Luglio 24, 2021
Da Fuochi Di Resistenza
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VEDRAI BRUCIARE ANCORA LA RABBIA NEGLI OCCHI 

DI CHI NON VINCE MAI

UNITI PIU’ DI ALLORA .. 

DALLA STESSA PARTE CI RITROVERAI

Nel luglio 2001 festeggiavo la maturità.

La fine del liceo. L’estate più libera della mia vita…

Non ero così legata ad un gruppo politico per aggregarmi ai compagni diretti a Genova.

Così, seguivo dai giornali e dagli sms quelle giornate, in costume da bagno e dall’igloo in campeggio a Castiglione della Pescaia dove ci ubriacavamo di risate e leggerezza.

La notizia degli scontri e poi della morte di Carlo mi sconvolse.

Non capivo a dire il vero.

Era così piccola ancora.

Poi la Diaz. Il punto più basso. Di non ritorno. 

Da lì in poi ho cominciato a conoscere l’appartenenza, la rabbia, la solidarietà tra compagni, la militanza, e pure l’odio. 

So che per moltissimi Genova ha significato l’abbandono della piazza. Per sempre.

O il rifiuto della violenza, senza distinguo.

A me ha segnato troppo a lungo non esserci stata.

Ogni volta, ero quella che non c’era stata. Non così giovane per esserne esclusa anagraficamente e non così adulta da doverci essere per forza.

Quell’ibrido che mi insegue da allora.

Eppure Genova è stata fondamentale per la mia storia.

Ha scritto cosa avrei fatto e con chi e come.

Ho ascoltato le parole di Marina, in un campo sperduto nella bassa cremasca, e quelle di chiunque avesse fiato per raccontare in lunghe nottate.

Le porto con me. Come se avessi vissuto quelle giornate con i loro occhi gonfi di lacrime miste di rabbia e gas lacrimogeni.

“Lettera a Genova” è il pezzo che ho ascoltato e urlato di più nella mia vita.

Non so se Carlo ci guarda. 

Nel caso, forse ritrova la rabbia nei nostri occhi, di certo non ci vede uniti e dalla stessa parte.

Questo di Genova fa male.

Hanno vinto i potenti ed oppressori.

Perchè dopo, tutto è andato in mille pezzi.

Questo mi hanno ripetuto da allora.

E non abbiamo trovato il modo per ricompattarci. 

Per questo brucia ancora così la ferita di Genova.

Per questo un altro mondo possibile è ancora il “sogno che aspetta di farsi inseguire”.

(Susy)

20 LUGLIO 2001

Rievocare il controvertice di Genova a distanza di 20 anni significa ripescare pezzi di autenticità storica, sommersi dall’oblio di una narrazione spogliata da reminiscenze scomode. Un appuntamento come altri nella storia delle contestazioni al potere costituito, eppure isolato e disgiunto dalla stessa, intrappolato nella psicosi collettiva per il rischio che si è corso e per quello che ancora si potrebbe correre in una situazione analoga, con un apparato poliziesco sfrontatamente repressivo che in quell’occasione venne aizzato ferocemente contro i manifestanti dallo stato italiano per proteggere i personaggi politici più influenti al mondo. La mobilitazione politica di Genova nel 2001 fu preceduta da lunghi preparativi come si conviene ad ogni avvenimento di portata internazionale. Un investimento sul breve tempo, come se tutte le contraddizioni sociali e i temi del conflitto ancora attuali, si risolvessero nell’immediato di una messa in scena. Invece no, Genova crea ancora sconcerto e deve fare i conti con la storia orale ovvero, una narrazione orizzontale di una azione politica collettiva e momentanea ma dilatata nello spazio/tempo della repressione. Nel mio caso; fui fino all’ultimo momento profondamente incerta se partecipare o meno al controvertice. Erano molte le perplessità e le critiche che si sollevavano nel dibattito in corso per come cominciava a configurarsi la mobilitazione nella fase organizzativa. Critiche che si condividevano tra molti compagni, giudicando l’iniziativa politica in parte insidiosa (si prefigurava un’imponente presenza della forza dell’ordine) e in parte carnevalesca dato il carattere spettacolare che assumeva attraverso la rappresentazione simbolica dell’assalto alla zona rossa.  La delimitazione del territorio e l’impiego di numerose forze di sicurezza evocavano invece una trappola. Seguendo passo dopo passo la concertazione tra stato e promotori ufficiali o ufficializzati del controvertice, si scopriva la strategia di confinamento della contestazione in un un’area delimitata e militarizzata della città. I toni propagandistici della stampa si facevano sempre più incalzanti e minacciosi con l’avvicinarsi della data del grande evento. Nessuno avrebbe dovuto osare sconfinare dallo spazio ristretto e trasgredire le misure emergenziali a tutela dell’ordine mondiale capitalista. Tuttavia, mi convinsi a partecipare. L’animo militante prevalse sui dubbi, della serie; con tutto il parlare che si fece sul significato di tale scadenza, bisognava esserne testimone.  In realtà nonostante la militarizzazione della città il clima che si respirava tra i numerosi attivisti era avvincente. Si percepiva un senso di determinazione rispetto al proprio “esserci” nonché una sorta di tensione mitigata da una dimensione gioiosa, dovuta alla consapevolezza di dovere resistere alla perniciosa presenza del braccio armato dello stato. Il venerdì 20 luglio la tensione si alzò e si fece dirompente, fino a determinare e a estendere sull’intera zona gialla azioni di guerriglia urbana. Per opporsi al divieto di manifestare al di fuori della piazza tematica (modalità imposta per motivi di sicurezza) si costituirono cortei spontanei, che conquistando le strade, agivano un conflitto come espressione dell’opposizione al capitalismo neoliberista. In realtà, non possiamo affermare che le numerose persone che si unirono alla protesta senza fare parte di nessuna organizzazione politica antagonista si riconoscessero nei medesimi intenti ideologici; potevano essere molteplici le ragioni per protestare nelle vie di Genova in quei giorni, tra cui lo stato di polizia che il governo aveva instaurato nel capoluogo ligure da diverso tempo.  Qualcuno addirittura si trovò a passare per caso di lì e lanciò un sasso alla polizia; immortalato dalle telecamere fu pure inquisito.  D’altronde, un’ingiustizia subita può essere un invito a unirsi alla rivolta. La conclusione della battaglia ebbe un esito funesto. L’uccisione di Carlo, colpito da un proiettile sparato da un carabiniere, cancellò ogni residuo di gioia. Per le strade ci fu una vera e propria rappresaglia, numerosi compagne e compagni furono arrestati. I campeggi e tutti gli altri luoghi che ospitavano i manifestanti vennero invasi da polizia e carabinieri. Più la repressione cresceva più si declinava in vendetta nei confronti dei malcapitati che incappavano nelle grinfie della forza pubblica. Genova inaugurerà una nuova stagione repressiva intensificando sia con l’uso del Codice penale e della consueta violenza poliziesca che con la riduzione dell’agibilità politica nello spazio pubblico, la criminalizzazione delle lotte sociali. Viceversa, il dibattito politico che ebbe origine dalle considerazioni emerse sulla gestione della piazza durante le giornate del controvertice, ebbe come conseguenza la divisione del movimento di opposizione sociale in “buoni e cattivi”. Una sterile polemica priva di rilevanza analitica, servita unicamente a creare categorie identitarie e molta confusione politica.                                     

( Marina)



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Fonte: Fuochidiresistenza.noblogs.org