Gennaio 18, 2022
Da Il Manifesto
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Oggi, dalle steppe dell’Asia occidentale al Mar Mediterraneo, c’è una drammatica ed esplicita rievocazione del controllo del mondo che è coloniale negli intenti e imperiale nella sua portata. La violenza strutturale della disuguaglianza planetaria che stimola la migrazione contemporanea e rivolte sociali ha riaperto le porte del passato. Migranti e minoranze, contestati da ferventi nazionalismi e dall’universalismo parrocchiale dell’identità, mettono in crisi il presunto illuminismo del progresso.

LE NOSTRE MAPPE cognitive e fisiche sono rozzamente disturbate, persino lacerate, e non riescono a tracciare la diffusione e la profondità di ciò che sta accadendo. Le mappe, come hanno efficacemente sottolineato Sandro Mezzadra e Brett Neilson nel loro volume Confine e frontiera. La moltiplicazione del lavoro nel mondo globale, Il Mulino, 2014), sono dispositivi epistemologici di profondo significato ontologico.
Nella loro storia moderna, che non a caso è la storia dell’espansione europea su scala planetaria, le mappe sono immagini del potere, rappresentazioni del dominio. Esse stabiliscono non solo il territorio e il possesso, ma anche i confini cognitivi che localizzano e controllano i corpi e le culture sia in patria che all’estero. Inoltre, dato che queste rigide distinzioni spaziali sono sempre più ridondanti, esse tracciano e rimappano con insistenza i flussi e le correnti delle mobilità materiali e immateriali su scale sempre più fluidi e multipli. Il potere è mascherato nelle mappe, la mortalità degli altri si presenta come misura, il genocidio diventa geometria. La cartografia diventa la trasposizione della violenza della forma delle merci nelle implacabili «leggi» territoriali del mercato mondiale.

IL POTERE di mappare, modellare, modificare e mortificare rivela l’architettura del potere: non è mai semplicemente l’applicazione di un linguaggio tecnico, neutrale o «scientifico». Nelle zone di confine, come quella tra Israele e i Territori Occupati, un insieme di pratiche portano a quello che Eyal Weizman nel suo testo Architettura dell’occupazione (Mondadori, 2009) chiama un «laboratorio dell’estremo» che produce una «morfologia dinamica della frontiera».
Il territorio, continua Weizman, non è mai piatto come una mappa, ma striato sotto i nostri piedi (falde acquifere, diritti fondiari) e sopra le nostre teste (corridoi aerei, onde elettromagnetiche piene di segnali radio, reti di telefoni cellulari, posizionamento Gps, comunicazioni informatiche a banda larga). Nel libro Israel and South Africa: The Many Faces of Apartheid lo storico Ilan Pappé ha descritta Israele l’ultima colonia di insediamento della storia occidentale, dove vengono tolti i diritti della popolazione palestinese attraverso un regime di apartheid.
Quello che per molti è ancora difficile da capire è che questa situazione è esemplare piuttosto che eccezionale. Si tratta di un laboratorio della modernità. E qui si confronta l’arroganza imperiale dell’Occidente e il disagio di altre società coloniali – basti pensare agli Stati Uniti o Australia – che devono condannare le stesse pratiche che hanno prodotto la loro sovranità e cittadinanza.
Nel frattempo, procedure simili scandagliano il Mediterraneo, così come perlustrano la frontiera Usa/Messico e le frontiere dell’Europa. Le mappe sono multiple, contemporaneamente verticali e orizzontali. Producono una matrice tridimensionale mutevole. Distinzioni mobili sostengono linee invisibili e zone mutevoli di territorio materiale e immateriale. Le frontiere distinte scivolano in zone di confine oscillanti, non sono mai semplicemente fisiche o statiche. Sono piuttosto istanze flessibili di autorità che sostengono la continua produzione di paesaggi di confine intrecciati.
La modalità presunta di estendersi dal centro per controllare la periferia lascia il posto alla duttilità di una gestione molecolare. La schedatura e il pattugliamento del pianeta promuovono un nuovo paesaggio esistenziale e concettuale che forniscono gli elementi costitutivi del mondo moderno.

