Luglio 24, 2021
Da Fuochi Di Resistenza
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 Il 2 marzo 2001 ero in piazza e in Corsetto S.Agata. Ero in licenza stavo svolgendo il servizio militare. Erano giorni di fermento, a settembre del 2000 c’era stata Praga a Brescia, nello stesso anno iniziava la lotta dei migranti, il movimento no global si stava articolando, non c’era week end che non prevedesse assemblee o manifestazioni, anche sul fronte dell’antifascismo ci si muoveva,  mi ricordo di due manifestazioni antifa annullate causa ordine pubblico, una a Salò per l’apertura di Caffè Nero e una a Verona.

Ordine pubblico era la parola chiave. Quel pomeriggio pioveva, andai a fare un giro nella piazza leghista in stazione: pochi manifestanti, sbirri rilassati finché non ci hanno riconosciuto. Arrivato in piazza Loggia la situazione era surreale. Il camion del Magazzino con la Rete Antirazzista per sbarrare la strada ai leghisti, i compagni con le armature e i caschi, gli scudi. La CGIL, che ha fatto un presidio statico come annunciato, quando la polizia ha attaccato ci ha guardato massacrare senza muovere un dito. Eravamo isolati, tutta la zona da largo Formentone a Zanardelli e dintorni era vuota. Il corteo parte e come sempre la tensione sale. In Corsetto S. Agata avanziamo, gli sbirri sono in fondo all’altezza della chiesa. C’è il primo contatto. Noi che spingiamo e loro che manganellano. La terra di Nessuno. La seconda carica praticamente a freddo. L’assalto lo sfondamento gli scontri e poi l’urto da dietro. Al momento pensavo che i compagni fossero impazziti poi ho capito che ci stavano caricando alle spalle. Manlio sanguinante davanti a Ken Damy.Gli arresti. L’auto della locale distrutta. La rabbia e lo stupore.

Finiamo al Tg 2 e in città scoppiarono forti polemiche. Una volta ho scritto che abbiamo sottovaluttato i sintomi e il 2 marzo è stato sottovalutazione degli effetti futuri. Per me, che ho un’esperienza da stadio, la violenza delle cariche non mi ha stupito più di tanto dalla metà anni ’90, negli stadi gli sbirri si stavano allenando, diciamo da dopo la spedizione neofascista a Brescia in occasione di Brescia-Roma del novembre ‘94 e l’omicidio di Spagna a Genova in occassione di Genoa-Milan del gennaio ‘95. Da li in poi la gestione dello stadio cambiò, aumentò la militarizzazione e le cariche non eraano più volte a disperdere o sedare gli scontri, ma a far male il più male possibile. Mi viene in mente un burrascoso Brescia-Fiorentina del ’98, quando massacrarono di botte un ragazzo in una zona lontano dagli incidenti.

Abbiamo sottovalutato i sintomi, anche perché artatamente i media mainstream hanno nascosto la verità delle cariche alle spalle, delle piazze chiuse dalle guardie senza via d’uscita, della caserma Raniero, triste preludio di Bolzaneto (solo Derive Approdi dedicò un libro dedicato a Napoli). Siamo caduti nella trappola e ce ne siamo accorti a Genova, dove non si sono fermati nemmeno dopo un ragazzo assassinato, anzi forse le cariche del sabato furono anche peggio di quelle di venerdì.

Abbiamo fatto controinformazione, ma non abbiamo capito la logica di annientamento totale che accompagna l’ordine pubblico, perché di annientamento si parla,  non è più solo repressione quella che viaviamo; penso al movimento No Tav e più in generale alla repressione anche preventiva contro tutte le lotte sociali.

(Marco)

Stralci di pensiero militanti sul G8 di Genova del 2001

Io purtroppo, per una questione anagrafica, non ero presente alle manifestazioni del G8 di Genova nel 2001. Avevo un anno e mezzo, ma l’ho vissuto attraverso i racconti di moltissimi compagni che mi hanno spiegavano come l’allora Ministro degli Interni Gianfranco Fini, una settimana prima dei fatti, aveva allertato tutti i tribunali e i pronto-soccorso in vista di quella che passerà alla storia come la “macelleria messicana”.

Io ho vissuto gli scontri del G8 attraverso i documentari, i film, i servizi, le menzogne che si sono dette sul mainstream per ben vent’anni, ma soprattutto attraverso i racconti di compagni che hanno vissuto quegli scontri e che spesso l’hanno descritto come “il momento più brutto e terrificante della loro vita”.

