Novembre 28, 2021
Da Il Manifesto
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La storia del rapporto musicale tra Africa e America è un biglietto di andata e ritorno con continue inversioni di marcia. Negli anni Novanta il ritorno del blues alle radici africane ha portato a folate modaiole come quella che ha rivelato il maliano Ali Farka Touré, una sorta di gemello stilistico (lontano migliaia di chilometri) di John Lee Hooker, nello stesso periodo in cui questi tornava ottantenne a mietere Grammy. Mississippi Blues (1984) di Bertrand Tavernier aveva già esplorato i luoghi del blues fino a risalire al suono ancestrale di fiffaro e percussioni (fife and drum). Una musica che sarebbe rispuntata nel Martin Scorsese di Gangs of New York (2002) dove l’ottavino strozzato di Otha Turner su Shimmy She Wobble avrebbe più facilmente evocato l’immagine di William Cutting detto Bill il Macellaio mentre sgozza qualcuno piuttosto che un bucolico legame con l’Africa. Il ritorno alle radici portò poi Scorsese a girare Dal Mali al Mississippi (2003), documentario che accosta i due stati sul filo del blues e l’americano Corey Harris ai mailani Ali Farka Touré e Salif Keita.

CHIUDERE IL CERCHIO
Forse questa ricerca delle origini del blues – nel Mali o altrove, poco importa – discende dalla smisurata violenza che caratterizzò la tratta degli schiavi dall’Africa al Nuovo Mondo; magari etnomusicologi e registi (bianchi e occidentali) vanno alla ricerca della purezza primigenia per espiare le colpe degli antenati. La diaspora provocata dalla tratta ha diffuso in America le tradizioni africane e ha influito in modo determinante sullo sviluppo della musica leggera occidentale, chiudendo il cerchio nel continente africano come «influenza di ritorno». I musicisti africani suonano in patria idiomi «stranieri» che poi spesso riesportano per fame motivi politici. Molti musicisti africani nel Novecento sono migrati in America in cerca di sicurezza economica, libertà e di una identità che si è spesso riflessa in uno specchio con i contorni di Sartre e Fanon. La black music americana ha stimolato l’emergere di una coscienza musicale africana. «Ci vergognammo di indossare i nostri abiti tradizionali finché non vedemmo gli afroamericani in dashiki nella 125esima strada», spiegò Fela Kuti di ritorno dagli Usa. Il termine afrobeat che marcava la differenza dal funk venne in mente a Fela durante l’esilio ad Accra, in Ghana. I musicisti afroamericani come Max Roach, Art Blakey o Randy Weston e tanti dopo di loro hanno promosso riletture freudiane e considerato l’Africa alla stregua di una terra promessa dopo la cattività egiziana, una madre-placenta alla quale fare (musicalmente) ritorno. Il jazz, il pop e ogni altro genere in Africa diventa per necessità cosmopolita: traduce e tradisce musica. Così dall’Africa arrivano video girati al cellulare di musicisti che in periferie urbane poverissime suonano con strumenti fatti di materiali di scarto una musica felice e addolorata che balla sull’orlo di un disastro ecologico e sociale di proporzioni bibliche.

UNO SPAZIO IBRIDO
Non lontano dal Mali, come una lingua che si protende verso il Golfo di Guinea, troviamo il Ghana e affacciata sull’oceano Atlantico meridionale, la sua capitale, Accra. Sulla costa, una trentina di castelli degli schiavi ricordano le dimensioni della tratta che da qui partiva verso l’America. Oggi sono un sito Unesco e un’attrazione turistica. L’oceano visto da Accra è il simbolo della cultura nera prodotta dalla circolazione transoceanica di schiavi, migranti, merci e beni immateriali iniziata con la tratta e studiata dal britannico Paul Gilroy nel suo classico saggio The Black Atlantic (1993). Il commercio triangolare ha creato uno spazio ibrido, transnazionale, l’Atlantico nero, dominato da un cosmopolitismo violento, ma in qualche modo fertile. A fianco delle merci dell’economia schiavistica sono circolate le idee e le arti. Già Gilroy delineando i contorni della diaspora causata dal commercio schiavistico ha indagato la costruzione identitaria avvenuta tramite la musica, a fianco delle altre produzioni culturali dei neri. Gilroy si è nutrito degli studi dell’intellettuale nero americano W.E.B. DuBois, al quale il governo degli Stati Uniti aveva ritirato il passaporto perché comunista e per le critiche alla Nato. DuBois visse gli ultimi anni e morì in Ghana, dove aveva trovato asilo e dove ancora oggi è ricordato.
Negli anni Cinquanta il paese si aprì al jazz, grazie ai due viaggi di Louis Armstrong (1956 e 1960). Il governo americano aveva mandato Armstrong con intenti diplomatici ma per lui, convinto di avere avi ghanesi, fu un’epifania. Fece una jam session con E.T. Mensah, il re del genere locale highlife, fu accolto ad Accra come un re, tenne un concerto alla presenza di Kwame Nkrumah che di lì a poco, nel 1957, sarebbe diventato il primo presidente del Ghana indipendente dal Regno Unito. Nel 1959 vi abitarono il clarinettista Edmond Hall (che lo aveva visitato con la Armstrong’s All Stars) e il pianista Ahmad Jamal. Un altro pianista, Randy Weston, incise Highlife (1963), fin dal titolo un omaggio allo stile dell’Africa Occidentale contenente tra gli altri Mystery of Love, un brano di Kofi Ghanaba, un musicista e agitatore culturale che aveva suonato con Mensah prima di emigrare negli Usa a cercar fortuna come batterista jazz con il nome americanizzato di Guy Warren.

