Luglio 22, 2021
Da Fuochi Di Resistenza
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Sdraiata sul pavimento freddo, ascolto il mio respiro. Fuori passi e voci. Non registro. Respiro.Io ,Kaya e il signor Indy. Fa caldo e siamo stanchi.È pieno giorno, ma nell’aula, dentro a questa dimensione parallela, con cartine alle pareti e il pavimento svuotato dai banchi, aleggia una tregua. Intima, sconfina in abbandono e quando ad Indy suona il telefono è la Ragione ad abbandonarci e insieme a lei tutto il resto sfuma. Il fresco del pavimento,  il contatto soffice con Kaya, la sensazione di riposo.

 Come una visione, le immagini dei fumogeni sulla piazza, le divise, la pistola, l’estintore e il corpo riverso di Carlo ragazzo. La rabbia, le sirene, il coro che diventa canto e il raggio di sole che lo accompagna nel sottomondo. Il fremito della vita che fugge.Tutto questo irrompe e nulla è più come prima. Già niente in quei giorni era stato come me l’aspettavo. Dormire in un’aiuola, in compagnia di una tale conosciuta per caso a Berlino e poi rivista a Marassi. Perché mai, tra le migliaia? Ci sentivamo sette miliardi. Seguire il corteo-marea, per il diritto al migrare o al vivere in una terra giusta e vedere il mare, all’improvviso, brillante e consolatorio, un miraggio dal profumo intenso. Affamata desiderare una pizza, fatta  dagli Elfi, con forno a legna itinerante e ingredienti meravigliosi.

Ancora incontri casuali e finire alla scuola Pertini. Esausta attendere, sperando di vedere la fine delle violenze, della paura. Le onde di marea mi han lasciato sulla spiaggia-marciapiede, qua di fronte, tra una scuola e l’altra ad attendere un ingresso.

“Scusate compagni, non riesco quasi a muovermi.” Bologna a volte mi logora lentamente, poi mi lascia andare “ciancicante” e arruffata, ma solidale e convinta nel potere del popolo.

Dolorante vado e torno da Napoli, da Roma più volte, poi eccomi qua. Genova 2001. È dal ’98 che aspetto. E aspetto. “Fatemi entrare, che da qua non mi muovo. Kaya è paziente e io altrove non so stare.”Così dopo un po’ mi ritrovo dentro, poi al fresco di un’aula in penombra.

Ad aspettare l’ultima onda.

(Adarosa)

Quel 20 luglio ero a Genova. Arrivai mercoledì 18 e rimasi fino a domenica 22. Presi un permesso dalla fabbrica senza nemmeno chiederlo, lo comunicai al padrone e andai dove da militante comunista sentivo di dover essere. Era la prima volta che vedevo quella città e confesso che da allora il mio amore per lei non ha mai cessato di essere così sincero e profondo. Non ho mai smesso di amare quella gente; proletaria, diretta, irriverente e visceralmente solidale. Una città che anche in quei giorni così meravigliosi e tremendi, aldilà della propaganda falsa e ipocrita della stampa borghese, era dalla nostra parte. Con noi che a migliaia e poi a decine di migliaia e poi a centinaia di migliaia in quei giorni invademmo vichi e caruggi per dire No al G8 e a chi comanda questo schifo di mondo. Signore che aprivano i portoni di casa per soccorrere i manifestanti devastati da lacrimogeni e manganellate, famiglie che lanciavano acqua sui cortei per rinfrescarli in quel luglio torrido. La Genova dei camalli, del 1960 contro Tambroni e il congresso del MSI. Una Genova che sentivo tanto simile alla mia Emilia. Questa Genova che, unica in Italia, ha una targa dedicata ai 6 operai delle Fonderie di Modena morti ammazzati nel 1950 dalla polizia di Scelba in quella che fu la seconda strage di stato dell’Italia repubblic(hi)ana. 

Anche a #Genova il 20 luglio fu omicidio di stato. Fu una macelleria messicana studiata e premeditata nei minimi dettagli da Bolzaneto a piazza Alimonda come minuziosamente racconta il documentario/inchiesta “La Trappola” pubblicato dalla Famiglia di Carlo. Una mattanza le cui prove generali vennero tenute pochi mesi prima, nel marzo di quello stesso anno, a #Napoli. La borghesia ebbe paura in quel 2001. Paura per il fiorire di una nuova generazione di rivoluzionari. Di un movimento di massa giovanile, operaio e studentesco, che aveva il coraggio e l’irriverenza di gridare pur con tutta la sua confusione e le sue contraddizioni che “un altro mondo è possibile”. Paura che il mondo a cui quei giovani avrebbero finito per pensare e per cui avrebbero finito per lottare sarebbe stato senza di loro, senza più né ricchi né padroni. I borghesi dovevano assolutamente dare una lezione a questi sfacciati e maleducati mocciosi che avevano l’ardire di osare mettere in discussione il sistema capitalista. Una lezione che, come sempre da Bava Beccaris in poi, è stata vigliacca, truce e di sangue. 

Quando da bambino ascoltavo affascinato i racconti dei partigiani, tra cui i miei nonni, e li vedevo commuoversi rimanevo sempre molto colpito da quella loro reazione. Ne riuscivo a condividere le emozioni, le assimilavo ma per quanto mi immedesimassi in loro non avrei mai potuto capirle davvero. Ora invece sì.

È dal 20 luglio del 2001 che quando parlo del G8 di Genova non riesco a trattenere le emozioni e le lacrime. 

È da quel giorno che ho imparato sulla mia pelle cosa vuol dire essere partigiani.

(Paolo)



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Fonte: Fuochidiresistenza.noblogs.org