Ciò che mi ha sempre colpito dai loro racconti è il fatto di non riuscirsi a dare una spiegazione di quello che è successo, raccontando come se fosse successo qualcosa di assurdo e di non spiegabile in termini razionali. C’erano compagni, militanti, gente della società civile, papà con bambini sulle spalle, esponenti del mondo cattolico progressista e pacifista come Pax Christi, frati e suore “anti-globalizzazione” (come li/le chiamava Monicelli) che portavano la voce dal Sud del Mondo e che vennero, anch’essi, massacrati di botte dalla polizia.

Quando cerco di parlare con loro del G8 sembra di aprire una piaga, più che una ferita.

Molti compagni provenienti da tutta Italia, dopo i racconti di altri compagni presenti nei primi giorni degli scontri, si erano muniti di caschi, maschere e limoni per proteggersi un minimo dalle eventuali botte e lacrimogeni, anche se non bastarono: i gas erano molto più potenti, procuravano fortissimi conati di vomito, ed impedivano qualsiasi istinto di tenere aperti gli occhi e di tirar un respiro di sollievo. A Genova c’era il popolo che richiedeva un nuovo mondo, non quello dei padroni, della finanza, della globalizzazione neoliberista e del suo sfruttamento su larga scala. Il grido dei manifestanti contro i signori del G8 era semplice: il vostro non è l’unico modo possibile.

La polizia che circondava appositamente i manifestanti, li incanalava e gli tendeva trappole, come fu la stessa trappola avvenuta a Piazza Alimonda. Manifestanti che, dalla disperazione, urlavano alle abitazioni di gettare acqua fresca dalle finestre perché la miscellanea tra caldo estivo, agitazione e fumi tossici rendeva veramente invivibile la situazione. I giovani che dopo ore di scontri, botte, accerchiamenti e manganellate cercavano di scappare, ma venivano fermati nelle vie laterali e massacrati di botte. Passando per le strade di Genova, in quei giorni, si vedevano pezzi di magliette strappate e il sangue scorrere verso i tombini. La sensazione era quella di sentirsi l’Armata Brancaleone, attaccati e indifesi; il tutto per la colpa di dissentire dalle logiche del nuovo capitalismo che i potenti della Terra stavano decidendo.

Per non parlare poi del ruolo di sbirri e militanti neonazisti infiltrati nei cortei e nei “black bloc”. Non a caso, questi uomini vestiti di nero che facevano casino non vennero massacrati di botte come chi manifestava senza spaccare niente. Spesso addirittura veniva loro lasciato spazio d’agire. Alcuni mi hanno raccontato di aver visto con i propri occhi gente in pantaloni di tela (stereotipo del “militante no-global”) che, durante il corteo dei centri sociali partito dallo Stadio Carlini, si toglieva i giubbotti in pelle con i distintivi della polizia e si metteva le magliette di Che Guevara, o viceversa. Erano gli stessi che, da dentro il corteo, quando gli sbirri avanzavano per caricare, iniziavano a spintonare e creare caos alzando sempre di più il grado di agitazione.

A me tutto questo stupisce e soffoca allo stesso tempo ogni volta che lo sento raccontare, persino quando sono io a parlarne. Ciò che mi ha colpito e che continua a colpirmi è la sistematizzazione della repressione. Mi sembra sempre un film fanta-horror ma che, al contrario, è molto reale ed ha segnato tantissime generazioni.

Mi colpisce come quella vera sinistra, quella anticapitalista, quella no-global, quella dei centri sociali, quella dei movimenti e sindacati di base e “per un altro mondo possibile” fosse in piazza per dire la propria in modo pacifico e venne massacrata di botte. Quelle masse oceaniche furono le stesse che, in molti casi, in piazza non ci sono più tornati al solo pensiero di quello che avevano vissuto. Con quei crimini lo Stato e i poteri forti hanno voluto e programmato l’atrofizzazione delle masse, dando un segnale chiaro e tondo alla popolazione: non ribellatevi perché questo è il rischio che si corre. Il mio senso di rabbia e voglia di giustizia credo che nasca anche da questi fatti raccontati.

In questi anni hanno cercato di spegnerci e, in parte, ci sono riusciti, ma oggi bisogna riattivare quella lotta di classe, vinta per ora dalle forze del capitalismo globale, perché non possiamo cedere all’idea che sia solamente il loro il “mondo migliore”.

(Lorenzo)



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Fonte: Fuochidiresistenza.noblogs.org