Gennaio 7, 2022
Da Il Manifesto
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Il tedesco Franz Rogowski, classe 1986, è l’attore europeo della sua generazione con una carriera internazionale in più netta ascesa. Quest’estate lo abbiamo intervistato a Locarno dove era in concorso con Luzifer di Peter Brunner. Poi lo abbiamo ritrovato alla Mostra di Venezia per Freaks Out di Gabriele Mainetti. In questa prima esperienza italiana, gli è stata affidata la parte a tinte forti di un nazista che la sua interpretazione mette al riparo dalla bidimensionalità di una macchietta. Il personaggio porta peraltro il suo stesso nome: «Franz è il cattivo della situazione, un personaggio che ama Hitler e la musica, che trasforma brani pop come Creep dei Radiohead in composizioni classiche con il pensiero rivolto al proprio idolo e ai simboli del nazismo. Il suo desiderio sarebbe quello di salvare il mondo ma come tutti i cattivi delle favole fallisce. Il film racconta il senso di perdita che soffrono tutti i personaggi, quelli buoni e quelli cattivi, e la loro avventura alla ricerca di una figura paterna che li ami e possa rappresentare una speranza di futuro».

Ultimamente, Rogowski si è conquistato il premio come migliore attore al Torino Film Festival per Große Freiheit di Sebastian Meise dopo aver ottenuto lo stesso riconoscimento anche a Toronto. Nel film di Meise è un uomo che, a causa della sua omosessualità, entra ed esce dal carcere dalla fine della Seconda guerra mondiale al 1969, anno in cui decade parzialmente il famigerato paragrafo 175 del Codice civile tedesco. Un nuovo intenso ruolo di detenuto, che interroga i concetti di resistenza e libertà, dopo quello affidatogli da Terrence Malick in Hidden Life (2016) e quelli da ex galeotto incarnati in Victoria (2015) di Sebastian Schipper, due ore tra inseguimenti, risse e sparatorie in piano sequenza, e in Un valzer tra gli scaffali (2018) di Thomas Stuber, tutto sussurri e violenza repressa.

Quest’ultimo gli è valso un riconoscimento agli oscar tedeschi nel 2018, anno in cui ha avuto anche lo European Shooting Star Award alla Berlinale e un gran successo per Transit. La donna dello scrittore di Christian Petzold. Lo stesso regista lo ha voluto nuovamente con sé l’anno seguente per il magnifico Undine. Un amore per sempre (2019), rivisitazione contemporanea del mito della sirena e dell’amore assoluto in cui interpreta un palombaro nelle acque berlinesi dove la storia incontra la leggenda e la realtà sfocia nel sogno.

Labbro leporino, occhi felini, naso camuso e voce impastata da un difetto di pronuncia, Franz Rogowski è allo stesso tempo bellissimo e mostruoso, una duplicità di cui il cinema ha fatto tesoro affidandogli personaggi dilaniati dal destino, fondamentalmente innocenti anche quando compiono il male. Il suo corpo atletico si è forgiato grazie a danza e teatro (ha fatto parte della compagnia Müncher Kammerspiele) ma anche nel bisogno di superare alcune difficoltà: «Penso che la fisicità del mio lavoro d’attore nasca ben prima della formazione tecnica ricevuta e abbia a che fare con il modo in cui sono cresciuto: ho un problema di udito per cui capto un quinto di quel che viene detto. Quindi ho dovuto compensare acuendo la capacità di percepire chi ho di fronte attraverso altri sensi. Sin da piccolo, ho capito che per riuscire a stabilire un rapporto con mia madre era necessario rispondere alle sue esigenze emotive come uno specchio. Tutto questo ha influito sulla mia percezione degli altri, dei corpi, dello spazio e delle strutture fisiche».

La sua preparazione atletica è un grimaldello per la creatività di chi lo dirige – si veda la break dance in Happy End di Michael Haneke – e forse pure per il loro sadismo. Ne è una dimostrazione Luzifer di Peter Brunner, un Heimatfilm satanico prodotto da Ulrich Seidl in cui Rogowski è messo a dura prova fisica. Il film racconta la vita in alta montagna di una madre e un figlio: lei è un’ex alcolizzata che fa argine al dolore e alla dipendenza con il delirio religioso, lui è affetto da handicap mentale ma è capace di una cura speciale nei confronti di un falco reale. Il loro equilibrio già precario viene messo a repentaglio da un progetto di costruzione di un grosso impianto sciistico per opporsi al quale subiscono violenze e prevaricazioni.

Un film molto nero sulla rapacità diabolica del capitalismo, girato su una vetta nota come Höhlenstein, nome che si presta a un gioco di parole tra grotta e inferno (Höhlenstein/Höllenstein) con in più il fatto che «pietra infernale» è l’antico nome del nitrato d’argento. Il ruolo della madre è affidato a Susanne Jensen, cranio rasato e corpo ricoperto di tatuaggi, artista e pastora evangelica nota in Germania per aver messo al centro della sua opera spirituale e sociale la denuncia dell’incesto e della violenza sessuale da lei stessa subiti.

Con la sua partner di scena, Rogowski ha intrecciato un rapporto oltre il confine tra finzione e realtà: «Per un mese intero abbiamo vissuto con la troupe in montagna, abbiamo dipinto e fatto molto esercizio fisico e mentale, Susanne è stata la mia guida spirituale. Il primo giorno è venuta da me, ha premuto la sua fronte contro la mia e senza smettere di fumare uno dei suoi sigari mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha detto: ‘Io un figlio non ce l’ho ma ora tu sei mio figlio’. Ho voluto prendere sul serio il suo esperimento di maternità e da quel momento sono diventato suo figlio. Anche questa è una forma di creatività ma basata sulle emozioni.

«La preparazione aveva come obiettivo quello di farci condividere esperienze che in effetti non sono mancate. Un giorno, durante un’escursione, io e Susanne ci siamo persi. A un certo punto, mentre cercavamo di ritrovare la strada, è calata la nebbia. Più ci muovevamo e più si addensava. Sentivamo in lontananza la voce del regista che ci chiamava ma non riuscivamo a distinguere nulla e nessuno. Era come se la voce di colui che era stato il nostro mentore durante le settimane precedenti si stesse allontanando da noi finché siamo rimasti soli. Mi sono sentito in dovere di guidarla ma ho completamente sbagliato strada e più ci allontanavamo dagli altri più ci avvicinavamo l’uno all’altra, come se la nebbia ci creasse attorno una specie di ventre. Abbiamo vagato per un paio d’ore ma mi è sembrato un giorno intero.

«Prepararsi al film per noi ha voluto dire affrontare la pioggia, il freddo e vedere di giorno in giorno come reagisce il corpo. Ogni mattina avevo appuntamento con Susanne: mi interrogava su di me, su quel che voglio essere o non essere. È stato un approccio molto esigente e introspettivo alla recitazione che può sembrare paradossale se si pensa che dovevo interpretare una persona con handicap mentale. Ma la mia non doveva essere un’imitazione dell’handicap bensì una presa di contatto con l’esperienza del limite e dell’amore filiale. Questo ha implicato prima di tutto cercare di rendere felice mia ‘madre’».

In questo gioco emotivo sul limitare tra realtà e finzione, tra performance ed esperienza, Franz Rogowski eccelle, come un alieno che, appena caduto sulla terra, abbia capito quanto inganno e seduzione siano esercizi di sopravvivenza.




Fonte: Ilmanifesto.it