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Le giornate contro il G8 rivissute, attraverso interviste e testimonianze di “nuove e giovani voci”, da una ragazza che durante mobilitazioni del 2001 aveva quattro anni. In pagina: foto di Luciano Nadalini.

20 Luglio 2021 – 11:46

di Claudia

Erano giornate molto afose quelle del mese di luglio di quell’anno orribile e straordinario al tempo stesso. Mia madre aveva deciso di portarmi nel week-end fuori città, per andare al mare. Non potevo avere minimamente idea di quello che a Genova stava per succedere. Non sapevo della dichiarazione
di guerra ai grandi otto del mondo né come i movimenti si sono organizzati nel preparare le giornate di mobilitazione contro il G8. Il resto è storia: sono passati vent’anni e dopo i racconti di mia madre, adesso noi giovani attiviste e attivisti cerchiamo di rivivere quelle giornate di fuoco attraverso le parole e i ricordi indelebili di quelli che ci sono passati, che il 19, il 20 e il 21 luglio le strade e le piazze di Genova le attraversarono insieme.

Nel capoluogo ligure arrivarono in 300.000 per dire no alla globalizzazione neoliberista, contro la privatizzazione dei beni comuni, per generalizzare i diritti, per rivendicare la libera circolazione delle persone contro chi aveva imposto quella delle merci e, al tempo stesso, aveva innalzato muri e fili spinati per impedire l’arrivo dei migranti dal sud del mondo. Non ci fu nessuna interlocuzione sulle istanze poste dalle tante anime del movimento no global: lo Stato e i vertici dei G8 decisero, con ogni mezzo, di reprimere e bloccare l’avanzata di quella moltitudine in opposizione. Ci furono cariche violentissime degli uomini in divisa, migliaia di lacrimogeni vennero lanciati da tutte le parti per intossicare chi manifestava. Pestaggi, aggressioni, l’assassinio di un ragazzo, Carlo Giuliani, il massacro alla scuola Diaz, gli arresti e le torture alla caserma di Bolzaneto.

La vita di Carlo la strapparono a tutte e tutti noi, ci lasciarono la rabbia e la voglia ostinata di continuare a lottare. Non spegni il sole solo perché chiudi gli occhi, gli occhi noi li abbiamo ben aperti e il sole brilla ancora. Chi, come me, vent’anni fa non aveva l’età per poterlo conoscerlo, in questi anni ha avuto la possibilità e le occasioni per non dimenticarlo. Oggi sono passati vent’anni, non c’è alcun rimorso ma ancora non c’è stata giustizia. Se i racconti di quelle giornate riescono a penetrare in profondità e a marcare chi lì – a Genova – non ci è potuto essere, solo il dolore, la rabbia e la gioia che si leggono negli occhi di chi ce li racconta possono provare a spiegare i lividi che rimangono scalfiti nell’anima.

Sono passati vent’anni e l’Impero a cui le tute bianche dalla periferia avevano mosso guerra, ora sembra essere diventato un corpo molteplice costellato da numerose periferie. Il lavoro di fino che in questi anni ha condotto ci ha portato a non avere più un’organizzazione ampia, un complessivo movimento di portata globale che dalle periferie possa resistere alla sempre più violenta avanzata neoliberista. Sono passati vent’anni e la necessità di quella marea determinata che ha inondato le strade e le piazze di Genova oggi è forse ancor più forte. Una marea difficile da costruire, anche se la potenza del movimento trans-femminista transnazionale o l’immediata propagazione del movimento Black Lives Matter nel 2020 in risposta al razzismo e la sistematica violenza poliziesca sono l’esempio di quanto sia possibile e necessaria.

