Serve a poco il pentimento e un po’ mi pento
di non essermi coperto un poco meglio
i pensieri con le calde giacche a vento,
di aver corso a perditempo all’aperto,
costruito occhiali in legno con i tacchi
per cercare di innalzare il mio sguardo su me stesso
e tenere sempre vuoti tutti i secchi
della testa per restare cuorleggero
aspettando il soffio giusto che ho creduto
arrivasse ogni secondo di lì a poco
e non è dico non è mai arrivato:
il rifiuto non ha fatto mondo nuovo –
quel che sento dentro al vuoto guscio d’uovo
è la pena di guardarmi mentre provo
a strapparmi via la bocca dalla faccia
per illudermi che il fiato che mi soffio sulla fronte
sia davvero il vento che da tanto tempo…

+++

Mi ricordo di quando la notte passavo attraverso il bosco nella valle di fianco, preda di un’impazienza smaniosa che non mi lasciava dormire. Ora cammino lento, e guardo e non aspetto niente. Piano piano arriverò in cima al mondo, dopo tempo e tempo e tempo dentro al freddo siderale sentirò di nuovo forte il tepore sacro e umano del mio sangue, e avrò l’errore in chiaro.

Ecco, siedo sulla roccia in marmo rosso e guardo, guardo: oltre il fiume la centrale idroelettrica defunta nella pioggia radioattiva che di ora in ora e in ora è conquistata, e travolta, e abbracciata dalle foglie e dalle piante e mi chiedo come sia starci dentro al pomeriggio, non resisto: nuoto il guado ed entro quieto attraverso foglie scure. Dentro è umido e penombra e odore chiuso. L’atrio enorme è tutto marmo, solo nitido preciso marmo freddo, è quel marmo che prolifica all’interno, con cui hanno costruito la mia roccia, giù, sul fiume, mescolandolo al mio sangue. C’è un odore strano d’eco e nebbiolina un po’ imprecisa nel ridare i colori più lontani del soffitto. Pochi raggi gialloverdi del meriggio mercolino si rinsinuano soffusi dai vetroni immensi in alto. Oggi è un Primo Pomeriggio da che l’uomo è tanto morto, e un ossimoro mi sento. Non è strano che la luce mi ricordi un certo sogno del passato, e un odore di piscina, e che il cubo di aria fresca sia una chiesa, a suo modo. Altri vivi un giorno o l’altro scopriranno questo posto e sapranno come me che era una chiesa, porteranno i loro bimbi a guardare i resti vivi di un meriggio mercolino lievemente danneggiati ma scampati alla tragedia, ed un fossile-turbina come guscio osseo antico di un più antico lumacone. Io l’ho letta l’iscrizione sopra il guscio più gigante, la turbina in smalto arancio, dove narra la leggenda che lo spirito salmone dei salmoni fragiloni, già frullati dalle pale forsennate, continuasse a risalire la corrente dentro ai cavi di tensione fino a giungere scagliati nello spazio a una stella a 1000 watt, in un luogo senza estreme conseguenze, finalmente.

Ora esco: tutto questo bel meriggio è così mercoledì che proprio basta.

Anche fuori tutto è fermo, pure dio che sta in ginocchio sopra il vetro liscio liscio, gioca amori con il morto e nessuno più lo vede, e nessuno più lo sente, ed ancora non riceve la sfiducia più ufficiale, anche se al comunale l’hanno tutto saccagnato. “Cogito ergo sunt”, lui ridacchia, mentre sbircia la mia vita e una lacrima gli spunta dallo angolo minore del triangolo, che non fu mai equilatero.

Sporge sempre però un osso d’avambraccio tutto rotto, bianco sporco, dal catrame. “DAME MANO! DAME MANO!”: gatto zero a coccolarmi, e l’inferno in una stufa, e un giardino di magnolie. “Che pretese!”. Solo scuse col sudore della fronte? Solamente lepri nere, a occhi rossi, come pazze ombre morte inferocite con se stesse?

“Dammi un po’ di distrazione!”
La papal benedizione ai caselli autostradali.
“Sei il mio angelo custode? Sei crudele. Oramai quasi ti abbatto, forse è solo questo il modo”.

Merculdì del pomeriggio, come sempre giallo e nero, cerco il rosso.

+++

Ora è salita la psicofarmaca e scrivo solo per vedere sulle lettere cheffettofà. Indice e medio fuori d’armadio, mi metto le pattine e scivolo sopra le teste di grassi capelli e gommina — mandi qua il suo sorriso e vedremo, dammi agio un pochino stanotte, ma capiscimi un po’ punto bach.

