Marzo 26, 2022
Da Il Manifesto
191 visualizzazioni

Dal 2005 sulla banconota da cinque Lei romeni, l’equivalente di un euro circa, campeggia il volto malinconico di George Enescu, un simbolo dell’identità nazionale, e per i violinisti una leggenda, non fosse altro perché tra i suoi allievi figurano i campioni del violino novecentesco come Yehudi Menuhin, Chistian Ferras, Arthur Grumiaux, Ida Haendel.

Paradossalmente, Enescu detestava insegnare, e preferiva chiamare gli allievi «giovani colleghi» e sé stesso un «camarade plus agé», guardandosi bene dal somministrare ricette virtuosistiche per concentrarsi esclusivamente sul significato artistico della musica.

Le sue lezioni, di cui purtroppo non rimane traccia, a differenza di quelle del suo fraterno amico e antico compagno di studi al Conservatorio di Parigi Alfred Cortot, si svolgevano sempre allo stesso modo, con Enescu seduto al pianoforte pronto ad accompagnare a memoria il violinista di turno, qualunque pezzo avesse deciso di eseguire, a dimostrazione dell’incredibile memoria e conoscenza del suo repertorio.

Ancor più paradossale è che Enescu, uno dei più grandi violinisti della storia, nutrisse un sentimento di insofferenza, rasente il disprezzo, per il suo strumento, benché fosse stato il violino a sottrarlo alla vita da contadino e a proiettarlo in una dimensione internazionale, prima a Vienna e poi a Parigi, regalandogli immense gioie e molteplici onori.

L’altra faccia della medaglia, però, era che il violino, il suo «tormento quotidiano», toglieva a Enescu il tempo da dedicare alla composizione, suo unico e inestinguibile desiderio, quasi un’ossessione. Il compositore soffriva dell’eccessiva attenzione prestata al virtuoso, un disagio provato prima di lui da altri giganti della musica, come Liszt e Mahler, ricercati e acclamati più per le loro doti di interpreti che per i frutti della loro creatività. I mémoires di Enescu, nati nel 1951 in occasione di un ciclo di interviste radiofoniche e pubblicati da Bernard Gavoty con il titolo Les souvenirs de George Enescu nel 1955, l’anno della scomparsa del musicista, rivelano la personalità umile e appassionata di un artista votato alla musica in maniera ascetica, specie negli ultimi anni, vissuti nel ritiro monacale del piccolo appartamento di Rue de Clichy, nella capitale francese.

«Io che ero così sensibile a tutto ciò che l’universo mi mandava di imprevisto, di potente, di colorato – confessa Enescu – non desidero altro che una cosa sola al mondo: trascrivere fino alla mia ultima ora ciò che freme dentro di me, trarre fino all’ultima goccia il succo di quel frutto selvaggio che gli anni hanno fatto maturare in me. Finché vivrò voglio cantare. Sogno tutto il tempo, ascolto senza capire, evado da me per comporre».

La prima traduzione italiana del libro di Gavoty, curata con amorosa simpatia da un giovane studioso devoto alla musica apparentemente antiquata di Enescu, Michele Russo – I ricordi di George Enescu (Libreria Musicale Italiana, pp. 107 €18,00), permette di entrare nell’onirico palazzo sonoro abitato dal violinista compositore, diffidente verso le parole quanto lo erano stati Mendelssohn e Chopin prima di lui, in soggezione solo di fronte a Wagner e fedele agli amici di gioventù, come Paul Dukas e Emile Vuillermoz, entrambi allievi come lui di Gabriel Fauré.

La vita di Enescu è stata, fin da bambino, una girandola di nomi, di viaggi, di aneddoti, di personaggi, in un’altalena di fortune determinata da due guerre mondiali, crisi economiche, rivoluzioni politiche che l’hanno portato di volta in volta sugli altari e nella polvere, il tutto raccontato con sprezzatura e distacco, come stesse parlando di qualcuno conosciuto per caso. La musica è stata la stella polare di questo lungo cammino, iniziato in uno sperduto villaggio della pianura moldava, e concluso nel cuore di Parigi, una strada percorsa sempre da Enescu con il medesimo stato d’animo di Ruy Blas al cospetto della Regina, «ver de terre amoureux d’une étoile».




Fonte: Ilmanifesto.it