CHE SIANO IMPOSTI con la violenza o sottilmente inseriti nei circuiti delle nostre vite, i confini come congegni di potere sono anche criticamente produttivi. Il confine è un dispositivo di inquadramento che dà forma sia a ciò che contiene sia a ciò che cerca di escludere. Se il confine inaugura un’istanza di stato eccezionale – dove ognuno di noi trova il suo status e la sua cittadinanza temporaneamente sospesi prima di essere riconfermati (o sfidati) – rivela, nell’intensità diffusa della sua bio-politica, i protocolli sottostanti che definiscono e confinano le sue stesse popolazioni interne.

I CONFINI CI COSTRINGONO a riconsiderare le configurazioni storiche, politiche e culturali che hanno dato origine alla loro presunta necessità. Riportano in scena ciò che prima erano stati concepiti per escludere: gli alieni, gli stranieri, i subalterni, le altre storie e territori di appartenenza che spingono contro l’inquadratura apparentemente invalicabile fornita dal privilegio del potere occidentale. Se politicamente rigidi e legalmente lenti a mutare, i confini sono storicamente e culturalmente fluidi, e socialmente multiformi: per alcuni rappresentano solo dei timbri su un passaporto, per altri una barriera apparentemente impossibile, eppure ogni giorno continuano a essere attraversati in modo legale e illegale; cioè a essere contemporaneamente sfidati e confermati.
I casi drammatici di Tijuana, Juarez e El Paso, o di Quetta, Calais, Gaza e della Bielorussia come città e zone di confine ci spingono a pensare il mondo intero come una molteplicità di zone di confini. Sono spazi, tempi e vite attraversate da apparati giuridiche, pratiche militari e sorveglianza burocratica, che vengono complicate dalle storie e dalle culture non raccontate. Più ovviamente, incontriamo questa situazione e la sua violenza arbitraria nei deserti del sud-ovest degli Stati Uniti, lungo i bordi settentrionali del Sahara e sulle acque del Mar Mediterraneo, su entrambe le sponde della Manica, nei territori ambivalenti della Palestina e del Kurdistan, nei boschi e nelle montagne dell’Europa orientale e sud-orientale, tra il Sudafrica e l’Africa sub-sahariana, o l’Asia e l’Australia nel Mare di Timor.

MA È TROPPO FACILE dimenticare che queste frontiere corrono anche attraverso le strade, le lingue e le divisioni delle città del primo mondo. Anche le popolazioni multietniche di Los Angeles, Londra, Roma e Parigi sono schedate e sorvegliate, perché anche se queste popolazioni sono certamente residenti nella nazione, sono spesso considerate come non facenti parte della nazione. La biopolitica esercitata dall’esterno dell’amministrazione coloniale di ieri, così acutamente analizzata da Frantz Fanon e successivamente ripresa nel film La Battaglia di Algeri (1966) di Gillo Pontecorvo, non è scomparsa. Ora si è trasmutata nella gestione tecnologicamente sostenuta, e quindi del tutto più tentacolari e insidiosa, del corpo politico moderno della metropoli occidentale.
Ciò che un tempo era stato allontanato nelle periferie del mondo non può più essere relegato nelle conclusioni posteriori di mappe coloniali scartate. Oggi, la governance occidentale deve lavorare molto più intensamente per bloccare che altre storie e conoscenze entrano per disturbare la narrazione della nazione. Certo, il mondo continua ancora ad essere governato da quella particolare patria del potere-sapere, ma allora non è certo da un sapere critico, piuttosto da un centro di sicurezza amministrativa che cerca di riprodurre se stesso e, di conseguenza, le dinamiche che comanda.
La vita del presente prende molte forme. Non è semplicemente ereditata né imposta. Trasformata nelle urgenze di un corpo differenziato, di una percorso distinto, di un’eredità aperta e complessa, il transito e la traduzione della modernità rivela un mondo che persiste e resiste senza approvazione unica.




Fonte: Ilmanifesto.it