NUOVO MILLENNIO
Cambio di millennio. Nel 2004 Steven Feld, antropologo esperto di jazz e musicista, approda ad Accra per i suoi studi e subito, nel nome di John Coltrane, avviene l’incontro con Nii Noi Nortey. Questi è un originale scultore e polistrumentista ispirato dalle avanguardie degli anni Sessanta e dalla filosofia panafricana. Da anni costruisce da sé quelli che chiama «afrifoni», strumenti inventati con parti africane, asiatiche e sax occidentali. Quando suona i suoi strumenti o quelli tradizionali ghanesi spazia da Coltrane a Ornette Coleman, passando per Cecil Taylor. La figura di Coltrane e dei suoi favolosi batteristi Elvin Jones e Rashied Ali conduce poi Feld a Nii Otoo Annan, un eclettico percussionista che vive nei quartieri poveri della città devastati da droga e alcolismo. Sotto l’egida coltraniana nasce il trio Accra Trane Station con Nii Noi Nortey, Nii Otoo Annan e Feld che nel 2007 registra Another Blue Train, un cd per celebrare il cinquantesimo anniversario dei due eventi topici del 1957: l’indipendenza del Ghana e il classico album di Coltrane Blue Train. Il treno diventa un sinonimo della libertà del Ghana e delle esplorazioni di Coltrane, in questa inedita commistione a base di blues. Feld sente che il jazz viene destrutturato in presa diretta davanti ai suoi occhi; nell’interazione con il continente viene rinvigorito da metodi d’ascolto nuovi, riconfigurato dalla maniera africana di collocare il jazz nel solco di storie di razzismo, lotte di liberazione, politica e spiritualità. Sullo sfondo di questo connubio tra jazz e tradizione musicale ghanese inizia un’avventura che durerà cinque anni fatti di viaggi ricchi di scoperte, spettacoli, progetti sorprendenti che hanno prodotto la notevole mole di otto cd e tre documentari.
Nasce così Jazz cosmopolita ad Accra, uscito negli States nel 2012 e pubblicato ora in Italia a cura di Carlo Serra e con la traduzione di Marco Bertoli (Il Saggiatore, pp. 370, euro 40). Il libro racconta cinque anni di lavoro in Ghana; il nucleo centrale è composto da quattro capitoli dedicati ai personaggi principali della vicenda, che delimitano altrettanti nuclei tematici. Insieme a Nii Noi Nortey e Nii Otoo Annan torna in scena il batterista Kofi Ghanaba/Guy Warren, amico di Charlie Parker e Max Roach la cui carriera americana degli anni Cinquanta non decollò mai, tra incomprensioni razziali e culturali. Tornato in Africa, Ghanaba incarna meglio di chiunque le tensioni cosmopolite tra jazz e musica africana tra identità, razza, nazione e spiritualità. Feld filma un concerto ideato da Ghanaba/Warren dove l’Hallelujah di Georg Friedrich Händel viene trasfigurato in un melange di jazz, canto di muezzin, inno nazionale del Ghana e da un salmo a dio che non è altro che l’unico brano di successo da lui inciso negli States. L’ensemble unisce un coro tradizionale ghanese a musicisti che suonano strumenti occidentali squadernando una miscela di rituali africani, cristiani, buddisti e islamici racchiusi in un’esecuzione concertistica all’europea e dove le percussioni tradizionali vengono assemblate in un set da batteria jazz che assume forme abnormi, straborda come la personalità di Ghanaba mentre presiede a questa performance sui generis, esempio quasi parossistico di sincretismo culturale.

