Novembre 21, 2021
Da Il Manifesto
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«Novelli sei un terrone!», questa era una delle tante scritte che apparivano sui muri, a Torino, negli anni di piombo. L’amanuense, oltre a dimostrare una «sana» xenofobia, dimostrava anche di non conoscere il sindaco e di non sapere nulla della sua città: Novelli era, guarda caso, torinese da sette generazioni. Ma Fred Buscaglione non abitava più qui da un pezzo. Lo si poteva trovare ancora, forse, nelle tante piole della pre-collina dove si avvicendavano ancora ladri e puttane, dove si potevano ascoltare le canzonacce sconce e dove, qualche volta, si faceva avanti qualche improvvisato chansonnier.
Era nato a Torino cent’anni fa (il 23 novembre 1921) in un’Italia già fascista. A 11 anni fu iscritto al Conservatorio Verdi. Lo frequentò per poco meno di tre anni ma non era portato per la musica classica e poi, se anche avesse voluto, a casa non c’era una lira; il padre lavorava saltuariamente come pittore edile e la madre, che era stata in passato maestra di piano, adesso faceva la portinaia. Fu lei ad introdurre Nando alla musica, insegnandogli il pianoforte (gli ultimi inquilini ricordavano ancora quel bambino che strimpellava come un matto tutto il giorno sui tasti).
Si diede allora ai lavoretti più disparati ma intanto andava scoprendo che aveva un talento naturale per la musica. Esordì al Gran Caffè Ligure, davanti alla stazione di Porta Nuova, il locale di Angelo Moriondo, proprio quel Moriondo che fu l’inventore della prima macchina per caffè espresso, un enorme cilindro metallico dal quale uscivano rumori sospetti e una delle prime tazzine di moka. Al Ligure fu notato da un certo Leo Chiosso che sarà l’autore di tutte le sue canzoni di successo e il rapporto divenne così stretto che i due sarebbero andati a vivere nello stesso stabile di via Bava, in due appartamenti sullo stesso pianerottolo (per la cronaca, Chiosso sarebbe stato il coautore di Torpedo blu portata al successo da Gaber, e di Parole, parole che vide Alberto Lupo, sulla cresta dell’onda come protagonista del televisivo La cittadella di Cronin, misurarsi con Mina).

UNO SGUARDO
Anche Fred partecipò alle esercitazioni in orbace che il regime esigeva. In una delle tante adunate al Parco del Valentino, incontrò Renato Germonio che era rimasto incantato dalle note di Dinah suonate da Fred il quale aveva per il brano un amore smodato (sappiamo che anche Cesare Pavese ne rimase ammaliato nella versione di Cab Calloway); sicuramente conobbe la versione di Bing Crosby accompagnato dai Mills Brothers ma non è altrettanto certo che conoscesse quella di Dean Martin. Con il CineGuf girarono in modo artigianale Swing in Paradise truccati da «boveri negri» e fu allora che una squadraccia fascista, intervenuta, li malmenò e distrusse loro gli strumenti. Suonò con Cinico Angelini al quale – dicono – rubava la scena nella mitica sala Gay di via Pomba. Diventò nel tempo il re di ritrovi come il Faro Danze in via Po, il Fortino, il Pagoda, lo Stadium Dancing in corso Peschiera, il Florida, l’altrettanto mitico Hot Club. Passata la guerra la popolarità gli venne grazie a un passaggio televisivo voluto da Mario Riva. Durante una tournée incontrò Fatima Ben Embarek, al secolo Fatima Robins; la ragazza (aveva allora appena 15 anni) si esibiva col padre e i fratelli in numeri circensi. Bastò uno sguardo a legarli per sempre, a dispetto del padre e della differenza d’età; scapparono ma si sposarono solo anni dopo.
Buscaglione inventò un personaggio e un genere, il gangster dal cuore tenero, spaccone e affascinante che girava con un bicchierino di whisky nel taschino (che era in verità ripieno di tè carico). Il successo arrivò tardi ma fu travolgente. Sandro Ciotti lo impose sulla piazza di Roma dove divenne protagonista incontrastato di due night mitici, Le grotte del piccione e la Rupe tarpea. Il complesso che aveva creato, gli Asternovas, resse alle mode del tempo e fu un punto di riferimento al pari di fenomeni quali Marino Barreto e Renato Carosone. Arrivarono i caroselli, la tv, il cinema. I suoi brani rimangono nella storia della nostra musica leggera: Eri piccola così, Che bambola, Whisky facile, Guarda che luna; il cinema gli sorrise (Noi duri – postumo -, Noi siamo due evasi). Anche se erano filmetti di genere ce ne fu uno, Poveri milionari, ultimo della trilogia di Dino Risi (Poveri ma belli, Belle ma povere), che rese giustizia al personaggio. Coniò il termine di «criminal song» in linea con i contenuti delle canzoni. Ci parlò di una vita spericolata molto prima di Vasco Rossi. Eppure non sono molti a sostenere che Fred Buscaglione andrebbe ricordato, anche, come un fantastico jazzman (il suo modello, dichiarò, era Louis Armstrong), un musicista eclettico, colui che cercò di svecchiare e rinnovare la nostra musica pop prima di Domenico Modugno (erano grandi amici) e di Luigi Tenco. Suonava indifferentemente la tromba, il piano, il contrabbasso ma eccelleva nel violino. Pensava, già allora, a una grande orchestra jazz. Una volta smessi i panni del gangster, quando il tempo delle mode fosse passato, intendeva seguire la sua vocazione, quella che lo aveva formato sulle note di Django Reinhardt.

LE ULTIME ORE
Fu, sembra, uno sciupafemmine e questo fu alla base della rottura con la moglie della quale, pure, era follemente innamorato. Gli attribuirono un flirt con Scilla Gabel (forse, molto più di un flirt). Narrano che le ultime ore di vita a ridosso dell’incidente mortale le trascorresse con una sconosciuta e giovanissima Mina, in procinto di emergere anche lei, poco dopo, con Tintarella di luna. Il personaggio affidato al mito esigeva due pacchetti al giorno di Gauloises (verosimile) e di whisky à gogo (meno verosimile); ma, pare – ce lo raccontò Fatima in un incontro di tanti anni fa quando si era ritirata in beata solitudine in campagna – che bevesse molto latte facendo eccezione qualche volta solo per un bicchiere di buon barbera e che, prossimo ad essere in alcune occasioni un bogianein (pantofolaio) contraddicendo lo stereotipo, quando viveva dei periodi lontano dai riflettori rassettava la cucina e lavava i piatti mentre Fatima sfogliava riviste alla moda.
Era quasi l’alba del 3 febbraio 1960 quando, alla guida di una Ford Thunderbird dall’improbabile colore rosa, percorrendo via Paisiello ai Parioli andò a sbattere contro un camion EsaTau proveniente da viale Rossini che non riuscì ad evitarlo carico com’era di porfido. Morì nel breve tragitto che lo separava dal vicino Policlinico. D’acchito nessuno lo riconobbe, aveva il volto sfigurato. Morì proprio come Bessie Smith che, dopo una vita di stenti e di sacrifici, andò a schiantarsi anche lei contro un camion mentre correva verso il successo. L’esame autoptico rivelò che nel suo sangue non c’era neanche una goccia di alcool quella notte. Fred Buscaglione ha un posto di diritto nella hall of fame del nostro costume e della nostra musica pop, molto prima di mode e modi che hanno abitato, a volte immeritatamente, il nostro immaginario.




Fonte: Ilmanifesto.it