Sono passati vent’anni e il mondo è ancora più globalizzato di quanto nel 2001 si potesse solo immaginare. Sconfiggere la globalizzazione è più che allora battaglia tormentata, tuttavia vi sono nuove forme di lotta radicale al capitalismo. La sempre più esponenziale crescita del movimento ambientalista ed ecologista – che fa coincidere lotta per la giustizia sociale e lotta per la salvaguardia del pianeta – pone delle reali riflessioni e forme di resistenza e conflitto contro le profonde ferite inflitte dal capitalismo alla nostra vita e a quella degli ecosistemi. Sono passati vent’anni e sta a noi giovani – che di questi racconti e memorie ci nutriamo – cercare di capire più a fondo e trovare una nuova strategia per mettere le basi per un nuovo e tanto sperato movimento glocale, che possa unire il movimento trans-femminista ai sindacati di base, la lotta delle e dei migranti ai collettivi studenteschi universitari e così via. Ormai la globalizzazione non è più un mostro che sta avanzando, è qualcosa che permea totalmente la nostra esistenza e che ha la forza di scendere sempre più in profondità.

A vent’anni da Genova ci troviamo immersi/e in una sindemia, che già da tempo sta mettendo in luce ed incrementando le diseguaglianze, che ha portato a una crisi sociale forse mai vista prima e che, nei prossimi anni, ci farà sprofondare in una crisi economica di difficile restaurazione. Organismi come il Wto, la banca Mondiale e Il Fondo Monetario Internazionale a queste “precarietà” rispondono affidando la supremazia economica e politica alle grandi multinazionali; con il sempre più accentuato sfruttamento sul lavoro; con la devastazione dei territori e dei popoli originari che li vivono; con politiche sempre più neoliberiste, con lo scopo di privatizzare e lasciare accessibili sempre a meno persone beni comuni come l’istruzione, la salute e l’acqua; con i respingimenti e con le continue torture che i migranti e le migranti devono subire ogni giorno sui loro percorsi e sulle linee di frontiera; con il razzismo e la criminalizzazione di chi lotta per i propri diritti e per la libertà; con il rendere invisibili e marginalizzate lei donne e le diverse soggettività nel mondo del lavoro, domestico e sociale.

In conclusione, anche se ogni periferia “riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”, che tutte e tutti i “sognatori, poveri e bambini, indios del mondo, donne e uomini, gay, lesbiche e trans, artisti e operai, giovani e anziani, bianchi, neri, gialli e rossi” di tutte le periferie continuino a scrivere un mondo diverso nella prospettiva di una lotta necessaria ai potenti del mondo. Finché non ci sarà giustizia… per Carlo e per tutte e tutti quelli che rimangono davanti, fino alla fine.

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Voci dal cordone

Passati vent’anni dalla potenza del movimento no global, le organizzazioni e le strutture politiche resistono e si reinventano con il cambiare dei tempi. Nuove e giovani voci inondano il nostro spaccato di mondo, voci che hanno deciso di mettere quotidianamente in discussione l’esistente anche perché figlie di altre che il movimento no global, Seattle, Praga, Genova li hanno costruiti, ne hanno fatto bagaglio e insegnamento politici. L’idea è proprio quella di far emergere le nuove voci che dai cordoni del 2021 possano provare a raccontare cosa di quel “lontano” movimento è rimasto e cosa portiamo con noi negli attuali ragionamenti e pratiche. Qui intervistiamo Luca e Alessia di Làbas e Tpo e Isabella e Federico del Cua e di Crash, di Bologna.

Ciao, il ricordo di quei giorni e del movimento no global, cosa vi smuove e come vi spinge ogni giorno nella crescita politica prima collettiva e poi personale? Cosa rimane di Genova oggi nei giovani compagnə?

Luca: ciao, a mio parere per i giovani compagnə di Genova rimane chi c’è stato, chi ha partecipato e chi ha organizzato le proteste contro il G8, in fondo non è passata un’era. Rimane chi ci scrive, chi cerca di reinterpretare le parole di vent’anni fa in chiave attuale. Di Genova rimane l’anticapitalismo, la volontà e il desiderio di incidere su chi prende le decisioni e anche di prenderle, in altre forme. Rimane il rivendicare un altro modello di globalizzazione, vent’anni fa la chiamavano globalizzazione dal basso. Ad esempio, la locuzione “dal basso” la si sente ancora in assemblea e la si cerca ancora di costruire nella pratica. E rimane la necessità di contestare un modello economico e sociale escludente e marginalizzante nelle sue nuove forme e che si ricostruirà negli anni dopo covid. Ciò che mi smuove a crescere politicamente è pensare che niente sia finito, né dal punto di vista dei “grandi del pianeta” né dal punto di vista dell’altro 99%, e che anzi, tutto si stia ricostruendo in un suo continuo mutare, a partire dalle forme di sfruttamento sino alle forme di radicalità politica. Se ogni generazione ha una sua rivoluzione penso che la nostra la si debba ancora trovare ma che si possa farlo, innanzitutto imparando da teorie e pratiche politiche come quelle di Genova 2001.

