Ottobre 3, 2021
Da Il Manifesto
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Non è un fatto matematico puro, né una di quelle capriole simboliche che ci piace mettere in conto per illuderci di padroneggiare la realtà. Non è un mero dato statistico né fisiologico. Eppure c’entra, quanto andremo a dire, con la matematica, la fisiologia, con il simbolismo, perché homo sapiens è animale simbolico, c’entra con la statistica, perché tant’è, spesso lì si va a cozzare. Mettiamola così: è un dato di fatto. Cinque decenni dopo un avvenimento, o una serie di fatti e avvenimenti che hanno lasciato qualche unghiata di senso nel grande impasto di creta della storia, è normale che si torni ad analizzare e a cercare significato ed eredità in quei fatti. Cinque decenni sono, grosso modo, il periodo di creatività che è dato alle persone. Certo, c’è chi l’elastico della vitalità creativa riesce a tenderlo ben oltre, e chi neppure prova a tenderlo, e lo lascia a riposo tutta la vita. Succede però anche che, mezzo secolo dopo, siano ancora vivi e spesso vegeti molti dei protagonisti di un’ondata creativa. Ad esempio in musica. Mancano all’appello, per far due nomi, John Lennon per sfortuna cosmica, George Harrison per malattia, ma Ringo e Paul sono ancora qui a raccontarla, la storia infinita dei Beatles. E lo stesso quei due vecchi ragazzi litigiosi e speculari che singolarmente all’anagrafe fanno Waters e Gilmour, e assieme mezzi Pink Floyd. Dunque la storia, la memoria, il racconto di chi c’è ancora. Mezzo secolo fa, nelle collezioni di dischi che si rispettassero, quando ancora la musica non s’era liquefatta nella rete, o riproposta nelle snobistiche (e carissime) ristampe su vinile non poteva mancare una sezione dedicata al «kraut rock». Il termine dispregiativo e lievemente irritante (un po’ come lo «spaghetti rock» coniato negli States per la Premiata Forneria Marconi) ma ha finito per perdere il sovrappeso sarcastico, e che addirittura alcuni dei protagonisti principali di questa bella, turbinosa e affascinante vicenda di cui parleremo, i Faust, hanno addirittura rivendicato, in un titolo regolarmente apparso su un loro disco capolavoro, Faust IV.

ESTETICA
Non fu il coacervo di espressioni univoche, ancorché in declinazione individuale, e di poetiche intercambiabili, il kraut rock: fu un’intera galassia estetica, e le galassie, notoriamente, appaiono come sciami opalescenti e macchie di colore con una qualche unità solo a milioni di chilometri di distanza. Altrimenti, sono ognuno una fonte di luce. Lo sciame del kraut rock, se misurato in termini quantitativi, dovrebbe mettere in conto qualcosa come cinquemila dischi, più o meno, solo a considerare il periodo compreso tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta. Fu l’insorgenza sonora – perché la musica popular mai fu veicolo così diretto di un bisogno che premeva evidente nel corpo sociale – di una generazione assetata di verità, di libertà, di rottura delle regole, l’esatto contrario di quanto i padri inquadrati nelle funeree legioni della Wehrmacht avevano sperimentato: costrizione, disciplina insensata, il sadismo e la menzogna storica come alimento del Reich. Ma fu anche rigurgito secco di quella nuova pacificazione d’Europa che imponeva la nuova etica – poi vincente, – del «produci, consuma crepa». I ragazzi che imbracciarono gli strumenti del kraut rock vollero e seppero riferirsi anche ai loro coetanei della California acida, delle comuni sparse per l’Europa, al bordo del jazz visionario che guardava già da tempo alle musiche e culture del mondo – ma seppero anche rifiutare le lusinghe del consumo ossessivo di merci come via per una felicità compressa nelle spire di vite tutte uguali, tutte regolate sugli orari di lavoro e la nuova disciplina della crescita, come aveva mostrato l’opulenza esibita delle merci dei liberatori con le Camel, la cioccolata e la Coca Cola.
Fu un fenomeno che coinvolse sia la Germania dell’Ovest, sia, con numeri rilevanti ma ovviamente non così decisivi, anche quella dell’Est, il regime della Ddr che spiava le «vite degli altri», ma non riuscì a impedire che tra i giovani rocker spirasse un’aria di libertà irriducibile al consenso di regime. In Francia, in Italia, in Inghilterra arrivarono ovviamente (e in parte) solo i dischi e i gruppi della porzione occidentale, il resto è a tutt’oggi oggetto di culto feticistico da parte dei collezionisti. Chi volesse affrontare il problema anche con qualche buon libro, si procuri testi come Cosmic Dreams at Play. A Guide to German Progressive and Electronic Rock di Dag Erik Asbjornser, Krautrocksampler di Julian Cope e una qualche edizione di The Crack in the Cosmic Egg, Encyclopedia of Krautrock, Kosmische Musik & Other Progressive, Experimental & Electronic Musics from Germany dei fratelli Steven e Alan Freeman. Quest’ultimo, nel sottotitolo che sembra opera di una Lina Wertmüller convertita alla critica rock, è quello che meglio annuncia la complessità eterogenea della galassia musicale germanica. Perché sì, è vero, nel kraut rock ci furono diramazioni «cosmiche» (I «buffoni cosmici» si autodefinì un supergruppo in tema, a proposito di autoironia), dunque viaggi in un altrove assimilato allo spazio interstellare, ma che in realtà era il medesimo spazio interiore delle «porte della percezione» del lisergico Aldous Huxley, e fors’anche quello dei trip nell’interiorità spirituale di chi guardava all’Oriente del sacro, come Ash Ra Tempel e Popol Vuh.

