Ottobre 12, 2021
Da Round Robin
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riceviamo e diffondiamo:

Comunicato in seguito al processo di Jennifer

Pubblicato il 11 luglio 2021 | Aggiornato il 21 luglio

Jennifer è una donna trans incarcerata nella prigione di Seysses dal giugno 2020, per aver accoltellato il suo stupratore per strada. Il suo processo si è svolto al Tribunal de Grande Instance di Tolosa il 10 giugno 2021. È stata condannata a 5 anni di reclusione, di cui 3 in carcere, e condannata a pagare quasi 10.000 euro di risarcimento. Il messaggio della corte è chiaro: non è così grave se vieni violentata, l’importante è che tu non reagisca.
Questo comunicato fa seguito al processo di Jennifer che si è tenuto al Tribunal de Grande Instance di Tolosa il 10 giugno 2021.
Per coloro che non conoscono la sua situazione: Jennifer è una donna trans che è incarcerata nella prigione di Seysses dal giugno 2020. Per 9 mesi è rimasta in isolamento nella prigione maschile, per il solo motivo della sua identità trans. Finora, come gruppo di supporto, avevamo scelto di comunicare solo riguardo alle sue condizioni di detenzione. L’accesso alle sale di visita era molto complicato per i suoi parenti, così come l’accesso ai prodotti della prigione, e sta ancora aspettando un lettore DVD ordinato in ottobre. La nostra priorità è stata quindi – per evitare ripercussioni durante la sua incarcerazione o il processo – di mantenere il legame con lei e di attivare tutte le leve possibili per rendere la sua vita quotidiana più dignitosa. In seguito al suo cambiamento di stato civile, è stata trasferita nel carcere femminile, e noi continuiamo a mobilitarci per sostenerla a
livello materiale ed emotivo.
Oggi, vogliamo rendere pubblica la nostra posizione sulla sostanza del caso e sul suo trattamento giuridico. Jennifer è stata imprigionata dopo aver accoltellato il suo stupratore per strada. È stata condannata a 5 anni di reclusione, di cui 3 in carcere, e condannata a pagare quasi 10.000 euro di risarcimento. Il messaggio della corte è chiaro: non è così grave se vieni violentata, l’importante è che tu non reagisca.
Nel giugno 2020, un uomo stupra Jennifer. Lei fa lavoro sessuale, lui le chiede una prestazione, lei rifiuta. Lui la picchia, la minaccia, la stupra. Le ruba le sue cose, i suoi soldi, il suo telefono.
Qualche giorno dopo, lei lo riconosce per strada. Lei grida “è lui che mi ha violentato” e ne segue una lotta a colpi di coltello, alla fine della quale l’uomo esce ferito e a rischio di vita. Mentre l’aggressore sostiene che Jennifer lo ha attaccato per soldi, i testimoni confermano la versione di Jennifer. Infatti, sia il telefono di Jennifer che quello dell’aggressore sono stati geolocalizzati nella stessa posizione: l’indirizzo dell’aggressore. “Inquietante”, ha detto il presidente. I magistrati erano d’accordo: non siamo qui per discutere dello stupro. Eppure questo è stato il punto di partenza di ciò che l’ha portata in tribunale quel giorno. I magistrati non erano lì per discutere dello stupro, ma ne sappiamo tutto fino alle ragioni del vestito che Jennifer indossava quella sera.
Il giudice ha sottolineato che Jennifer non si è presentata a fare denuncia alla stazione di polizia.
Cosa poteva aspettarsi da una denuncia, tra l’altro? I suoi avvocati hanno spiegato che Jennifer aveva cercato di presentare denunce diverse volte nel corso degli anni. Citano un amico: “Ci sono stati almeno dieci attacchi all’anno nel corso di 15 anni. Alla stazione di polizia ci insultano, ci dicono che “i trans sono fuori”. Jennifer non ha mai avuto accesso alla giustizia e al riconoscimento.
Inutile dire che nessuna denuncia è mai stata presa in carico. Jennifer è una lavoratrice del sesso trans che non è mai stata presa sul serio dalla polizia o dai tribunali per le violenza che subisce. Ma i magistrati hanno convenuto che non era quello il luogo per parlare di stupro, durante il processo di una donna che ha attaccato il suo stupratore.
Come non fare il collegamento con i casi di Kessy, una giovane donna condannata a 12 anni di prigione per aver colpito uno stalker, causandone involontariamente la morte, e Valerie, condannata per aver ucciso il suocero/marito dopo anni di violenza sessuale.
La posizione della magistratura è chiara: criminalizzare le donne che si difendono, quando la loro protezione e il risarcimento del danno subito non sono mai stati assicurati; la loro rabbia non è accettabile, la loro violenza non è accettabile, la loro autodifesa non è accettabile, la loro vendetta non è accettabile. Lo stupro di Jennifer non era il problema. Eppure lo stupro è un crimine, se c’è bisogno di ricordarlo.
Secondo il rapporto psichiatrico di Jennifer, lei è socialmente pericolosa e incapace di gestire la propria rabbia senza agire. Questa perizia psichiatrica è in linea con la classica retorica transmisogina: le donne trans sono in realtà uomini travestiti da donne, e come tali sono impostori pericolosi e violenti. Durante tutto il processo, i magistrati non hanno perso una sola occasione per ricondurre Jennifer al suo sesso assegnato alla nascita, per farne la colpevole ideale, pericolosa e incontrollabile. Poco importa che il punto di partenza di questa storia sia uno stupro, non è il suo stupratore ad essere pericoloso, né tutti gli autori delle numerose aggressioni sessuali che ha subito prima di questa. Secondo la perizia psichiatrica e il tribunale, è Jennifer ad essere pericolosa.
Eppure, nelle sole quattro ore del processo, non ha reagito al disprezzo, alla violenza e alla disumanizzazione che le sono state inflitte. Queste includevano la volgare transfobia di menzionare il suo nome assegnato alla nascita, di usare un vocabolario più che inappropriato, di ricordare che “all’epoca dei fatti [era] un uomo”, di sbagliare i pronomi in maniera ripetuta, e di riportarla costantemente al fatto che non sarebbe una vera donna. Infatti, quando un testimone ha raccontato di aver visto una donna a terra, il presidente della sessione ha riformulato aggiungendo: “pensavi che fosse una donna”. Il testimone ha ripetuto: “Ho visto una donna a terra”.
Dov’è la considerazione di tutta questa violenza nel suo giudizio? E dov’è la considerazione di tutte le violenze che ha subito nella sua vita? Quale considerazione viene data all’estrema violenza subita da donne come Jennifer, Kessy, Valerie durante la loro vita? Quale considerazione viene data all’estrema violenza subita dalle lavoratrici del sesso trans?
Non si è parlato di stupro quel giorno, eppure se Jennifer fosse stata ascoltata, sostenuta e protetta, saremmo qui?
È stata quindi condannata a 5 anni, di cui 3 in carcere.
Facciamo appello alla vostra solidarietà. Raccontiamo la sua storia. Trasmettiamo questo testo.
Scriviamole. Mandiamole dei soldi.

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Fonte: Roundrobin.info