Novembre 18, 2021
Da Il Manifesto
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Andrea adora i fumetti, la scuola di magia di Hogwarts e viaggiare. Ha tredici anni ed è in visita a Praga con i genitori. Mentre visita il Museo ebraico della città si imbatte in una sala particolare: «Friedl’s cabinet» c’è scritto. E poi «I disegni dei bambini di Terezin».
Sono tanti: «campi di fiori con farfalle, famiglie riunite (….), scene di interrogatori con tanto di macchine da scrivere e militari dallo sguardo arcigno». Le pagine di esordio di Friedl e i bambini di Terezin di Federico Gregotti, edito da Einaudi ragazzi (pp.137, euro 10) raccontano che accanto a ogni disegno c’è un nome e una data, «anzi due», quella di nascita e quella di morte di ciascuno dei piccoli autori. Inizia così la storia di un incontro: quello di Andrea non solo con la storia dei bambini di Terezin e dei loro disegni ma anche con la vicenda della donna che organizzò un laboratorio d’arte in un campo di concentramento, aiutandoli a disegnare come forma di rivendicazione della propria individualità e poi nascose quelle opere tanto bene da resistere ai decenni e consegnarli alla memoria di tutti: Friedl Dicker-Brandeis, un’artista e un’insegnante d’arte.

IL LAVORO SVOLTO in quel luogo costituisce ancora oggi uno dei prodromi dell’arte terapia. Friedl è nata a Vienna nel 1898 in una famiglia ebraica e muore a Birkenau il 9 ottobre 1944. Gregotti la immagina e la racconta in piedi nella piazza dell’appello del campo di sterminio senza paura – scrive lui – coraggiosamente paga della vita condotta e dell’arte praticata e insegnata. Gregotti non teme l’immaginazione e racconta la storia della vita di Friedl Dicker-Brandeis a ritroso a partire proprio dal campo di sterminio dove verrà uccisa ma «Se una parte dei disegni dei bambini – racconta Friedl nelle prime pagine – arriverà fino al mondo dei vivi, qualcuno un giorno guardandoli si sorprenderà, si interrogherà, forse addirittura si commuoverà: noi non saremo cenere». La sua utopia si concretizzerà solo molti anni dopo e adesso parte delle opere dei piccoli prigionieri e della stessa Friedl sono esposte al Museo ebraico di Praga; altre sono custodite, insieme alle lettere, presso il Simon Wiesenthal Center di Los Angeles.

NATA IN UNA FAMIGLIA alle soglie della povertà, Friedl inizia presto a studiare arte con Johannes Itten. Poi si avvicina alla musica, frequenta la scuola di Arnold Schönberg dove conosce anche Viktor Ullman e Stefan Wolpe. Si sposta poi a Weimar dove collabora con la Bauhaus e Walter Gropius, lì – scrive Friedl nelle lettere e riporta Gregoretti – capisce di non essere una grande artista ma una brava insegnante di arte. A Vienna, lavora come costumista, progettatrice di interni, crea opere con tessuti e materiali poveri, progetta e realizza gli arredi completi di una delle prime scuole Montessori. Poi sarà ancora a Praga e successivamente in cittadine sempre più piccole alla ricerca di un’opportunità di vita che il progressivo avanzare del nazismo a lei, ebrea e antinazista, viene progressivamente negata.

Animatrice al confine tra arte e politica si dedica alla formazione artistica dei bambini anche prima dell’internamento.
Terezin fu il ghetto modello dove furono internati gli intellettuali, dove avvenivano le ispezioni della Croce Rossa internazionale per dimostrare che le voci sullo sterminio nazista erano false. Ancora oggi – navigando nella rete – è possibile imbattersi nei filmati di propaganda nazisti girati lì. In quel campo, lei rimase due anni: vi si crearono compagnie teatrali, orchestre e laboratori per bambini. La pratica dell’arte fu il tentativo di salvare le individualità singole e preziose di persone destinate a diventare numeri.




Fonte: Ilmanifesto.it