SINDACATI
L’ultimo tema racconta l’organizzazione sindacale di conducenti La Drivers Union Por Por Group che, con i loro clacson di pullman e camion, i por por, si esibiscono ai funerali rendendo omaggio alle esequie dei colleghi appartenenti alla comunità. Il tema apparentemente crea un cortocircuito con il funerale jazz di New Orleans, anche se la musica che esce da questi improbabili strumenti si rivela un mix di arcaico e di moderno e alle orecchie occidentali svela parallelismi con il free e le avanguardie colte; un classico esempio di incomprensione tra creatore e fruitore quando questi appartengono a culture diverse con chiavi di lettura dei fenomeni alternative. Anche l’incontro con questa formazione porterà a registrazioni e a un documentario premiato a Parigi con il Prix Bartók. Un altro film, J.C. Abbey, Ghana’s Puppeteer (la cui visione è offerta in omaggio ai lettori del libro) presenta il più grande marionettista ghanese all’opera: i pupazzi che negli sketch interpretano la storia del Ghana mescolano ogni sorta di influenza musicale: brani etnici, canzoni per bambini, jazz d’avanguardia, highlife, reggae, afrobeat. Un mix tra radicamento nazionale e disposizione cosmopolita.
Alla luce di Accra sgorgano relazioni impensabili sia con le icone musicali della classica sia del jazz e le culture smettono di essere «altre». Figure apparentemente immutabili della nostra tradizione come Bach, Händel, Beethoven, scrive Carlo Serra nella raffinata introduzione al libro, entrano «in fibrillazione», reagendo a culture che «interrogano le loro grammatiche da punti di vista connessi a modelli improvvisatori e compositivi completamente differenti». Pensiamo alle Variazioni Goldberg ripensate come variazioni del gracidare dei rospi tipici del Ghana. Feld rimane affascinato da questa ipotesi artistica avanzata da Nii Otoo Annan. Il canto dei rospi non assolve al ruolo di èpater le bourgeois, né vuole ironizzare sui classici: semplicemente rappresenta la magia della natura. Per Serra, si impongono «ripensamenti radicali, come accade quando la polifonia bachiana viene proiettata all’interno di elaborazioni ritmiche ghanesi, o un brano di Handel in una differente forma rituale, oppure una figura come Beethoven affacciata su una profilatura storica che gli pone domande da prospettive incredibilmente diverse».