Isabella: ciao, molto personalmente – per iniziare – il G8 di Genova è in particolare la vita e la morte di Carlo. Ciò è sicuramente un motivo per cui ho capito nel tempo che sarei stata una militante nella vita. Se e quando penso a quelle giornate le penso più in un’ottica soggettiva, anche prima di conoscerne veramente le dinamiche a me ha smosso sempre qualcosa anche di prepolitico. Cercare di dare un senso alle immagini del corpo di Carlo Giuliani – da giovane non ci riuscivo – è stata la scintilla che mi ha sempre spinto nella militanza. Ad ognunə rimane qualcosa di diverso, a me l’idea di fiducia che qualcosa di immenso si possa fare e la consapevolezza di dover sempre fare meglio.

Alessia: buongiorno! Nel 2001 avevo quattro anni, ma il ricordo di quelle lontane giornate vive oggi in tuttə noi più giovani che non c’eravamo, trasmesso da chi lì effettivamente ci è statə e che ha permesso che il movimento no global diventasse davvero “globale”, portando avanti la chiara idea – che già in quegli anni avevamo – su come il mondo dovesse effettivamente essere. Oggi, avendo l’esperienza dei compagni e le compagne che scesero in piazza contro l’oligarchia degli otto mi riempie il cuore di rabbia. Perché? Perché a Genova è stato ucciso un ragazzo e sono state torturate delle persone da qualcuno che normalmente la vita la dovrebbe tutelare, tutto nel nome della violenza ingiustificata, cieca ed egoistica. Un sacrificio sull’altare del profitto. Cos’è cambiato? Niente, anzi forse la situazione dopo vent’anni è anche peggiorata, e se dico questura di Piacenza o carcere di Santa Maria Capua Vetere, Modena o Bologna credo di non dire nulla di non noto.

Federico: ciao, di Genova e del G8 credo che si debba partire non definendo quel periodo ricordo, ma memoria storica, di lotta e resistenza. Per chi partecipò a Genova nel 2001, il solo nominare quelle giornate fa partire di default una pellicola nei cuori e nelle menti. A me fa apparire un’immagine statica e fissa rispetto alle scelte che giorno per giorno nella mia vita di militanza politica rinnovo. Tramite la memoria collettiva, i libri, i video ho scoperto la ferocia e la determinazione che vi era in quel periodo. Quegli eventi non mi fanno rivivere un qualcosa di reale, ma un qualcosa che sono parte di un sentiero e di una traccia che spero di coltivare e che spero sia anche la mia per le necessarie letture critiche del presente e di contrasto a quelle forme di mondo che si sono espresse nei saloni di Genova e del summit che ospitava.

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La seconda parte di “Voci dal cordone”, prova ad avere uno slancio verso il futuro, a far camminare la riflessione nella rilettura del movimento in chiave propositiva con lo sguardo ai tempi di attuali e futuri.

Cosa c’è da imparare, come ripensare ciò che è stato in un mondo che – dopo vent’anni – è permeato in ogni sua articolazione dalla globalizzazione. Sicuramente le nuove voci possono e devono aiutare in questa lettura, hanno il compito di aiutarsi tra loro e aiutare anche chi non ha più la forza per cercare di comprendere e influenzare la società di oggi, in ottica di un domani diverso. Intervistiamo lə stessə compagnə della prima puntata, perché è giusto provare a dare continuità alla riflessione e per capire – anche quando i ragionamenti sembrano diversi – dove sono i punti di sinergia e di possibile costruzione.

Cosa dobbiamo imparare per il futuro dal movimento che si riversò a Genova? Come rileggerlo e ripensarlo dopo vent’anni in un mondo ancora più globalizzato?