Mi piacerebbe scrivere parole di sottofondo, affrontare la crisi nel sorriso in sottofondo – sottotono, sonotuttotatto: MI FRACASSERO’ IL MIGNOLO E L’ACCENTO M’HA SALVATO. Che non risultassero invadenti le parole in sottofondo: questa era la prima condizione.
Smorfia è un termine archeologico che non sanno attribuire, come usare.
Solo sempre come bimbo pallidino nella selva delle sillabe sibille.
Come un po’ la prima volta che hai aperto il punto exe col wp. Stessa cornucopia? Ma lo usiamo, e sappiamo che Gesù muore in croce, poi scompare, poi resuscita, è così che salva il mondo di suo padre e padrenostro, e lo finisce, poi tornando tra di noi e più perfetto. Eh, però.
Qui in pendenza abbiam fatto un po’ di amici, costruito esperienze a palafitta, non mi spiego la lancetta dei secondi appoggiata alla canoa (forse segna una mia sfida, wannabe da clandestina, persa presto dalla bussola, nonostante tante sfighe ancora ride, solo lei e di sé stessa perché il resto ride mai, mai abbastanza sai comunque per poterci fare conto). Ma di cosa ridevamo? Le cazzate, lei pensava, lo pensavo pure io.
Poi ci siam date i reciproci pensieri, senza più passar da io e con patto non-ricordo, fino a poi, e a Natale tra di noi li abbiam risi tutt’e due: “…che vuol dire? Basta, e basta, questi loro pensierini mi hanno chiusa all’anticamera della mente – ma mi vedi un po’ più aperta? Comivedi? Comitrovi? Asterisco-punto-boh. Siedi un po’ però, racconta. Hai una triste la cantina? Mici fai guardare un po’? La conosco. Hai un solaio. Se ci sono troppi topi tu lo sai, mi metto in grido. Mici fai guardare un po’? Quanti gusti attraversati.

Anche lei segue il tramonto, è lancetta clandestina fuori bussola perduta dopo tanto camminare in val di Never, ma ha trovato un suo ruolo precisino, non piccino: segna forte il tramonto sul bloc not, poi lo strappa via di carta e mangia tutto, manda giù e poi dice qualche cosa di non detto (e non dicano i maestri che fa i compiti ultim’ora): per esempio fa così: “con il tempo molto brutto che hai avuto su a Selvino, e col sole sbarazzino di Caserta, i tuoi campi più magnetici non son più sporchi di merda”.

Ti hanno fatto i complimenti, per i tuoi novanta e passa? None, no, Jolly ha solo più apprezzato quelle chiappe d’ingegnere con i denti tutti gialli, le mi avevano rubato li gessetti, mi volevan dulterare il livello del morale, divoravano la voce.

“Dove cazzo mai l’ho messa?”, si struggeva. “Ne approfitto”, quello ha detto, “Ci son anche noi così, a questo mondo, questo festival di mostri, questo rutto del tuo dio”.

Ho letto marzo col vocabolario in mano perché il 27 è stata una giornata incomprensibile, e nessuno si è compreso, con permesso un compromesso: io l’ho dato per disperso, me compreso, me compresso. Poverome, pover’om. Alla Alfa Fest’Allah: bimbi tanti che mangiavan caramelle e la fibra dei bastoni ligurizzi, e bevevano tant’acqua o ah ah ah, LE BIBITONE! Tu la prendi……………….? La prendevo, io, quella bibita di Antocci, gliel’ho presa l’altra volta, non la voglio prender più, ché sua zia era poverina, l’Antocciona, nella camera rinchiusa perché ad ogni compigl’anni rattristava gli invitati, tutt’il giorno a far biscotti e nemmeno un bicchierino col suo nome.

Porco dio.

A me spetta di diritto. Chiara Jone? Chiara, certo, che sa pure che le donne degli zozzi calendari dicon sempre solamente: al lavoro voi terroni! Hanno perso il filo dritto e lo vogliono ammazzare, a quell’egli che tagliò la corda grossa. Ho sentito il tintinnio al nodo 5, argentino e compresente: nelle acropoli di internet c’erano anche un po’ di fiori, e non solo le nature della morte. Non lo so, sono cieco e sogno tatti, sogno tutti, ma mi stan concretizzando — tu hai un sogno che si tende verso l’incubo, io ho un sogno e me lo incùbo e ne ho bisogno.
Sali pure, c’è piangente: finalmente ho pianto un po’, e mi sento un poco meglio. Ma SHALOM!, fuori ora li suicidi dalla testa, fuori tutti o vi chiamo la Servabo. E se vuoi, e se proprio c’hai il bisogno, un colpevole ce l’hai, è assai vecchio ed è già morto, ora dimmi – prego – sì, e poi zitto, zitto, zitto nel periodo d’astinenza.
Noi, a volte, pensierini della notte, micidiali e assassini, che rincorrono Pinocchio e la poca scienza gaia che gli resta (se alla vita lei la inviti, a quest’ora, questa notte, lei si muore per dispetto).

+++

Ma basta, mandatemi via o salvatemi addosso. Contiguo al letto del fiume pensoso mi cola di dosso un tanto bisogno di amare. Un trattore a biella cardanica stona sempre di più sui miei porci comò, tra il pediatra e il ginseng che non so, e da tempo non ara che il letto. Ma… “Telefona ora per una dimostrazione gratuita di leggi kepleriche a casa tua, comodamente in poltrona, considirom”?
Senti, volevo sapere, ma il tuo pedalare, e alla tua età, che poi voglio dire, ti stanca da matti…
Due millenni di sporchi ricatti, di torba negli occhi segnati.
Occhieggia da sotto la creta un esimio. La creta, la faccia di creta, “La faccia finita!”
La massa dei sogni debordi da ogni memoria di massa, lo spero, io spero debordi, debòrd, foss’anche soltanto per prendersi almeno un futuro.
Son tanto brutto? Son tanto solo. Son tutto matto? Sono un po’ cotto. Sono olmo al brembo, voce in capitolo, lupus in fabula, agnellus in vita, mi piace chi agnello in bocca allo lupo si prova a salvarsi la vita pur anco contando soltanto una fabula.




Fonte: Bu.noblogs.org