INNO AL SINCRETISMO
Tutti questi esempi sono un inno al sincretismo, alla fusione di elementi diversi, da quelli musicali a quelli della sfera religiosa. Nii Noi Nortey accomuna Beethoven e Coltrane come primi tra pari di una comunità mondiale della musica. Quel che li unisce è l’aver fatto una musica universale mossa da un anelito spirituale. Il presunto sedicesimo di sangue africano di Beethoven o l’africanità della musica di Coltrane perdono di importanza. «Più Coltrane, più Beethoven ci saranno al mondo, più ci sarà pace» conclude Nii Noi. Feld riporta con un ampio ragionamento condito da varie tesi sistemate in parallelo, da Kwame Anthony Appiah a Nadine Gordimer, passando per politologi e musicologi.
Dalla cosmopolita Accra parte un nuovo tentativo di far dialogare le sponde dell’oceano Atlantico, svicolando tra concetti difficili da maneggiare come l’afrocentrismo o la ricerca delle radici del blues. Con Feld troviamo uno studioso americano che di fronte a un’Africa inaspettata è in grado di tenere a bada le proprie conoscenze e di dare spazio al jazzista dentro di sé, lasciando accadere l’incontro sul piano artistico e umano. Il primo a beneficiare di questo andamento «a zig zag», scrive Serra, è il jazz che «torna nelle storie dei protagonisti in mille forme, dalle musiche caraibiche a Armstrong e Basie, dal bop al free, da Coltrane a Herbie Mann». Il patrimonio storico si mescola a pratiche attuali costituendo «nuove geografie concettuali».
Per qualcuno il confronto culturale tra America e Europa è una partita a tennis: i due giocatori rispediscono sempre la palla nell’altro campo. Con l’Africa, in gioco fin dai tempi del commercio triangolare, diventa un ménage à trois. È un problema di continui travisamenti tra pensiero occidentale e quanto è extraeuropeo. Se il mondo dovesse vivere dentro i confini stabiliti dalle discipline accademiche anche il volume di Feld dovrebbe lasciarsi incanalare nell’alveo dell’etnomusicologia. Feld invece si propone come un ascoltatore e un messaggero. Come antropologo, musicista, fotografo, filmmaker, Feld ha a disposizione un arsenale di modi per raccontare, ma avrebbe altrettanti mezzi per interpretare, per arrivare a una sintesi. Le risonanze del cosmopolitismo jazz di Accra, rappresentano bene quella che Feld ha ribattezzato acustemologia, dove l’unione tra i termini acustica ed epistemologia, presuppone il suono come sistema culturale a se stante, veicolo di conoscenza completo e complessivo.
Cosmopolitismo jazz si configura come un documento-diario, dove Feld non scatta la fotografia ma decide di entrare nel quadro. La collaborazione con gli artisti ghanesi è proseguita anche dopo la pubblicazione del libro che per l’autore rappresenta «una lunga nota di copertina» ai lavori prodotti e ai live tenuti tra Accra e gli Stati Uniti.
L’intreccio di approcci alla materia messo i campo da Feld è multimediale per definizione, vive mescolando continuamente la musica suonata, la ricerca sul campo dell’etnomusicologo, l’occhio del viaggiatore. Serra rileva un dialogo tra Feld e la forma-jazz di un classico del Novecento come Understanding Media di Marshall McLuhan. «Siamo di fronte a una scrittura che estrae narrativamente i problemi dalla voce dei protagonisti, dal loro registro vocale per Feld, dalla citazione per McLuhan, e che per farlo, deve avvalersi, con una strategia che piacerebbe a Benjamin, di un inesauribile montaggio con materiali musicali, fotografici, verbali, fonetici…».
Feld accumula le storie di chi ha intorno in una sorta di sincretismo mass-mediale: non vuole scegliere, sa di non poter fare un atto arrogante di conquista culturale alle spese degli amici ghanesi; ma non è un romanziere che può limitarsi a narrare, è uno studioso. Accetta un ruolo nella storia, entrando nel libro come un reagente tra gli altri. Per rimanere in ambito chimico: Feld non porta formule che ha testato; mostra il procedimento in corso, compresi gli stop e i cambi di direzione. Scrive: «Ci sono soltanto reazioni a catena, da X a Y attraverso Z, reindirizzamenti e giri a vuoto, accumuli variegati che veicolano autorità attuando altre voci entro la mia».

DOPPIA COSCIENZA
Nell’ultimo capitolo, Oltre l’intimità diasporica, Feld torna alla doppia coscienza di DuBois e alla centralità della musica nel Black Atlantic cosmopolita di Gilroy. Quando questi parla di automobili nella musica come «beni alfa e omega dello status nero contemporaneo» tutti noi pensiamo a una teoria infinita di video hip hop ricchi di stereotipi su macchine e ragazze, Feld invece immagina un parallelo con le strade ghanesi dove lavora la cooperativa dei por por i cui clacson risuonano nei funerali più prestigiosi della comunità.
Per Gilroy le identità ibride della blackness (africana, europea, americana, caraibica) che si agitano nell’Atlantico Nero creano una dialettica di «multiple modernità» dove la musica gioca un ruolo fondamentale. Il lavoro di Feld va oltre, ripensa le relazioni tra suoni e uomini e apre la porta al contributo degli artisti ghanesi.
A dieci anni dall’uscita, Jazz cosmopolita ad Accra rappresenta ancora un antidoto agli estremismi nazionalisti. Il 30 aprile di ogni anno, Giornata Unesco del Jazz, l’agenda del professor Feld dovrebbe essere fitta di appuntamenti: lui può mostrare raccontando, suonando, condividendo documentari, come si creano legami cosmopoliti nel corpo vivo del jazz odierno, come si supera l’ortodossia delle storie scritte da troppo tempo.
Steven Feld sarà in Italia per una serie di conferenze, il 27 a Palermo (Museo della Marionetta), il 29 a Milano (Conservatorio), il 2 dicembre a Trento (Conservatorio F.A. Bonporti), il 3 a Bologna (Conservatorio), il 6 a Torino (Conservatorio G. Verdi e Cinema Massimo), il 7 a Fiesole (Scuola Internazionale di Musica da Camera).




Fonte: Ilmanifesto.it