Luca: da un dibattito che ho seguito in cui si parlava, anche e non solo, di Genova 2001, mi è rimasto soprattutto il fatto che le migliaia di persone che si sono riversate a Genova il 19-20-21 luglio del 2001 si conoscevano già. Si conoscevano perché si parlavano e vedevano da tempo: “Anche se si è diversi, si possono trovare elementi di convergenza pur rimanendo chi si è” è la frase detta da una compagna “storica” a cui ho pensato parecchio nei giorni a seguire. Mi ha dato da pensare perché una critica ormai classica alla sinistra è quella di essere troppo settoriale e frazionista. Se devo rileggere e ripensare il movimento che si riversò a Genova penso in particolare alla capacità di portare nelle strade una grande quantità di gente tutta legata da un filo comune sebbene le identità politiche, nonché le pratiche, fossero ben differenti. E penso anche che fosse una grande risposta ad un primo tentativo di atomizzare la società. Ecco, dopo vent’anni penso che un filo comune che ci leghi contro un modello economico negativo esista ancora, nonostante sussistano ancora diversità di vedute, teorie e pratiche, e nonostante un mondo ancora più economicamente globalizzato, ancora più atomizzante e ancora più difficile da comprendere.

Isabella: appena è scoppiata la pandemia ho pensato subito a Genova, a quella frase che risuona spesso nei discorsi, nelle parole di Adelaide, madre di Carlo. Avevamo ragione NOI. Per me, la conferma che la nocività, l’aggressività, la sete di potere che esiste in questo mondo e contro cui si scagliarono a Genova in centinaia di migliaia mi fa pensare che questa è stata la conferma che la terra, le periferie hanno urlato al mondo, al passato ma anche al futuro. Noi dovremmo riuscire a fare meglio, riuscire a costruire delle mobilitazioni in cui non vi siano delle divisioni tra i buoni e i cattivi anche al nostro interno. La divisione tra brava o cattiva compagna, perché decide di attuare una pratica piuttosto che un’altra. Genova questo ci insegna, politicizzare anche le pratiche più violente che si danno nei momenti di conflitto è qualcosa che andrebbe riconsiderato anche oggi.

Alessia: che cosa ho imparato? Ancora molto poco, ma ho capito che ci si può fare qualcosa con questa rabbia, la si può catalizzare, collettivizzare e utilizzare. Ed è la maniera migliore di farla funzionare, sommare la mia rabbia con la tua e con quella di chiunque provi questi stessi sentimenti. La condivisione dei saperi all’interno della comunità politica permette di raggiungere un’orizzontalità tra le parti tale da far crescere esponenzialmente questa rabbia, in maniera costruttiva. È necessario conoscere a fondo il passato per avere sempre gli occhi e la mente al futuro, con un piede nel presente.

Federico: probabilmente Genova – per non renderla memoria sterile – deve essere superata, anche per i limiti che il movimento ha dimostrato di avere, nonostante la determinazione. Il limite di non essersi riusciti ad auto-narrarsi, ma di lasciarsi alla fine raccontare dall’altra parte – di cui conosciamo gli scempi di mediatizzazione dei fatti – è stato un elemento grave. Da Genova si deve imparare, andando oltre e non ripetendo questi sbagli. Al di là di tutto, sarebbe stato, sarà ed è necessaria una compattezza nel “movimento”, una compattezza nel saper riconoscere ed accettare pratiche diverse dalle proprie. Oggi viviamo nell’epoca del capitalismo 4.0 – caratterizzato dall’avanzamento della globalizzazione – amplificato anche dalla pandemia e dal Recovery fund, credo che però il dato alla mano ce lo diano le contestazioni della scorsa settimana a Venezia rispetto ad una delle prime tappe del G20 che ospiterà l’Italia e ce lo continueranno a dare le prossime contestazioni. Il tema vero, il filo rosso che si può trovare a distanza di vent’anni è quello della decisionalità. Su ogni tema, sui territori, sulla propria esistenza, dall’economia al sociale, dalla possibilità di accesso ai servizi o di accesso alla vita (biologica, emotiva e nel sociale). Credo che il grande convitato di pietra – la decisionalità – non sia mai mutato, né come pretesa da parte nostra e né come negazione da parte loro. Davanti a noi abbiamo una partita tutta da giocare e da vincere.




Fonte: Zic.it