ESPERIENZE COMPLESSE
Ci furono esperienze complesse come fu complesso il progressive rock inglese o italiano, ci furono punte sperimentali decisamente vicine alle temperie più radicali della musica classica contemporanea e del jazz, della psichedelia, come gli Amon Düül, o addirittura anticipatrici della world music a venire, come gli Embryo. E tanta e pura musica elettronica costruita sulle crepitanti fusa delle primordiali macchine da suono analogiche che avevano cominciato ad essere accarezzate proprio in Germania, in molti laboratori sperimentali, come quello di Stockhausen che i giovani krautrocker frequentarono da studenti (e, simmetricamente, ai corsi di Stockhausen in California andarono membri di Grateful Dead e Jefferson Airplane: un altro cerchio chiuso). Ci fu anche il lancio del cuore oltre l’ostacolo in quel curioso compromesso tra elettronica applicata e pop music che rispose al nome di Kraftwerk, condizionando almeno un paio di generazioni, e ci fu chi anticipò secco la house music inventandosela solo soletto con la sua chitarra e un po’ di raffazzonati «devices» elettronici neanderthaliano a creare loop ripetitivi, come Manuel Göttsching degli Ash Ra Tempel.
Cosa resta, di quella stagione effervescente e imprendibile, con quel buffo nome – etichetta che copre estetiche musicali a volte sideralmente distanti, ma tutte pertinenti? Molto, forse moltissimo, sotto traccia e no.

COSA RIMANE
A prescindere da quanto ancora oggi il kraut rock innervi, sotterraneamente, la parte più azzardata ed anarchica dell’indie rock (e di gran parte del cosiddetto post rock), sono ancora in circolazione parecchi maestri dell’epoca. Incidono ancora, e con ragazzi di gruppi sperimentali che hanno mezzo secolo meno di lui, all’anagrafe, Damo Suzuki e Irmin Schmidt dei Can. E Schmidt s’è convinto, finalmente, ad aprire gli smisurati archivi «live» della band, prima recentissima uscita Live in Stuttgart 1975. Un gioiello, che va ad affiancarsi al precedente The Lost Tapes 1968-1975. E che mostra, nella pratica, quanto fosse vero quello slogan coniato per i pezzi della band: «Un brano dei Can non è mai finito, e non finisce mai». Incide ancora il vecchio patriarca delle tastiere Roedelius, che alterna sortite archivistiche a brillanti novità. C’è poi un caso clamoroso di gruppo kraut che oggi non comprende più neppure uno dei membri originali, eppure esiste ancora, incide, e ha un seguito nel mondo imponente, oltre ad aver prodotto decine di gruppi «cloni», come i Radio Massacre International: i Tangerine Dream, padri nobili delle «porte del cosmo». Edgar Froese fece in tempo ad affiancarsi sul palco e in studio una serie di talenti promettenti, a partire da Thorsten Quaeschning, instillando loro il sacro fuoco della navigazione cosmica: oggi i Tangerine Dream sono vivi e vegeti, e oltre ai dischi «ufficiali» stanno facendo uscire una serie di «live sessions», arrivate ad oggi al sesto volume, che testimoniano come la band, all’inizio di ogni concerto, sia ancora in grado di improvvisare dal nulla set a volte davvero entusiasmanti che possono durare venti minuti come due ore, con la grazia stupita di Hashiko Hamane al violino, in mezzo a una selva di tastiere. Set per fortuna sempre registrati.
Sono ancora vivi e vegeti i rocciosi ed imprevedibili Faust, che ogni tanto fanno ancora partire qualche colpo a sorpresa: è successo ad esempio all’inizio del 2000, con un disco e un tour americano che più improbabili non potevano apparire, sulla carta: il gruppo kraut affiancato dai Dälek, rap estremo e schierato dal New Jersey in caotica e vitalissima interazione con la furiosa attitudine sonora collagistica dei veterani tedeschi. Che ora, finalmente, aprono i loro, di archivi.




Fonte: Ilmanifesto.it