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Riceviamo e pubblichiamo una risposta alla posizione espressa su questo giornale dalla direzione del festival riguardo all’appello con cui quattordici compagnie di danza e gruppi artistici palestinesi hanno chiesto di rinunciare ai contributi da parte del Governo dello Stato ebraico.

15 Settembre 2022 – 12:33

di Assopace Palestina Bologna, Coordinamento Campagna Bds Bologna,
Donne in Nero Bologna, Giovani e Palestina Bologna, Ipri – Corpi Civili di Pace,
Pax Christi punto pace Bologna, Bds Ravenna, Donne in Nero Ravenna

Nell’interesse di un confronto aperto e per chiarire nuovamente la richiesta delle compagnie artistiche palestinesi e nostra, rispondiamo alla replica del Direttore artistico del Festival Danza Urbana Bologna, pubblicata su zic.it l’8 settembre. Indirettamente rispondiamo anche alle precisazioni di Festival Ammutinamenti di Ravenna, pubblicate in calce a un articolo su ravenna24ore.it.

Riteniamo importante farlo perché il regime di apartheid israeliano continua a produrre oppressione, violenze, soprusi quotidiani, morte e negazione dei diritti fondamentali per tutto il popolo palestinese, senza risparmiare nemmeno gli artisti e le istituzioni culturali palestinesi. L’ultimo episodio riguarda l’arresto di Bilal Al-Saadi, presidente del direttivo del Freedom Theatre di Jenin, tra i firmatari della lettera degli artisti palestinesi ai festival italiani, avvenuto l’11 settembre a un checkpoint militare mentre tornava da una riunione con il Ministero della cultura palestinese a Ramallah.

1. Il Festival non è finanziato da Israele

Nella replica si conferma in realtà un finanziamento da parte dell’Ambasciata israeliana in Italia, come risulta anche sul programma del festival, che riporta anche il logo di Israele: “Danza Urbana ha ricevuto un contributo, condiviso con altri due festival italiani, relativo alla parziale copertura delle spese viaggio internazionali dell’artista israeliano Gil Kerer. Si tratta di un contributo ai viaggi e non di un finanziamento al Festival.” È evidente che si tratta comunque di un finanziamento alle attività del festival.

Come hanno spiegato molto chiaramente gli artisti palestinesi nella loro lettera ai festival, accettare soldi dal governo israeliano è una forma oggettiva di complicità con le politiche del governo israeliano, qualunque sia l’ammontare e qualunque siano le intenzioni dietro la richiesta di finanziamento: “Non importa quanto sia ben intenzionato, semplicemente non c’è modo di inventare giustificazioni per l’accettazione di finanziamenti da parte dell’Israele dell’apartheid e per mostrare il suo logo nei materiali dei vostri festival, in particolare uno che cinicamente ricorda i 74 anni di oppressione israeliana dei palestinesi. Ciò consente agli attacchi di Israele alle vite e alla cultura dei palestinesi di continuare impunemente. Vi esortiamo a rifiutare i finanziamenti da parte dell’Israele dell’apartheid.”

2. L’apporto in termini economici è pari allo 0,2% del budget complessivo della manifestazione

Capiamo che per un festival a basso budget anche un piccolo finanziamento può essere importante. Ma visto che l’ammontare è, come sembra, molto esiguo, crediamo che si sarebbe dovuto e potuto trovare un finanziamento alternativo, invece che implicare il festival con le politiche di un governo che impone un regime di colonizzazione, occupazione militare e apartheid nei confronti di milioni di palestinesi, come denunciato da Amnesty International, Human Rights Watch, B’Tselem (la più grande organizzazione israeliana per i diritti umani) e il Relatore Speciale ONU.

3. Garantire la mobilità degli artisti nel mondo

Sosteniamo il diritto alla mobilità delle persone in tutto il mondo, inclusi ovviamente gli artisti. Quindi apprezziamo lo sforzo del festival nel sostenere la mobilità di giovani artisti della scena alternativa e di favorire l’opportunità della loro partecipazione a festival internazionali. Ma non possiamo accettare che questo avvenga ricevendo finanziamenti da parte di un governo che limita la mobilità dei palestinesi mantenendo un’occupazione militare in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est, e nella Striscia di Gaza, sotto assedio da oltre 15 anni, attraverso il sistema di checkpoint e l’obbligo di permessi di viaggio che vengono regolarmente negati. Come hanno denunciato gli artisti nella loro lettera, e come sanno bene gli organizzatori di eventi culturali, questo riguarda anche gli artisti palestinesi che troppo spesso non riescono a raggiungere i paesi dove sono invitati ad esibirsi. Quindi non si tratta solo di un problema di finanziamenti, ma di diritti fondamentali che il regime israeliano continua a violare. Si possono senza dubbio trovare delle alternative alla richiesta di fondi all’Ambasciata o altre istituzioni israeliane, tanto più per degli importi, a quanto sembra, limitati. È una questione di consapevolezza e di responsabilità verso i palestinesi che hanno chiesto di intraprendere “come minimo, una semplice azione moralmente coerente: rifiutare la complicità con l’apartheid israeliana non accettando i finanziamenti del governo israeliano”.

Rimaniamo aperti al confronto con gli organizzatori del Festival Danza Urbana “sugli strumenti per sensibilizzare e sostenere la causa palestinese e sulle alternative che si possono costruire per garantire la mobilità degli artisti nel mondo”. Speriamo che venga trovata una soluzione che risponda alle esigenze del festival, mantenendo la coerenza con i principi ai quali si ispira.




Fonte: Zic.it